Pedro Rocha

Faccia a faccia con il curatore musicale portoghese Pedro Rocha del Pirelli HangarBicocca, che ci porta anche alla scoperta di Porto.

Data di nascita

19 ottobre 1973 (45 anni)

Luogo di nascita

Porto

Luogo di residenza

Porto

Attività

Curatore

Scritto da Emanuele Zagor Treppiedi il 11 luglio 2018

In occasione della quarta edizione del festival musicale estivo del Pirelli HangarBiccoca, che quest’anno si ispira alla mostra di Matt Mullican “The Feeling of Things”, e si chiama “The Feeling of Summer”, abbiamo intervistato Pedro Rocha, il curatore musicale dello spazio d’arte contemporanea di via Chiese. Intorno alla sua figura e al suo lavoro ruotano le scelte artistiche legate a questo, ormai consueto, appuntamento musicale dell’estate (ma anche di altri eventi del public program del Pirelli HangarBicocca) in cui l’arte si confronta con la musica e viceversa. Ci siamo fatti raccontare quindi cosa fa un curatore musicale, come ha iniziato questo lavoro nella sua città natale, Porto, e cosa non dobbiamo assolutamente perdere se andiamo in vacanza nella città del celebre vino liquoroso.

Ciao Pedro, iniziamo dall’inizio: chi sei? Cosa fai? Da dove vieni? Perché sei qui?
Sono nato a Porto nel 1973, sei mesi prima della rivoluzione che ha messo fine a la dittatura che regnò in Portogallo per più di 40 anni. I miei genitori provengono da ambienti molto umili. Mia madre è diventata un’infermiera medica e mio padre un ingegnere elettrico. Ho avuto un’educazione piuttosto conservatrice, segnata dal cattolicesimo e dalla dedizione al lavoro. Mi sono laureato in ingegneria alimentare a cui ho accompagnato sempre attività e studi legati alla musica tra cui la partecipazione a cori e un corso di violino al Conservatorio. Tutto questo percorso è stato fatto a Porto, dove, alla fine degli anni 90, ho iniziato la carriera come curatore di pratiche artistiche che si occupano di suono, motivato soprattutto dalla passione nell’approfondire il campo della musica.

Mi interessa imparare e sperimentare con gli artisti come ascoltare, pensare e cercare di capire quanto il suono con il suo potenziale può trasformare qualcosa e quali sono le migliori condizioni per fare in modo che questo accada.

Sono stato fortunato nell’aver avuto la possibilità di sviluppare questo lavoro al Museo Serralves di Porto fin dalla sua apertura nel 1999. Qui ho iniziato un programma musicale e sonoro radicato nel contesto dell’arte contemporanea e delle sue connessioni transdisciplinari.

Avendo sempre lavorato a Porto ho risposto in maniera molto entusiasta all’invito di iniziare a lavorare a un programma musicale per il Pirelli HangarBicocca per due motivi. Avevo già lavorato con Vicente Todolí e quindi ero sicuro che ci fosse un’eccellente direzione artistica e poi anche perché avrei avuto l’opportunità di lavorare all’interno di un contesto che era abbastanza nuovo per me, e quindi imparare molto. Così ho accettato l’invito e sto lavorando con il meraviglioso team di Pirelli HangarBicocca su un programma musicale/sonoro in grado di dialogare e rispondere alle mostre in programma e alla visione artistica dell’istituzione in un modo che credo sia pertinente per il contesto.

Parlaci di Porto, tutti dicono che c’è una scena musicale e notturna molto viva e interessante, è vero? Tra poco ci sono le vacanze: cosa non dobbiamo assolutamente perderci se andiamo a Porto?
Camminate, perdetevi per le strade per esplorarla. Ve lo consiglio non solo per la straordinaria bellezza della città, ma anche perché essendo molto antica si possono percepire i molti strati della sua storia. Provate a sentire il rapporto che c’è tra l’architettura radicata nella vita di strada e le dinamiche quotidiane e il rapporto che c’è tra il fiume e l’oceano.

Ci sono molte possibili sfaccettature per visitare Porto. Una più legata alla natura e al paesaggio: potete andare in diversi parchi come Jardim das Virtudes, Serralves Park, il City Park, la riserva naturale dell’estuario del Douro attraverso il fiume, le spiagge vicine, una di loro con le bellissime piscine disegnate da Alvaro Siza. Un’altra sfaccettatura più cosmopolita e culturale con i programmi organizzati da istituzioni come il Museo Serralves, Casa da Musica, Rivoli-Teatro Municipal, ma anche luoghi e associazioni più piccoli che sviluppano un lavoro davvero ammirevole.

