Una cosa è innegabile: Milano è una calamita culturale. Non sto parlando del solito turismo, ma di persone che vengono qui per fare progetti, aprire spazi, espandersi o addirittura trasferirsi, e spesso con esiti brillantissimi. L’inaugurazione della mostra di Rosa Barba da Vistamarestudio a settembre è stato un evento pazzesco, c’erano tutti come si suol dire, eppure la galleria di Pescara ha aperto accanto al nuovo Dry solo pochi mesi fa. Federica Schiavo ha lasciato a Roma solo la parte amministrativa, ormai è radicata qui, e da poche settimane la bella galleria berlinese di fotografia Podbielski ha aperto dietro Cadorna.

La prima e più monumentale migrazione a Milano, tra i presenti, fu quella da Napoli di Lia Rumma (che però mantiene forte la sede campana), che si è espansa dalla piccola sede di via Solferino a una specie di castello in via Stilicone, riuscendo prima a fare quello che nessun milanese aveva fatto: il progetto delle Torri di Kiefer nel primo nucleo di quello che poi sarebbe diventato il Pirelli HangarBicocca.

Francesca Minini è una galleria a sé rispetto a Massimo Minini da Brescia, ma fatto sta che ha aperto a Milano. Ancora da Napoli ci sono Raucci/Santamaria e Mimmo Scognamiglio, da Palermo Francesco Pantaleone, da Trento la Galleria Boccanera affitta uno spazio in via Ventura per delle mostre e da Roma affluiscono i giovani di Kura e di Wunderkammern.

Last but not least, dentro un pittoresco cortile di via Tortona, Martina Simeti ha inaugurato il proprio omonimo spazio dedicato al rapporto tra arte concettuale e arte applicata. La sua storia non è propriamente quella del trasferimento di una galleria, ma rappresenta comunque il ritorno di una vita nomadica (africana, romana, parigina) a Milano con una precisa volontà di aprire uno spazio, una forma di ricerca, la fondazione di un’impresa che solo qui poteva avere senso.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2018-10-16