“Less is more” è uno dei mantra estetici ma anche tecnici di diverse correnti artistiche e di tanti progetti musicali, con alcuni generi come il punk, il lo-fi, l’elettronica minimale o ambient che lo hanno messo in luce più e meglio di altri. I fratelli “meticci” Alejandro (chitarra e lap steel) ed Estevan (chitarra e percussioni) Gutiérrez, madre ecuadoriana e padre svizzero, hanno senza dubbio abbracciato appieno questo modo di fare musica fin dagli esordi pur non rientrando in nessuno dei generi appena citati.
La scelta mirata verso un suono essenziale, dal forte sapore cinematografico, con il Morricone “western” come maestro supremo, e delle chiare radici latin ma aperto di tanto in tanto anche verso altri angoli, più o meno remoti, del globo. Il tutto senza proferire una parola, “hush hush” come avrebbe sussurrato Danny DeVito in “L.A. Confidential”, perlomeno durante l’esecuzione dei brani. Un perfetto punto d’incontro tra la chitarra global dei Khruangbin, le atmosfere tex-mex dei Calexico e la misteriosa introspezione di José González.
Lo stesso per il look, ricercato e curatissimo (camicie, cappelli, accessori), che ama citare e giocare con le origini del duo e con i luoghi reali e ideali che la loro musica vuole evocare. Attivi dal 2015, dopo un poker di interessanti album autoprodotti e i primi consensi è arrivato l’incontro decisivo con Dan Auerbach (Black Keys) che li ha presi sotto la sua ala protettiva, diventandone il produttore e pubblicando i loro album da “El Bueno y el Malo” (2022) al prossimo “Los Ojos Del Cóndor” in uscita a settembre, per la sua etichetta, la Easy Eye Sound. La visibilità e viralità crescono oltremodo tanto da partecipare ad alcuni dei festival più seguiti e ambiti come Montreux, Bonnaroo, Newport, Pitchfork, Sziget, Mad Cool e, ovviamente, Coachella.
La decisione di aver optato per la soluzione indoor, in sala Santa Cecilia, per il loro debutto romano è quantomai lungimirante al fine di apprezzare al meglio e senza distrazioni (rumori di fondo o agenti esterni) gli intrecci chitarristici del duo, le dinamiche e le sfumature, le atmosfere cangianti ma sempre sul filo di un’ideale malinconia verso qualcosa che abbiamo perduto o forse solo sognato.
Scritto da Matteo Quinzi