“Alcesti”, nella lettura di Filippo Dini, arriva al Teatro Romano di Ostia Antica come una tragedia antica che sembra avere attraversato i secoli solo per parlarci del presente. Non è soltanto il racconto di una donna che sceglie di morire al posto del marito, Admeto: è una domanda bruciante su cosa chiamiamo amore, su quanto dolore siamo disposti a nobilitare pur di non chiamarlo ingiustizia, su quante volte il sacrificio femminile viene trasformato in virtù mentre resta, in fondo, una ferita aperta.
Lo spettacolo, porta la tragedia di Euripide dentro una sensibilità pienamente contemporanea. La regia di Dini e le musiche di Paolo Fresu, costruiscono un mondo dove il mito non viene musealizzato, ma riportato in luoghi più attuali e inquieti: la casa, la coppia, il potere, la paura di morire. Il centro emotivo è Deniz Ozdogan, Alcesti vibrante e mai pacificata: una figura che non muore semplicemente “per amore”, ma entra in una zona più ambigua, dove la dedizione diventa anche accusa. Il suo ritorno dall’Ade non ha nulla del lieto fine consolatorio: è il ritorno di chi ha visto l’orrore e non può più essere la stessa. Accanto a lei, Aldo Ottobrino restituisce un Admeto fragile, colpevole non perché non ami, ma perché accetta che un altro corpo paghi il prezzo della sua sopravvivenza.
La scelta più forte della regia è proprio questa: sottrarre Alcesti alla retorica della moglie perfetta e leggerla come una tragedia del patriarcato, della delega, della responsabilità mancata. Dini stesso ha indicato nel testo una riflessione sulla società patriarcale e su una donna che torna “cambiata” dal viaggio nell’orrore. In questo senso lo spettacolo parla al nostro tempo senza bisogno di attualizzazioni forzate: basta guardare Admeto, il suo dolore sincero ma allo stesso tempo insufficiente, per riconoscere una debolezza ancora molto contemporanea. Nel teatro millenario di Ostia, questa ambiguità può trovare una risonanza speciale. Perché Alcesti non chiede soltanto di essere ascoltata: chiede di essere attraversata. Come una soglia tra vita e morte, tra amore e possesso, tra ciò che siamo disposti a perdere e ciò che non dovremmo mai permettere che venga sacrificato al posto nostro.
Scritto da Andrea Di Corrado