Museo Serralves
Museo Serralves

Una cosa davvero straordinaria di Porto è la generosità degli artisti locali, specialmente nel campo della musica, che spiega un po’ perché la scena musicale non ha mai smesso di essere vibrante anche durante i peggiori anni della crisi.

Durante la visita a Porto io suggerirei di passare da associazioni o collettivi particolarmente attivi, come ad esempio Passos Manuel, Maus Hábitos, Sonoscopia, Café Au Lait, CCOP, Lovers & Lollypops, Amplificasom, Favela, Parva tra gli altri. C’è una forte unisone tra stili musicali e sfondi artistici che rende la scena musicale a Porto molto vivace e aperta.

Per quanto riguarda la vita notturna ci sono club come Gare e Indústria con un’eccellente selezione di dj internazionali. Ma c’è anche una scena di club parallela, basata più su eventi e feste che accadono in luoghi diversi, che possono essere più sperimentali e stimolanti.

Detto questo, vorrei anche sottolineare che Porto sta lottando contro un processo molto rapido di gentrification e “touristification”, che oggi ha raggiunto un punto di duro equilibrio tra la necessità di vantaggi economici del turismo e il profitto a cui questo è legato, che sta invadendo la città ed esclude molti dei suoi cittadini. Spero sinceramente che nei prossimi anni ancora si possa migliorare.

Il club Gare a Porto
Il club Gare a Porto
Facciamo un gioco di memoria: ritorniamo a quando avevi 14 anni, dove sei e cosa stai ascoltando?
Ero a Porto, studiavo in un liceo pubblico e, per la prima volta nella mia vita, feci un trasferimento e cambiai casa. Mi trasferii in un quartiere abbastanza lontano da quello in cui ero cresciuto, passai da Boavista ad Antas. Io ero molto timido e non sapevo cosa significava muoversi e cambiare le amicizie e i vari rapporti sociali, quindi per me è stato un grande passo. Tutto andò abbastanza bene anche se non mi piacque molto il nuovo posto. Per quanto riguarda la musica, stavo ascoltando praticamente musica pop e iniziava a incuriosirmi tutto quello che veniva chiamato musica “alternativa” o “indipendente”, principalmente proveniente dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Il mio gusto non era molto definito, non potevo ancora permettermelo. Acquistavo e ascoltavo quello che trasmettevano alla radio e alle poche feste a cui andavo. I preferiti andavano da Prince ai The Cure, passando dai B-52s e per la scena “Madchester”. Ricordo che mi galvanizzava molto assistere ai programmi radiofonici della radio delle scuole superiori.

Ora ne hai 24, dove sei e cosa stai ascoltando?
Quello è stato l’anno in cui ho iniziato a lavorare alla Fondazione Serralves. Dopo essermi laureato in ingegneria alimentare, ero un po’ spaesato perché non volevo intraprendere quel percorso lavorativo. Ho continuato con gli studi di violino al conservatorio e avevo aperto un negozio di fumetti con un amico. Mi sono divertito molto con il negozio e ho conosciuto grandi libri, ma non abbiamo fatto soldi. Poi il mio amico è andato a Lisbona per lavorare nell’animazione e io dovevo andare a fare il servizio civile come obiettore di coscienza. Così ho deciso di correre il rischio e fare domanda a Serralves.

Sono stato fortunato e ho iniziato a lavorare lì a settembre. Vicente Todoli era il direttore artistico e João Fernandes il vicedirettore. Il museo era ancora in costruzione, quindi le mostre si tenevano presso la villa in stile Art Déco, Casa de Serralves. La prima cosa che ho fatto è stata aiutare all’allestimento della mostra di James Lee Byars, “The Palace of Perfect”, probabilmente una delle migliori mostre che abbia mai visto in quella casa. Allora avevo già acquisito un gusto e una conoscenza più profonda per la musica underground, sperimentale, contemporanea, elettronica e improvvisata. Potevo ascoltare un ensemble di musica da camera che suonava John Cage, le release della Mille Plateaux, un pezzo elettronico di François Bayle, andare a un concerto dei Pan Sonic o a una sessione di improvvisazione di un gruppo di musicisti europei come Joelle Leandre, Carlos Zíngaro, Phil Minton, o andare a ballare della drum’n’bass.

