Dopo aver ascoltato le voci di coloro che collaborano con Volvo Studio dall’esterno, oggi entriamo nell’ufficio dello spazio milanese, dove sono ancora allestite le stampe del progetto Eel Soup di Federico Clavarino e Tami Izko presentato lo scorso ottobre, per comprendere il lavoro che viene fatto all’interno delle strutture della grande azienda automobilistica. Volvo Studio si sta consolidando sempre di più come uno spazio culturale da tenere in considerazione nel ricco e differenziato panorama milanese, per un concerto, un talk o una performance. Ciò è avvenuto grazie ad un lavoro paziente, curato e appassionato portato avanti da Chiara Angeli e il suo team, in stretto ed efficace dialogo con i numerosi partner già presenti sul territorio.

«Volvo Studio è un posto dove vivere un momento, una bella serata, un’esperienza positiva, scoprire qualcosa, magari portarsi a casa un’idea o una sensazione.» 

 

Chiara, che formazione hai? Mi chiedo come si siano legate, a un certo punto del tuo percorso, le automobili e la produzione culturale.

Sono ingegnere, ingegnere elettronico: questa l’anomalia, poiché sono nata e cresciuta in una famiglia di umanisti. Mia madre è una grecista, mio padre magistrato, e io ho studiato al liceo classico e pianoforte al conservatorio. Però, quando ho compiuto diciott’anni, ho deciso di studiare ingegneria. Mi sono laureata a Bologna e poi ho passato un periodo a Cambridge facendo proprio l’ingegnere. Sono tornata in Italia sapendo ciò che non volevo fare: l’ingegnere. All’epoca tutto mi sarei aspettata, tranne di chiudere il cerchio della mia vita tornando nel mondo da cui sono partita.

Cosa ti ha spinta a iscriverti alla Facoltà di ingegneria?

Volevo fare la manager, la dirigente d’azienda. Le strade erano due: Economia e Commercio o Ingegneria, con indirizzo elettronico e una specialità precisa, ma non c’era ancora Ingegneria gestionale, erano altri anni, pensa che nel mio corso eravamo solo tre donne! Ho studiato, non amando del tutto quello che facevo, ma tenendo a mente, chiarissimo, il mio obiettivo. Dopo Cambridge ho vinto una borsa di studio e ho passato diciotto mesi a Berkeley, alla Business School. Però sono tornata in Italia, volevo provare a farcela qui. Ho cercato lavoro, fatto qualche colloquio, tra cui uno con Volvo, ed è andata.

Avevi una qualche passione per le auto?

No, affatto, ma quello che mi catturò di Volvo era l’atmosfera positiva che si respirava nel momento stesso in cui si entrava nella hall del quartier generale. Ho detto tante volte che più di cinque o sei anni in un’azienda non ci si deve stare, eppure io sono qui da ventisette!

Però hai ricoperto diversi ruoli, giusto?

Si, Volvo in questo è incredibile, è un’azienda che ti dà la possibilità di spaziare, io sono passata dalla logistica a fare controllo di gestione, quindi in ambito finanziario, per poi riavvicinarmi al commerciale e infine, nel 2014, ho iniziato a occuparmi anche del marketing. Non era il mio campo! Eppure ha funzionato e nel 2017 è arrivato il Volvo Studio che per me rappresentava una sfida incredibile.

Come si è sviluppata l’idea iniziale di Volvo Studio?

Nasce come un luogo di marketing non tradizionale, basato sull’ascolto del cliente, di connessione con il pubblico di Volvo. Gli incontri erano pensati per la comunità di appassionati del mondo dell’auto, per i PR, i partner, per esempio una conferenza stampa sulla sicurezza, sull’elettrico. Erano canali di espressione dei nostri valori, ma con temi molto specifici, per un pubblico già legato a Volvo. Da lì però si è partiti per ragionare su come aprirlo, su quali strumenti potessero amplificare il discorso, raggiungere pubblici differenziati.

E qui entra l’arte.

Sì, pensando a come toccare le corde dell’animo umano, sono arrivata all’arte, alla musica, al teatro… Sviluppando questa direzione di pensiero siamo arrivati a capire che, per esempio, per aprire un dialogo sul tema della sostenibilità, possiamo organizzare un evento, o una rassegna, in cui artisti e autori che operano in diversi ambiti disciplinari, portano qui e presentano i propri punti di vista sull’argomento, attraverso tutti i canali espressivi. Quello che ci guida è il mondo dal quale veniamo: i programmi nascono dal lancio di una vettura, la cui concezione e produzione racchiude dei valori, che si espandono in altre discipline.

Se dico arte, qual è la prima cosa che ti viene in mente?

Libertà. La libertà di esprimersi, interpretare, parlare… Ma penso anche alla potenza, alla forza, soprattutto quella emotiva. Durante il 2023 qui a Volvo Studio ho imparato tante cose, grazie alla libertà e alla diversità di tutti gli artisti invitati.

