Bar ai Nomboli

Zero qui: si sbafa i paninazzi, declamando versi del Goldoni.

Bar

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Bar ai Nomboli Rio Terà dei Nomboli (San Polo), 2717/C
Venezia

Cucina

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Prezzo

Scritto da Frances June il 8 gennaio 2020

L’abito non fa il monaco, recita l’antica massima dei saggi jedi. La Forza del Bar Ai Nomboli è tutta nella sostanza. Così la scelta dei panini, assemblati al momento, richiede tempo, concentrazione, misticismo. Sono circa 100 gli abbinamenti proposti, incisi in targhe di legno appese dietro il bancone o elencati nel menu, che vi sarà proposto sotto forma di “tavola” che sembra evocare quelle di biblica memoria. Non avrai altro panino al di fuori di me. E, anche se il prezzo è un po’ al di sopra della media (7 euro circa), chi se li scorda più: bresaola, stracchino, salsa di ortiche; porchetta, peperoni, senape, fichi; manzo di arrosto, radicchio alla griglia, mozzarella; pere, stracchino e crudo; zucca, radicchio, funghi, musetto; roastbeef, broccoli e pecorino; zucca, gamberoni, salsa tartufata e porcini. Amen.
Anche i tramezzini, incoronati d’alloro nel 1991 – lo ricorda un diploma esposto in mezzo all’horror vacui del bar – meritano una menzione d’onore: pane a cassetta fresco, verdure grigliate in cucina, salumi di qualità e poca maionese. (N.d.R. lo sappiamo bene, noi intenditori gourmet di questa sfiziosità veneziana? mestrina? torinese?, che uno degli elementi che distingue un cattivo tramezzino da uno buono è il quantitativo di salsa. La salsa è la maschera di un’assenza. Memento!).
I tavolini all’interno e nel plateatico esterno sono spesso occupati da chiassosi locals, amici dei gestori, o da lavoratori che hanno eletto i Nomboli come luogo prediletto per le pause pranzo. L’aspetto poco cool del bar non attrae invece i turisti che di certo non fanno la calca per entrare. Una bruttezza pianificata per mantenere la purezza primigenia? E allora facciamo pure un passo indietro. Che tra calli e campielli c’è sempre molto da raccontare.
La toponomastica veneziana, infatti, la sa lunga. Rio Terà dei Nomboli, un tempo canale d’acqua poi interrato, ci racconta dell’antica presenza di un bechèr (macellario, ndr) un po’ splatter, solito a esporre fuori dal suo negozio i nomboli, cioè i quarti posteriori del bovino appena macellato. Secondo altre fonti, invece, il toponimo ricorda una fabbrica di micce per cannoni, i cosiddetti cai di corda o nomboli, per l’appunto. Tra le due ci piace adottare l’ultima possibilità, la più incendiaria: l’eco dell’esplosione che poteva innescarsi dall’accensione del cordoncino infiammabile qui prodotto risuona oggi nelle nostre fauci quando, in pausa pranzo, addentiamo un panino del Bar ai Nomboli. È un posto a cui non rivolgereste mai i vostri occhi affamati e, se capitasse, vi girereste dall’altra parte. Anonimo, démodé, stagionato. Ogni cosa sembra rimasta immutata da decenni: arredamento anni ’80 di legno effetto plastica, tovaglie di cangiante broccato, ripiani di marmo direttamente dalle cucine delle nostre nonne, scudetti della Juve, fotografie, cartoline di deretani in stile colpo grosso.
La forma, qui, non è certo l’imperativo categorico. E anche la gestione, di Mariella e famiglia, sfugge alle regole di affabilità prescritte dal galateo o semplicemente dalle strategie di customer loyalty: pochi convenevoli, pochi sorrisi, muso duro e bareta fracà. “Faccio un brindisi” declama Mirandolina nella Locandiera di Carlo Goldoni, il quale abitava proprio a due passi da qui “Un brindisi che m’ha insegnato mia nonna. Viva Bacco, e viva Amore. L’uno e l’altro ci consola”. E, aggiungiamo noi, viva i Nomboli e i suoi panini, uno spaccato di sostanza e genuinità paesana fuori moda. Questo, in una Venezia sempre più di plastica e glitter, ci consola. Cin cin.

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