Il titolo di questo spettacolo è la tanto classica quanto difficile da pronunciare (proprio in quanto tale) formula magica. Francesco Alberici dice che si è ispirato a un’opera di Cattelan, ermellino (o furetto, non saprei) accasciato su un tavolo, morente, con una pistola sotto la zampa. Qualcosa (ma cosa?) ci suggerisce che a ucciderlo sia stato un altro qualcosa, che si è provocato lui stesso.
Alberici con questo testo è arrivato alla finale del Premio Riccione, ora lo porta in una tournée primaverile in giro per l’Italia. In scena, Maria Ariis, Salvatore Aronica, Andrea Narsi, Daniele Turconi e Alberici stesso, fanno spazio a un presepe impiegatizio, alla messa in scena (in senso lato ora) del licenziamento di un giovane impiegato; tra disincanto emotivo ed economico, frustrazione, vergogna, senso di liberazione e anche libertà.
È il mondo del lavoro in cui viviamo (e non viviamo), è l’aziendalismo spirituale, la ricerca di noi stessi in parole orrifiche quali work life balance e simili, e più in generale la eco lunga e prolungata di un fallimento che è non solo generazionale, ma umano.
Scritto da Marina Zucchelli