India Città Aperta 2026 torna per riaccendere ed animare gli spazi esterni del Teatro India. La seconda edizione conferma la natura ibrida del progetto: teatro, musica, danza, incontri, installazioni, nuove generazioni e formati speciali convivono dentro un luogo già fortemente simbolico, quello dell’ex area industriale dell’Ostiense, con il Gazometro come presenza scenica naturale.
Il primo grande fuoco emotivo è quello acceso da Elio Germano con Teho Teardo ne “Il sogno di una cosa”, liberamente tratto da Pasolini. È uno degli appuntamenti più forti del festival perché porta all’India un lavoro che unisce parola e musica per raccontare la giovinezza di tre ragazzi friulani nel secondo dopoguerra, tra emigrazione, lotte politiche, desiderio di riscatto e disillusione. Le parole di Pasolini qui non sono memoria letteraria da celebrare, ma ferite ancora aperte: il sogno di una vita più giusta, l’urgenza di partire, la povertà come destino sociale e non come colpa individuale. Germano e Teardo lavorano su una forma essenziale, quasi da concerto civile, dove la voce diventa carne e la musica scava sotto le parole.
Altro titolo decisivo è “Tipico maschio italiano” di e con Lorenzo Maragoni, spettacolo che parte dalla fine di una storia d’amore per aprire un’indagine sulla maschilità contemporanea. Il progetto nasce da incontri, testimonianze e confronti con realtà che lavorano sui temi del maschile, della violenza, del consenso, della gelosia, della vulnerabilità e dei ruoli patriarcali. La sua forza sta nel tono: non una lezione morale, ma una confessione pubblica, ironica e disarmata, che prova a mettere gli uomini davanti alle proprie maschere. In un festival che si chiama “Città Aperta”, questo spettacolo ha un valore particolare: apre un discorso difficile in uno spazio collettivo, utilizzando il teatro come una forma di autocoscienza condivisa.
Sul versante musicale, il concerto del Piotta inaugura il festival con una dichiarazione d’identità romana, popolare e affettiva. Il tour porta in scena brani nuovi, momenti di jam session, un tributo a Primo Brown e diversi estratti dalla sua discografia, compresi pezzi entrati nell’immaginario urbano e televisivo come quelli legati a Suburra e alla romanità contemporanea. Nelle torride serate di luglio, quando Roma sembra farsi più fragile, dispersa e vulnerabile, questo nuovo progetto e i suoi spazi potranno diventare un approdo inatteso: un luogo capace di dissetare la sete d’incontro e di rinfrescare, almeno per qualche ora, anche la mente.
Scritto da Andrea Di Corrado