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Federico Ferrazza

Nato a Roma e adottato da Milano, da quando aveva 20 anni racconta i cambiamenti del nostro mondo. Meglio starlo a sentire

Written by Emilio Cozzi il 26 May 2016
Aggiornato il 23 January 2017

Nato nella Capitale nel 1978 e romanista doc, Federico Ferrazza comincia a scrivere di scienza e tecnologia appena uscito dall’adolescenza. Su invito dell’allora direttore Riccardo Luna, entra a «Wired» nel 2010, per coordinarne il sito. Tre anni dopo ne diventa vicedirettore. Dal 2015 ne controlla il timone.

Non potevamo rinunciare a incontrarlo in occasione della nuova edizione di Wired Next Fest, «futuro, innovazione, creatività in festa», vale a dire oltre 200 appuntamenti che da oggi e per tre giorni trasformeranno i giardini di Porta Venezia nella miglior vetrina sul futuro – e il presente – in città.

Federico Ferrazza_2

Zero – Diverse fonti riportano tu faccia il giornalista da quando avevi 20 anni e che il tuo debutto fu nella redazione del giornale del liceo, è corretto?

Federico Ferrazza – Parzialmente: vero è che ho iniziato a scrivere nel ’98, a 20 anni esatti, per un giornale chiamato «Galileo». Meno vero è che fosse una pubblicazione liceale. In realtà si tratta della prima testata online di scienza, in Italia, un progetto nato nel 1996 che tuttora prosegue la sua attività editoriale. Da allora, ho inaugurato collaborazioni con altre testate, sempre su tematiche scientifico-tecnologiche, prima fra tutte quella con «L’Espresso», che qualche anno dopo ha ospitato anche un mio blog.

Con alcuni collaboratori di «Galileo», che non dico fosse un’iniziativa amatoriale, ma l’espressione di un’associazione culturale i cui membri campavano d’altro, ebbene, con alcuni di loro si è poi deciso di fondare un’azienda, «Galileo», appunto, un service giornalistico di scienza e tecnologia, attivo tuttora.

A «Wired» come sei arrivato?

Con “Repubblica”, “Il Sole 24 Ore” e  «Focus», era una delle testate per cui scrivevo di scienza e tecnologia. A un certo punto, verso la metà del 2010, l’allora direttore Riccardo Luca mi chiamò per affidarmi la responsabilità del sito. Cosa di cui mi occupai in via esclusiva per tre anni per poi diventare vicedirettore della testata e, l’anno scorso, direttore.

 

Wired_Farfalla

 

Parliamo di giornalismo; meglio, del fare un giornale oggi, a poche ore dall’inizio di Wired Next Fest: organizzare eventi, per una testata, è il futuro, è una fase transitoria o ha sempre meno senso?

Non penso ci sia una ricetta unica. Ogni giornale, a partire dalla propria storia, dalla propria periodicità, dalle persone che ci lavorano e dal rapporto che ha con lettori e inserzionisti, deve seguire una strategia specifica. Pensare che la ricetta di «Wired» sia la stessa di “Repubblica”, o che quella del “New York Times” sia identica a quella di qualcun altro non ha molto senso secondo me. Oggi abbiamo trovato un equilibrio fondato su tre elementi cardine, carta, online ed eventi dal vivo; ma, appunto, oggi. In quanto tale, l’equilibrio si ridefinisce e va ridefinito progressivamente. Basta una spinta per costringerti a trovarne uno nuovo.

In questo momento storico, e lo dimostrano le cose che raccontiamo sia online che su carta, la velocità dei cambiamenti e l’innovazione tecnologica fanno della ricerca di un equilibrio un processo continuo.

Eppure ti chiedo un chiarimento: secondo Fedele Usai, oggi direttore generale di Condenast Italia, «Wired» e Wired Next Fest sono due dei pilastri del gruppo editoriale. Curioso che la cosa venne sottolineata in concomitanza dell’annuncio di una riduzione dell’edizione cartacea, con annesso ridimensionamento della redazione. Non pensi sia stato un atteggiamento un po’ contraddittorio? E, di fatto, percepito all’esterno alla stregua di un fallimento?

No. Semplicemente il momento ha imposto scelte editoriali precise e, a cascata, una serie di decisioni. Ricordo che siamo fra i 30 siti d’informazione più letti d’Italia. Un risultato raggiunto anche alla luce delle scelte fatte allora: ci chiedemmo come avremmo lanciato «Wired» se l’avessimo pubblicato per la prima volta in Italia in quel momento. E la risposta fu che non avremmo scelto un mensile.

