Ad could not be loaded.

Pensieri e considerazioni di un Immenso Spermatozoo Sottomarino

Gabriele Silli, uno degli artisti più geniali e versatili attivi a Roma, racconta la sua mastodontica mostra personale, fino al 27 settembre negli spazi della Fondazione D'ARC e curata da Giuliana Benassi

Scritto da Nicola Gerundino il 7 luglio 2026
Aggiornato il 8 luglio 2026

Gabriele Silli, performance all’interno dell'installazione, "Io sono il plumbeo amo, l’intartarato, la corrente sottomarina…" , 13 giugno 2026. Foto di Niccolò Berretta

Gabriele Silli me lo immagino da sempre come una sorta di Atlante alla rovescia, non un gigante esterno al mondo, che lo sorregge sulle sue spalle sopportando fatiche indicibili, ma un titano che nel mondo ci vive, lo attraversa e lo scarnifica: ne estrae quantità infinite di materia informe dal suo ventre e le plasma semplicemente accumulandole. Un gesto anti-linguistico più che anti-estetico, un rivolta contro la struttura e ogni forma di significato che genera dalla differenza tra le parti. Esiste l’indistinto, un magma di resti e rovine dentro il quale si condensa tutto ciò che esiste. Tutto è vero, tutto è falso, tutto è e non è, allo stesso tempo. Emblematica da questo punto di vista è l’opera che dallo scorso 13 giugno (e fino al 27 settembre) giace negli spazi della Fondazione D’ARC all’interno della personale “Immenso Spermatozoo Sottomarino”, curata da Giuliana Benassi: “Rivolo secco (Le miserie)”, oltre 35 metri di pelle, legno, ferro, resine, colla, terra, polveri, che assomigliano a una colata lavica finita là chissà come. Da questa mostra siamo partiti per raccogliere alcune considerazioni di Gabriele Silli, non solo sulle opere in mostra, ma anche sulla città, su alcune esperienze con il collettivo Mastequoia di cui fa parte, passando per la pellicola Bassifondi di Trash Secco di cui è stato protagonista assieme a Romano Talevi, e alcuni appunti metafasici dai quali emerge il sogno ultimo di abbatterlo a martellate il “macigno metafisico”. Un’intervista arcigna quanto sincera, arricchita dalle foto di Niccolò Berretta ed Eleonora Cerri Pecorella.

 

La mostra alla Fondazione D'Arc ha poche opere, ma una di queste, "Rivolo secco (Le miserie)" è gigante, lunga oltre 35 metri: è la più grande che hai mai realizzato?

Per essere precisi misura 36,5 metri e sì, rappresenta il mio guinness. Per il momento…

Quando hai iniziato a lavorarci e cosa l'ha scaturita?

L’ho concepita quattro/cinque anni fa come possibilità modulare aperta, in modo puramente intuitivo. Dopo questo approccio, indiretto e preliminare, che avrebbe potuto senz’altro prendere altre direzioni e forme, ho dato inizio a uno schizzo muto: una sorta di scorrimento, un’impressione di spazio denso, ambiguo, multiplo. Un percorso effettuato dallo sguardo: un fenomeno percettivo, in poche parole.

Un'altra opera in mostra, "Io sono il plumbeo amo, l’intartarato, la corrente sottomarina…", ha invece una componente sonora: sono tue registrazioni? Se sì, quando sono state fatte e cosa raccontano?

Si tratta, di un piccolo corpus sonoro risalente a…. circa venticinque anni fa, perbacco! Una ventina d’ore di registrazioni su nastro magnetico effettuate con magnetofoni e altri apparecchi di registrazione del suono. Ne manipolavo gli ingranaggi interni, intervenivo spesso con acidi direttamente sul nastro in scorrimento: bruciature, graffi, annegamenti. Dei veri e propri sonoricidi. Avevo allora questa ossessione di intervenire scultoreamente sulla ricettività dell’apparecchio, nel momento stesso della cattura del segno sonoro. “Receptivität magnetofoni”, questo è il titolo che gli diedi allora. Contengono voci, rumori d’ambiente, tracce a vuoto di nastri magnetici, pseudo silenzi, svariate fonti sonore sovrapposte tra loro, talvolta riregistrate, rimanipolate e ri-rallentate.