Come nascono i programmi di Volvo Studio?

Come ti accennavo, all’inizio c’è sempre una macchina. Quest’anno è piccola, è il piccolo suv elettrico EX30, con una prospettiva che valorizza la sostenibilità. Quindi il messaggio scelto è small is mighty, e io vorrei interpretarlo anche con una chiamata ai giovani, un forte sostegno a tutti quegli artisti e artiste che stanno muovendo i primi passi.

Che legame ha Volvo, storicamente, con la città di Milano?

Volvo ha il quartier generale a Bologna, ed è sempre stato così. A Milano c’erano dei concessionari, come in ogni altra parte d’Italia. Dopo l’Expo, siamo rimasti tutti molto colpiti da come questa città sia riuscita a rielaborare le sue energie e le sue risorse per diventare una finestra sull’Europa. Abbiamo dunque pensato a Volvo Studio qui, in questo quartiere [Porta Nuova, NdR], dove si percepisce una bella spinta innovativa.

Quindi è attraverso Volvo Studio che avete costruito un rapporto stretto con la città.

Esatto, grazie ad uno spazio aperto, accessibile, fronte strada, accogliente, dove la priorità per Volvo è restituire al pubblico qualcosa. Per questo sono fermissima sull’assenza di biglietti di ingresso. Non è un locale, ma un posto dove vivere un momento, una bella serata, un’esperienza positiva, scoprire qualcosa, magari portarsi a casa un’idea, o una sensazione.

Che tappe ha avuto questo percorso di relazione con Milano?

I primi anni sono stati spesi per cercare di dimostrare che non eravamo l’ennesima concessionaria, difficilissimo. La chiave di volta è stata capire che era necessario aprire dei dialoghi con realtà che avevano già una storia e una forte credibilità sul territorio. Lavorare con Ponderosa, con Triennale, con BAM fin dall’inizio… Ecco, i nostri partner ci hanno permesso di trovare dei canali giusti, e di costruire una rete che è molto cresciuta. Ora anche il Comune, l’istituzione per eccellenza, sta riconoscendo la nostra affidabilità e la costanza nell’essere presenti a sostenere iniziative grandi per la città, come Piano City o JazzMi. Poi, chiuso il 2023, ammetto che pensavo di aver toccato un vertice e di doverlo consolidare. Invece oggi, progettando il calendario 2024, vedo ancora un’evoluzione.

Puoi accennarmi qualcosa a proposito del 2024?

Ancora poco, ma sono fierissima, per esempio, di una mostra che sono riuscita a portare qui in collaborazione con Elisabetta Sgarbi, e che sarà inaugurata il 19 marzo 2024. Si tratta di Scerbanenco secondo FIOR, una mostra che parla di questo quartiere, e per noi che siamo qui da appena sette anni, capire com’era prima, pensare ai cambiamenti della milanesità, è importante e molto toccante. Un altro elemento che amo moltissimo di Volvo Studio, e sul quale vorrei continuare a puntare, è la partecipazione dei giovani, tra il pubblico, ma soprattutto tra gli artisti, i performer. Iniziamo con i musicisti di Piani Inclinati, rassegna in collaborazione con la Civica Scuola di Musica Claudio Abbado, proseguiamo con Viasaterna, che ci porta un’artista appena venticinquenne, Camilla Gurgone, e così via.

Chiara, sembra che Volvo Studio ti appassioni e occupi profondamente. Ma so che continui anche a seguire altri aspetti dell’azienda…

Dunque, sì, io sono Direttore Commerciale, il mio obiettivo è vendere, portare a casa i risultati, le quote di mercato, il dopovendita. Questo lo facciamo, lo so fare, e ho un team che funziona molto bene. È la mia comfort zone. Mentre con Volvo Studio torno alle origini, al mio background classico, alla cultura nella quale sono cresciuta, come un cerchio che si chiude. Ho fatto un lungo percorso, sono cambiata, e oggi sono di nuovo a contatto con l’arte, professionalmente, con un ruolo che mi permette di fare qualcosa di concreto, reale, importante. Non lavoro sola nemmeno qui, c’è Francesco Bettelli di LDB che è il mio braccio destro, la mia nemesi, con lui ho un dialogo e una sfida costante. Poi non saprei muovermi senza tutti i miei partner, ai quali chiedo con grande fiducia di costruire progetti insieme.

Ecco, ultima domanda, quali progetti ti sono rimasti di più a cuore?

Sicuramente tutto ciò che è tailor made, gli eventi e le rassegne pensate e create a partire da Volvo Studio. Ma ammetto che negli ultimi anni è sempre così! 

Ti cito però l’ultimo progetto, Ho sbagliato tante volte, che ci permette di introdurre il 2024: un o una grande artista che sceglie e ospita sul suo “palcoscenico” un o una collega più giovane, e questo percorso di condivisione si snoda attraverso la narrazione dei propri fallimenti.