Questa consapevolezza, unita a quella di avere un’audience importante, anche in termini economici, per l’edizione online ha suggerito un nuovo assetto. L’equilibrio di cui parlavo prima: il sito e la proposta digitale di «Wired» sono diventati la parte centrale di tutto il progetto. In contemporanea abbiamo conservato una parte magazine con l’intento di trasformarla in un ibrido fra un libro e un giornale, e con una periodicità di 4 pubblicazioni all’anno a nostro avviso noi più adatta alla nuova impostazione. In più abbiamo mantenuto quella che si è sempre dimostrata un’esperienza di successo, Wired Next Fest, con la volontà di esportarla oltre Milano, cosa successa a Firenze, un città che si è rivelata molto ricettiva.

Detto questo, «Wired» non ha certo trovato un assetto definitivo. Mi ha stupito che anche molti lettori non abbiano subito colto la necessità costante di questo adattamento.

Wired_Innovazione

 

Ti ha stupito lo stupore, insomma

Esatto. Ripetiamo spesso che un giornale e la sua testata sono il loro rapporto con i lettori, non solo un oggetto fisico. In un momento, peraltro, in cui gli oggetti fisici stanno perdendo centralità e importanza. Va da sé che una testata come «Wired», il cui obbiettivo è raccontare proprio questo movimento continuo, debba rimanerne al passo. Il rischio, altrimenti, è che a decidere sia il mercato. E reagire, a quel punto, è molto più difficile.

Un assetto sostenibile, stai sottolineando senza dirlo

Certo, anche se i conti non te li dico.

Eppure, tornando a Wired Next Fest, l’impressione è che invece dei grandissimi nomi delle prime edizioni, almeno in termini di popolarità, ci si stia via via concentrando sulla qualità dei contenuti. Penso a un Giorgio Moroder capace di bloccare tutta porta Venezia. È un “ridimensionamento” dovuto a una scelta editoriale, o la necessità di far quadrare i conti?

Non condivido la riflessione: non credo che il nome di Julian Assange – presente domenica 29 alle 15:30, ndr – sia inferiore a quello di Moroder.

No di certo, ma è dura possa portare 15, 20mila persone ai giardini di porta Venezia

Be’, Moroder le ha fatte perché suonava. Se annunciassimo che Assange fa un concerto in piazza Duomo, probabilmente la riempiremmo. Poi abbiamo i Subsonica, con un concerto celebrativo dei loro 20 anni di attività peraltro gratuito, cosa che da anni non facevano a Milano; ci sono Marracash e Fabri FIbra. Potrei essere smentito dai fatti, ma non me la sento di dire che i nomi scelti per questa edizione sono inferiori, in termini di richiamo, agli ospiti degli anni passati. Insomma, non abbiamo ragionato su quelli che riteniamo nomi meno eclatanti. Poi, ovvio, gusti e preferenze personali non sono in discussione.

 

A proposito, questa edizione del festival è dedicata al tempo…

Certo, il tempo è la dimensione più stravolta dall’innovazione tecnologica. Le innovazione, soprattutto quelle recenti, hanno profondamente cambiato il nostro rapporto con il tempo. La ricerca medico scientifica non fa che allungare la vita, per esempio. My Sky e Netflix non sono che strumenti in grado di cambiare il nostro rapporto temporale con i media, esautorando il controllo di un broadcaster. Oppure, per via della connessione perenne, il tempo che dedichiamo al lavoro non è più distinto dal tempo libero. Con relativi pro e contro, sia chiaro.

Motivo per cui una testata come «Wired» non può che criticizzare un nodo e cambiamenti così cruciali al giorno d’oggi.

Fino a qualche anno fa il mantra era che per capire questo mondo occorresse intendersi di economia. Oggi, al menu, si aggiunge la tecnologia. Sei d’accordo?

Be’, se oggi vuoi lavorare devi essere consapevole della richiesta crescente di competenze tecnologiche; penso a ingegneri, informatici e figure in qualche modo adiacenti a questi ambiti. Tra l’altro in un panorama in cui la richiesta di lavoro supera di gran lunga l’offerta, una situazione che gli economisti chiamano “mismatch”. Detto altrimenti ci sono molti più posti liberi che figure disponibili a occuparli.