L'acqua è l'elemento da cui nasce la vita e la materia organica. Quella di "Immenso Spermatozoo Sottomarino" è una suggestione liquida, primordiale e generativa, ma "acefala", senza scopi. Ti interroghi mai sullo scopo dell'esistenza? Se mai per te ce ne sia uno, perché gli ammassi di materia che formano le tue opere suggeriscono invece un'accumulazione che non ha obiettivi, ma esiste, punto e basta.

È sempre e solo il solito problema del linguaggio, che ci inganna e intrattiene nei confini invalicabili del suo giardino. Cito a memoria Cioran: “La vera vita è fuori della parola e tuttavia la parola ci obnubila e domina”. L’assenza di uno scopo o obiettivo di cui parli è legata a una aspirazione extra-territoriale, a un creare illimitato al di là di ogni compromesso di significazione. L’arte è sempre – in quanto linguaggio – metafora della vita, ma allo stesso tempo anche una strategia contro la limitatezza di quest’ultima.  

Definiresti i tuoi lavori brutali? O c'è un'altra parola che meglio li inquadra?

Brutali, non so, forse. Accolgo, mi piacerebbero fossero più brutali, ci lavoro su… ogni giorno.

Ti chiedo tre riflessioni, anche brevi, su tre concetti che trovo nei tuoi lavori. Il primo è tempo, perché l'ammassarsi spesso lo richiede; il secondo è materia, la carne del tempo (mi sembra sempre che per te il tempo non esiste - o non ha senso - se non si possono affondare le mani in qualcosa);  il terzo è decadimento: la materia decade, perde forma, cambia di significati, ma non scompare mai nel tempo.

Ti rispondo come posso, una manciata di micro pensieri. Tempo, spazio e materia sono concetti limite, oltre il limite delle mie facoltà. Tutto ruota, al di qua di tutto, intorno a questo “tempo della vita” che è il tempo che ci rimane sin da subito, dal concepimento dentro la pancia della mamma, nati morenti malgrado tutti i nostri sforzi di sfuggirci. Vorrei colpirlo a morte, demolirlo con il mio martello, annientarlo questo macigno metafisico, neanche tanto meta. Questo maledetto buco del tempo. È difficile da spiegare: un’impressione, una sensazione di spazio angusto, stritolatore, una presenza inafferrabile che si gonfia e si dilata. Bisogna essere dei titani per resistergli, più furenti, più perversi, allegorici, universali, misteriosi.

Ti faccio qualche domanda sulla città in cui viviamo, Roma. La prima è banalissima: in che modo ti ha influenzato da un punto di vista artistico? Materia, tempo, strati, accumulazione: sono cose che provengono dalla città o comunque hanno risonanza in questa città?

Roma è come una bella mamma, che dopo il parto ti abbandona. Le belle miserie di Roma, altro che grande bellezza! E poi c’è il Verano e il Vaticano…

Tra l'altro Roma ha un mito fondativo che è legato all'acqua e al fiume che la attraversa. Il fiume mi porta al film che hai girato poco tempo fa con Trash Secco, "Bassifondi". Gli ammassi di materia che realizzi assomigliano molto alle poltiglie che il Tevere rilascia lungo gli argini nei periodi di secca. Sempre in quel film interpreti un barbone, figura che appartiene a un universo in cui l'accumulazione è veramente seriale e strutturale.

