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Jim Jarmusch

Spazio Oberdan, V.le V. Veneto

di Zero

Un giorno, spulciando una vecchia rivista di cinema, trovai un articolo di resoconto sul Festival di Vattelapesca, uno di quei mini-eventi a base di film sconosciuti per i quali i piccoli comuni di provincia si svenavano negli anni 80. L’estensore mostrava abbondante irritazione nei confronti di un film in particolare, “Permanent Vacation”, e si scagliava aggressivo contro il suo giovane autore che “se n’è stato per tre giorni consecutivi al bar, perennemente vestito di nero”. Da ciò deduciamo: a) le riviste di cinema sono una cosa cretina per perditempo. E b) lo sfasamento rispetto al presente del cinema di Jarmusch. I suoi film infatti godono di una libertà tale da renderli inattuali, una libertà che a volte si spinge alle soglie del miracolo: girare un western surreal-minimalista (il suo capolavoro, “Dead Man”), raccontare una storia zen di samurai neri (“Ghost Dog”), inventarsi nuovi generi eterogenei e raffazzonati (“Coffee and Cigarettes”), rendere accettabili le smorfie di Benigni (“Daunbailò”). I fan di Neil Young non si perdano il raro documentario interamente dedicatogli “Year of the Horse”, realizzato seguendolo in tour.

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