Una donna continua a portare dentro di sé un figlio che non vuole far nascere. Un uomo sopravvive grazie al cuore di un maiale. Un atleta diventa l’ultima speranza di una società che ha bisogno disperatamente di credere in qualcuno. Cuore di porco ci proietta nel 2067, ma bastano pochi minuti per accorgersi che quel futuro non sembra poi così lontano.
Tre storie, apparentemente separate, finiscono per intrecciarsi dentro un mondo attraversato da guerre, macchine, solitudine e metamorfosi. La fantascienza diventa allora soltanto una lente deformante attraverso cui osservare paure che appartengono già al nostro presente: il timore di mettere al mondo un figlio in un futuro sempre più incerto, il desiderio di spingere la medicina oltre i limiti biologici, la progressiva confusione tra naturale e artificiale, il bisogno collettivo di costruire continuamente nuovi idoli ai quali affidare la speranza.
La gravidanza che si prolunga oltre ogni limite diventa così un’immagine potentissima. Come si può decidere di far nascere qualcuno quando non sappiamo più quale mondo saremo capaci di consegnargli? In un presente segnato da guerre, crisi climatica e precarietà, quella maternità sospesa perde rapidamente i contorni della distopia e assume quelli di una paura terribilmente riconoscibile.
Poi arriva quel cuore. Un cuore animale dentro un corpo umano. Immagine surreale, ma anche eco di una medicina che sta già mettendo in discussione confini un tempo ritenuti invalicabili. In “Cuore di porco” la metamorfosi non riguarda però soltanto gli organi: mette in crisi l’idea stessa che abbiamo costruito dell’essere umano. Se possiamo sostituire, modificare, aumentare e prolungare indefinitamente il corpo, dove finisce la cura e dove comincia l’accanimento?
Infine, c’è l’idolo sportivo. Un corpo sul quale una comunità riversa aspettative, paure e desideri fino a trasformarlo quasi in un messia. E anche questo meccanismo ci appartiene più di quanto vorremmo ammettere: quando il futuro sembra non offrire più risposte, cerchiamo qualcuno che possa offrircele al posto nostro. Un campione, un leader, una tecnologia, qualsiasi cosa riesca per qualche momento a convincerci che esista ancora una via d’uscita.
Perché siamo già immersi in vite trascorse davanti agli schermi, affidiamo sempre più parti della nostra esperienza alle macchine e contemporaneamente chiediamo alla scienza di allungare, riparare e trasformare o conformare i nostri corpi. Abbiamo accesso a possibilità che fino a pochi anni fa appartenevano alla fantascienza, mentre sembriamo sempre meno sicuri di quale futuro desideriamo costruire. Può ancora sopravvivere la speranza in un mondo che crolla? Forse la speranza sopravvive sempre, il problema è capire a cosa siamo disposti ad affidarla. A un figlio che non sappiamo se far nascere, a un corpo che possiamo modificare all’infinito, a un campione trasformato in dio o a una macchina? O perfino al cuore di un maiale.
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Scritto da Andrea Di Corrado