Sulla carta, Il Mannarino non avrebbe dovuto piacermi, lo ammetto. Prima di tutto perché si trova dentro un centro commerciale, a CityLife in piazza Tre Torri. Avendo lavorato da giovane in un Westfield nella periferia di Londra, mi basta questo dettaglio per continuare a sognare (incubi, sia chiaro), almeno una notte all’anno, fiumane di persone affamate che invadono il locale. In secondo luogo perché, visto il prezzo competitivo del menu, temevo di trovarmi davanti a una sorta di fast food con ambizioni da macelleria gourmet. Mi sbagliavo, e sono felice di essermi dovuto ricredere.
Sì, il locale si trova all’interno di un centro commerciale, e su questo c’è poco da fare. Ha però un patio esterno dove mangiare, dettaglio tutt’altro che trascurabile. Magari con qualche zanzara di troppo, ma questa è Milano.
Soprattutto, e qui sta il punto, la carne era davvero buona. Un risultato meno scontato di quanto sembri, considerati i volumi che il locale gestisce: durante la mia visita erano occupati tutti i suoi 102 posti a sedere e, nonostante questo, la qualità non sembrava averne risentito.
Parto dall’hummus e sono felice di dire che era vellutato. Trovare un hummus davvero convincente a Milano è più difficile di quanto dovrebbe essere, quindi mi ha fatto piacere pucciarci dentro dei taralli croccanti mentre sorseggiavo un calice di Primitivo, aspettando il menu di carne che mi ero costruito al banco della macelleria all’ingresso.
Perché da Il Mannarino ci si diverte anche a giocare ai macellai. Dietro il banco c’è uno staff preparato e disponibile che ti accompagna nella scelta dei tagli e delle specialità, senza mai dare l’impressione di voler vendere a tutti i costi. Mi sono lasciato guidare e ne è valsa la pena.
È una specie di incontro tra la domenica in paese e la pausa pranzo milanese, e funziona sorprendentemente bene
Sono arrivati arrosticini di pecora leggermente abbrustoliti e libidinosi, con una sapida crosticina intorno, bombette di carne succulente che sembravano popcorn – una tira l’altra, provare per credere –, alette di pollo croccanti e sfiziose e, soprattutto, delle polpette al sugo che strizzano l’occhio alla cucina italo-americana di New York: uno di quei piatti che ti fanno venire voglia di ordinarne altre otto porzioni. La carne è buona perché, mi spiegano, ogni fase della filiera viene controllata da un disciplinare in house, che ne regola pratiche e standard dalla fattoria alla tavola, e devo dire che si sente.
Mi intrufolo un po’ nel ristorante a guardare i lavoratori e noto che dietro il banco della carne non ci sono semplici commessi che infilano bistecche e tagliate. Mi racconta Andrea Manzo, responsabile HR dell’azienda, che tutti i macellai passano dall’Academy interna dell’azienda, dove imparano non solo a riconoscere i tagli e a cuocerli, ma anche a raccontarli, a parlare al pubblico. «Sono dei piccoli showmen», precisa Andrea con un sorriso. Alcuni arrivano dalle scuole di cucina, altri hanno percorsi completamente diversi, ma dopo cinque minuti passati davanti al banco capisci che il loro lavoro è anche quello di farti venire fame. Non che con me ci volesse un qualche incantesimo per stimolarmi l’appetito.
Del resto il nome prometteva già qualcosa: il mannarino è quella piccola mannaia con cui i macellai di paese spezzavano la carne sul ceppo e, col tempo, la parola ha finito per indicare direttamente il macellaio di fiducia. Qui il concetto è stato aggiornato ai tempi di CityLife: puoi fermarti al banco, scegliere il taglio come se fossi nella macelleria sotto casa oppure sederti al tavolo e fartelo cucinare. È una specie di incontro tra la domenica in paese e la pausa pranzo milanese, e funziona sorprendentemente bene.
Avevo promesso di essere onesto e lo sono stato: sulla carta – mai espressione fu più appropriata quando si parla di ristoranti – temevo che Il Mannarino non facesse per me. Dopo la mia cena, però, mentirei se vi dicessi che non ho già voglia di tornarci.