È divertente fare questo esercizio tra la musica e il tempo, perché ci si rende conto di come siano cambiate mie le abitudini di ascolto. Nel 1987 stavo ascoltando principalmente pop e musica rock e due o tre anni dopo ascoltavo mixtape con gruppi davvero clandestini come H.N.A.S o Zoviet France o andavo ai concerti The Young Gods. Mi chiedo perché sia ​​successo. Immagino che ci fossero varie ragioni.

1990, The Young Gods, © Remy Deluze
1990, The Young Gods, © Remy Deluze
Posso dire che il mio particolare percorso deriva da infinite ore di ascolto di radio (compresi i programmi sulle stazioni radio pirata), abbonamenti a riviste come The Wire, acquisti di dischi in alcuni negozi specifici di Porto o per corrispondenza e scambi di mixtape con pochi amici. All’inizio era un percorso che seguivo quasi da solo ed era difficile trovare qualcuno con cui condividere i miei gusti musicali. Io avevo sempre il brivido di scoprire qualcosa di nuovo e di avventurarmi dentro territori sconosciuti. Credo che questo approccio esplorativo sia stato fondamentale per la mia formazione.

È passato un altro decennio, hai 34 anni: dove sei e cosa stai ascoltando?
Sono ancora a Porto, e forse viaggerei per vedere un festival. Quindi andare ad ascoltare Eliane Radigue, Wolf Eyes, Sunn o))), Burial, Andy Stott… la portata dei miei interessi musicali è sempre in crescita. Avevo anche iniziato a co-curare un festival di arti performative a Porto chiamato “Trama” che ha suscitato in me una crescente attenzione verso diversi aspetti performativi tra musica e suono.

Luglio 2018, oggi, dove sei e cosa stai ascoltando?
Sono sempre a Porto e ascolto alcuni dischi che mi hanno dato alcuni artisti come “Intra” di Mark Fell “Cheol-Kkot-Sae” di Okkyung Lee, “Paris Quotidien” di Eric La Casa, e adesso a casa sto sentendo una ristampa in vinile di Haku “Na Mele A Ka Haku”.

Come si diventa music curator e cosa fa un music curator?
Non penso che ci siano formule o mansioni troppo specifiche per un curatore musicale. È un ruolo nuovo e importato delle arti visive che si è molto diffuso a volte sostituendo il termine più classico di programmatore. In realtà questa è una designazione molto nuova importata dal campo delle arti visive e che si è diffusa ampiamente, a volte sostituendo un termine più vecchio. Quando si ha a che fare con l’arte performativa ci possono essere delle sovrapposizioni di questi due ruoli.

La mia opinione personale è che il termine curare ha una forte relazione con la nozione di “prendere cura di”. Trovare un artista o un gruppo da invitare è una parte del lavoro. Questo già fa pare della competenza e della consapevolezza del proprio lavoro di ricerca. Poi gli artisti coinvolti vanno messi nelle migliori condizioni possibili per presentare la loro performance. Credo che gli artisti e il loro lavoro debbano essere al centro del lavoro curatoriale.

Non sembra esserci un’unica via percorribile per diventare curatore musicale. Credo però che dedizione, conoscenza approfondita del campo che desideri esplorare e una nozione ampia sulla produzione e su tutti gli aspetti necessari per organizzare un evento siano tutti altamente raccomandati. Da qui nasce quella sensibilità che ti permette di occuparti di ogni progetto nel modo migliore.

Con il festival estivo del Pirelli HangarBicocca ormai siamo abituati al dialogo tra mostre e musica, ma come funziona il dialogo e il confronto tra te e l’artista nella selezione dei performer musicali da coinvolgere?
Per il festival estivo c’è sempre un accordo, un dialogo con le mostre e la visione che l’istituzione ha delineato per l’evento, vale a dire il suo aspetto di festa che interessa l’ambiente esterno. In tutte le edizioni precedenti questo è stato raggiunto in un numero di differenti modi. Ci sono stati casi di un intervento più diretto sul programma da parte degli artisti, come con Carsten Höller o Rosa Barba, e altri casi in cui il gli artisti non hanno partecipato attivamente alle scelte. In un modo più o meno ovvio modo il rapporto con le mostre è sempre stato presente. Speriamo che questo dialogo si possa aprire anche ad altre possibilità per pensare qualcosa di più profondo o alternativo sempre legato ad approfondimenti sulle mostre e al lavoro dei musicisti invitati.