Credi sia quindi una questione relegata alle prospettive professionali? Ricordo David Bowie dire, nel 1997, che se avesse avuto 20 anni allora, la musica non l’avrebbe interessato affatto; avrebbe invece cercato la carica innovatrice, ai suoi tempi trovata suonando, in rete o nei videogiochi…

Il fatto è che qualsiasi azienda sta progressivamente diventando in qualche modo “tecnologica”. Penso ad Amazon, in teoria niente più che un negozio, eppure con la tecnologia come proprio asset principale. Senza questa componente, non andrebbe da nessuna parte. Si potrebbero fare decine di esempi simili, a partire dai media, con «Buzzfeed» che si definisce un’azienda tecnologica. Mi sembra evidente che conoscere il linguaggio con cui oggi tutti parliamo, che è quello delle tecnologie digitali, sia un vantaggio quasi in ogni settore.

bowie gaming

 

A proposito di Amazon, con Uber è fra i partner principali di Wired Next Fest e proprio come lui è stato al centro di polemiche e proteste diffuse e articolate. Ne ricordo una, dei tassisti di Milano, scatenatasi proprio in occasione di Wired Next Fest 2014. Qualcosa di simile accadde l’anno scorso per l’invito di Leonard Menchiari, autore di un videogame contestato dal Coisp, un’organizzazione sindacale della polizia. Partnership di questo tipo hanno una valenza che va al di là del semplice legame commerciale?

No, non si tratta di scelte “politiche”. Più semplicemente sono partner che reputiamo validi e che, per fortuna, ritengono interessante lavorare con noi. Certo, il fatto che provengano o siano legati al settore tecnologico aiuta, ma con questo non è che «Wired» si intesti chissà quali battaglie ideologiche o politiche.

Detto questo, sono dell’idea che aziende come Uber o realtà come Amazon e Airbnb pongano delle questioni sulle quali vale la pena riflettere. È evidente che Airbnb offre una piattaforma per cui sia possibile per le persone sviluppare un reddito non avendo un lavoro e più facilmente di come un contratto di affitto tradizionale consentirebbe. Però non credo che questo sia un fenomeno da contrastare a suon di proibizioni o leggi. Ritengo sia più opportuno governarlo. Come giornale, intanto, la cosa che mi interessa di più è porre la questione. Sulla quale, ovvio, ognuno poi può avere un’opinione diversa.

Aveva ragione Egon Spengler, in Ghostbusers, quando diceva che la stampa è morta?

Dipende da cosa si intenda per “stampa”.

 

 

Quella tradizionale. Sei stato tu a dire che fate un giornale che tale non è.

Allora ti dico che no, la stampa non è morta perché i giornali continuano a vendere. Vero, sempre meno. Ma credo questo indichi anche di un cambio generazionale, quella cosa per cui non mi immagino i miei figli uscire per andare, con un gesto quasi eroico, all’edicola più vicina per comprarsi un quotidiano. Oggi ci si informa altrove e su altri supporti, motivo per cui immagino che i giornali del futuro dovranno essere molto diversi da quello che sono oggi. Anche solo per conservare una ragione di esistere.

Hai idea di come potranno o dovranno essere?

Sì che ce l’ho. La mia idea di «Wired» per esempio, quella appunto di un giornale che giornale non è, una pubblicazione in grado di “unire i puntini” lanciati dal sito. Se online diamo l’informazione istantanea, l’annuncio dell’ultimo ritrovato tecnologico, su carta proviamo a raccontarne il suo impatto sul mondo. Non ha più senso si conservi uno scoop per il cartaceo della mattina, o del mese successivo. Ecco, questo approccio, sì, è morto.

Racconti la tecnologia da quando avevi 20 anni: ti ritieni più apocalittico o integrato?

Sono uno che pensa che la tecnologia e l’innovazione, in generale, migliorino il mondo. E la storia conferma come sia sempre stato così; se qualche secolo fa un uomo mediamente viveva 30 anni e oggi ne vive 80 e, salvo eccezioni, tendenzialmente li vive meglio di allora, il merito va solo all’innovazione tecnico-scientifica, sia essa in campo medico o altrove.

È poi chiaro che, in un momento di forte accelerazione tecnologica come quello che stiamo vivendo, come in ogni rivoluzione alla fine si contino anche morti e feriti. Non esiste cambiamento che non comporti conflitti. Motivo per cui penso di essere un ottimista. Non idiota o acritico, ma ottimista sì.

