Atto primo. È il 1992, Bill Orcutt ha trent’anni conosce la batterista cubana Adris Hoyos – che poi diventerà sua moglie – e insieme a lei fonda gli Harry Pussy. Fanno un casino della madonna: mischiano punk, noise, blues, impro-jazz, no-wave e sono (quasi) inascoltabili. (Quasi) inascoltabili ma potentissimi, tant’è che i Sonic Youth li adocchiano e li portano in tour con loro. Vanno avanti con le orecchie sanguinanti fino al 1998 circa.
Atto Secondo. Bill si prende una pausa di quasi dieci anni, pulisce il suo suono, lo trasforma in una sorta di raga-blues-minimalista, lo tiene sempre a bassa fedeltà e lo fa marciare sempre in maniera decisamente sghemba, ma ha capito che può ricominciare a fare album e ad andare in tour, anche da solo. Nel 2009 escono “A New Way To Pay Old Debts” – titolo eccezionale per sugellare un ritorno sulle scene – per la sua etichetta Palilalia e “How The Thing Sings” per la sempre encomiabile Mego.
Atto Terzo. Bill non si ferma più. Crea una sua seconda label, Fake Estates, fa uscire decine di dischi che sono uno più bello dell’altro e si aprono ancora di più alla melodia -“Music In Continuous Motion” l’ultimo in ordine cronologico, uscito appena qualche settimana fa – collabora con tantissimi musicisti, tra cui spicca la batteria impazzita di Chris Corsano, si concede di incidere in trio un album con due mostri sacri quali Steve Shelley (Sonic Youth) ed Ethan Miller (Comets On Fire) e orchestra addirittura un Guitar Quartet insieme a Wendy Eisenberg, Ava Mendoza, e Shane Parish (con relativo, stupendo, disco).
Un monumento della sperimentazione e avanguardia statunitense, che quest’anno si è concesso anche lo sfizio di fare uscire sempre sulla sua Palilalia uno dei dischi più chiacchierati in assoluto del 2026: “Autechre Guitar”, una riproposizione di dieci brani degli Autechre in chiave minimal-folk firmata da Shane Parish, uno dei membri del Quartet. Sublime, come tutto quello che Bill tocca e trasforma.
Scritto da Nicola Gerundino