Fara Fara by Carsten Höller, Pirelli HangarBicocca 2016
Fara Fara by Carsten Höller, Pirelli HangarBicocca 2016
Ci racconti com’è stata fatta la scelta musicale per The Feeling of Summer?
In questo caso la selezione è partita dal tilolo della mostra di Matt Mullican “The Feeling of Things”, a cui poi è seguita una riflessione su cosa possa significare la sensazione dell’estate. Come questa sensazione si è trasmessa nella cultura musicale? Quali aspettative intreccia? Da dove vengono? Così abbiamo deciso di concentrarci sull’aspetto dell’esotismo nel modo in cui è stato tradizionalmente visto attraverso le lenti della cultura occidentale e scegliere alcuni progetti che possano in qualche modo suscitare interessanti domande su queste convenzioni che ancora “perseguitano” i “sentimenti dell’estate” di molti di noi. Quindi avremo il free jazz europeo che parla ai ritmi brasiliani (Paal Nilssen-Love’s Brazil Funk Impro), versioni contorte delle tradizioni colombiane infornate da psichedelia e rumore (Romperayo Sound System) e techno proveniente da Berlino ma mixata con musica dance africana e giamaicana(errorsmith).

Ci sono delle performance che sulla carta erano eccezionali ma che poi invece ti hanno deluso? E viceversa ci sono performance che sono risultate particolarmente sorprendenti?
Ogni scelta fa parte di un percorso e con insita una percentuale di rischio. Ormai è 20 anni che seguo e propongo performance musicali, quindi è naturale che le delusioni e le sorprese positive mi hanno accompagnato. Dovremmo guardare tutto questo con la prospettiva che i musei e le istituzioni artistiche sono anche luoghi di sperimentazione. C’è un bellissimo testo di Rebecca Solnit che parla del desiderio, ne cito una parte (traducendo l’intervista abbiamo semplificato la citazione, NDR): “Trattiamo il desiderio come un problema da risolvere: perché ci concentriamo su come acquisirlo piuttosto che pensare alla natura e alla sensazione di quel desiderio? Mi chiedo a volte se con un leggero aggiustamento della prospettiva il desiderio possa essere apprezzato come una sensazione semplicemente per quello che è.

Quello che sto cercando di dire è che essere alla ricerca di qualcosa può essere più importante che trovare qualcosa. E questo vale per artisti, curatori e pubblico.

Spesso nel dialogo tra musica e arte si pensa subito a qualcosa di visuale (video-music-art) o di performativo (danza-teatro): quali sono oggi gli ibridi tra le discipline più interessanti?
Siamo abbastanza fortunati e viviamo in un periodo dai confini sempre più sfocati per le discipline artistiche. Anche se possiamo ancora trovarci nella condizione di inscatolare le cose, ma questo in molti casi ha più a che fare con la prospettiva piuttosto che con una natura essenziale delle opere. Le ibridazioni che menzioni, però, non vanno viste solo tra le discipline artistiche. Accade anche tra arti e scienze, discipline umanistiche, cultura dell’intrattenimento, eccetera. Le possibilità sono enormi. E, come ti dicevo prima, la classificazione di queste pratiche dipende da come si guardano. Quindi avrei difficoltà a trovare l’ibridazione il più interessante e non vorrei rischiare, ancora, di cadere nella trappola dello stabilire confini.

Dopo l’appuntamento al Pirelli HangarBicocca andrai in vacanza o in giro per festival a cercare qualche novità da proporci il prossimo anno?
Sto co-curando un programma chiamato “The Museum As Performance” al Museo Serralves che si terrà all’inizio di settembre, quindi devo fare in modo che tutto sia pronto prima di andare in vacanza.
Quest’anno non viaggerò per vedere festival durante le vacanze. Sto pensando di fare un viaggio on the road fermandomi a trovare alcuni amici che non ho avuto la possibilità incontrare durante l’anno. Passerò anche un po’ di tempo nelle campagne del Portogallo, un posto che amo davvero. Queste regioni del paese però sono state dimenticate dal governo e le uniche persone rimaste sono pochi anziani che non riescono a occuparsi di tutto il terreno. E questo è uno dei motivi per cui non si riescono a bloccare incendi che creano enormi disastri. Ho cercato di passare più tempo in una di queste zone rurali e per raccogliere qualche supporto per organizzare un piccolo festival l’anno prossimo. È un modo in cui posso mettere le mie conoscenze al servizio di una sensibilità più ampia e in forte connessione con questi luoghi.