Io sono nato sul Tevere, dentro il Tevere, al Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, battezzato dal Biondo Tevere, si vede che era destino! (ride, nda). Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, ti rispondo con testuali parole di Trash Secco che faccio mie: “In un futuro distopico, dove non dovremmo più produrre cose ma riciclare quelle che sono in strada. Dare valore a quello che già abbiamo, che già abbiamo vissuto, che hanno vissuto gli altri. Valorizzare il passato potrebbe farci sopravvivere ancora per migliaia e migliaia di anni, invece di questa tecnologia di merda che ci sotterrerà dopodomani”.

Di recente ti abbiamo visto protagonista di alcuni appuntamenti con Mastequoia, collettivo che condividi Giacomo Sponzilli e Carlo Gabriele Tribbioli. Ci puoi raccontare uno degli appuntamenti più recenti, “Bagatelle per Tre Sarcofagi, Op. 24”, ospitata dal MACRO nell’ambito della mostra UNAROMA curata da Luca Lo Pinto e Cristiana Perrella?

Al MACRO abbiamo eseguito dal vivo una composizione elettroacustica per una serie di strumenti impropri: Giacomo suonava dischi e trottole di metallo, Carlo una macina in pietra, io dei chicken toys, cioè dei giocattoli per cani a ventosa, immersi dentro bacinelle d’acqua. Il tutto sonorizzato tramite microfoni a contatto. Ognuno di noi ha prodotto e suonato un set di questi strumenti, dall’interno di questi armadi “preparati”, abitati come sorta di sarcofago domestico personale. La composizione si sviluppa nella forma di una serie di bagatelle, in cui le voci dei tre armadi si alternano e sovrappongono, si addensano e diradano. Un ascolto esiziale, composto di suoni microscopici: decomposizione, frammentazione, discioglimento. Un mantra oscuro pieno di sussulti e spensierata disperazione. Ne esiste una copia in vinile, letteralmente una soltanto, prodotta da Giordano Boetti Editions.

Questo concerto me ne ha ricordato un altro sempre fatto come Mastequoia, il "Concerto per Sarcophaga Carnaria", ospitato da Spazio Taverna. Anche qui ti chiedo un breve racconto.

Abbiamo letteralmente liberato migliaia e migliaia di mosche della specie Sarcofaga carnaria all’interno di un ambiente di tulle microfonato, amplificato e sospeso dentro una struttura in acciaio. Il suono che questo coro produceva, sommandosi progressivamente, disegnava un crescendo all’apice del quale le pareti della camera in tulle venivano fatte collassare su sé stesse, imprigionando progressivamente le mosche in uno spazio di volo sempre più ridotto, e determinando così un decrescendo, fino al silenzio finale. Le mosche venivano infine raccolte dentro un fazzoletto di piombo, il sudario della Sarcofaga. Al di là dell’arte, alta poesia.

Poi lo scorso autunno c'è stata una mostra al Pastificio Cerere, "MLNKV", curata da Giuliana Benassi, che ha curato anche questa tua personale.

“MLNKV” è il boudoir delle tensioni impossibili, l’ossessione per il bilico e le diagonali, il trionfo della caduta. È un lavoro che ha radici più antiche ed evoca la figura di Melnikov, rivoluzionario architetto russo del secolo scorso – il grande dissidente – in una serie di performance private ritratte in un corpus di stampe ai sali d’argento. Queste immagini sono il nucleo iconografico che abbiamo ripreso in mano nel 2025, sviluppando attorno a esse una serie di apparati scultorei e architettonici, che completano l’evocazione di Melnikov, in questa sua ultima, rinnovata, apparizione.

Se dovessi realizzare un lavoro che rappresenta Roma, cosa sarebbe? Magari c'è già, fatto o da te o realizzato da qualcun altro.

Più che aggiungere o erigere, opererei di scalpello e raderei al suolo l’Altare della Patria che è una cosa orrenda. Sai che bello, che boccata d’aria! Come dopo che hai vomitato: una sensazione di frescura intestinale.