Solo una cosa mi piace davvero poco: il modo in cui le vecchie generazioni guardano le nuove, considerando stupido il loro rapporto con smartphone e simili. Forse dimentichiamo come eravamo noi da piccoli. Onestamente non mi ricordo, ai tempi della scuola, questo profluvio di compagni intento a leggere libri o giornali, e men che meno mi pare tutti fossimo grandi intellettuali. Si andava in motorino senza casco, su una ruota. Si facevano le stesse stupidaggini, anche parecchio tempo fa. A dirla tutta, trovo che i giovani, oggi, abbiano ben più opportunità di prima e siano perfettamente in grado di sfruttarle, magari per leggere e studiare.

Sei di Roma. Lavori qui da anni. Ma dove va a mangiare o a bere un romano nella città della Madunina?

Un romano a Milano non mangia, lavora tantissimo. A parte gli scherzi, perlopiù mi servo sotto casa, vado in qualche pizzeria, ma sono posti che non meritano di essere menzionati. Ecco, mi capita di andare a bere al Vinile, un locale frequentato da parecchi miei amici. Per il resto, ho due figli. E chiunque li abbia sa quanto questo limiti la vita mondana.

E a Roma?

Uno dei miei posti preferiti è Dar Moschino, a Garbatella, in piazza Brin; ci andavo spesso anche perché a un certo punto della mia vita ho abitato da quelle parti. Essendo poi un patito di tiramisu, per me Pompi è un posto sacro.

A proposito, Wired Next Fest ospiterà sia Giuseppe Sala che Stefano Parisi per capire che idea abbiano della Milano del futuro. Tu come la immagini?

Lo chiedi a un romano. Anzi, lo chiedi a un romano che sei anni fa ha abbandonato una città in caduta libera per trasferirsi in un’altra in cui, un po’ per la congiuntura, un po’ per una buona amministrazione pubblica, un po’ per l’Expo che comunque ha creato una serie di attività interessanti, be’, a un romano che ha trovato una città migliore di quella che ha lasciato.

Per quanto lo dica con la morte nel cuore, sia chiaro, oggi non tornerei indietro. Penso che in questo momento, per i miei figli, sia meglio crescere qui. E anche per me, al di là del mio ruolo attuale.

Addirittura?

Be’ sì. Sia chiaro, Roma è più bella. Ha il clima migliore. Ma non essendo tutti turisti, occorre lavorare nella vita. E a Roma il mercato del lavoro, senza giri di parole, si muove più sulle relazioni che sui meriti. A Milano ho trovato un ambiente in cui le regole del gioco sono più chiare. Possono non piacere, ma sono quelle.

Appunto, e come sarà questa città fra 10 anni secondo il direttore di «Wired»; che cosa miglioreresti?

Guarda, sono convinto che Milano sia peggio di Roma per il primo impatto. Non tanto perché la bellezza di Milano è nascosta. Ma perché la città sembra più chiusa. E per quanto sia solo un’apparenza, per uno che si sia appena trasferito e magari, a differenza mia, senza un contesto professionale o una posizione lavorativa già chiari, può essere un problema. Per dirla in modo diverso, a Roma puoi conoscere qualcuno anche solo camminando per strada. Qui, io non conosco i miei vicini di casa. Cosa che, lo ammetto, per carattere apprezzo. Ma che può non piacere o creare difficoltà anche serie. Soprattutto se sei molto giovane e allo sbaraglio.

 

 

Bene. Per rendere più accogliente i 200 eventi in programma per Wired Next Fest 2016, consigliane gli imperdibili

Anzitutto, ogni giorno, la parte di esperienza tecnologica, una novità di questa edizione. Sarà possibile provare simulatori di volo con visori per la realtà virtuale – roba per cui si somiglierà più a Ralph SuperMaxi Eroe che a Superman, ma sarà comunque bellissimo; e poi si potranno frequentare laboratori di stampa 3d, la scuola di volo per piloti di droni, o la sala giochi vintage con i titoli che hanno cresciuto la mia generazione, da Donkey Kong a Tetris e Street Fighter, Come ho detto prima, i nomi grossi si sprecano, da Assange a Luca Cordero di Montezemolo, dai papabili sindaci affiancati alla nostra candidata immaginaria, Martina Dell’Ombra, a Stefano Sollima e Lawrence Lessing, ospiti per cui, in gergo musicale, parlerei di una line up molto buona.

Vorrei però suggerire una scorsa a tutti gli eventi, perché ci sono storie più piccole ma non meno preziose. Faccio solo l’esempio di Marco Drago, lo scienziato che ha provato l’esistenza delle onde gravitazionali immaginate da Einstein, o Matteo Cerri, scienziato che sta facendo esperimenti di ibernazione sugli animali, in pratica “congelando” il tempo degli esseri viventi, un’intuizione con ripercussioni anche etiche importanti.