Benvenuti al Quadraro

La ricetta autoprodotta di un quartiere che non abbozza, capace di riunire in sé contraddizioni urbane e un'anima che resiste alle influenze gentrificatrici esterne

quartiere Quadraro

Scritto da Roberto Contini il 5 marzo 2021

Foto di Alberta Cuccia

Nel vasto e popoloso sprawl urbano che si estende ai lati di Via Tuscolana, la questione identitaria per i residenti è sempre stata complessa. Chi abita, cresce e nasce in questo quadrante di Roma – perfettamente disposto sulla bisettrice che separa idealmente il Sud dall’Est – sviluppa sin dai primi approcci una sorta di doppio passaporto: il primo viene mostrato ed esibito all’interno dei confini di quello che era il Municipio X, un altro invece viene usato all’esterno per rispondere all’apparentemente semplice domanda “di che zona sei?”. Quei due chilometri solcati dai treni arancioni della metro A da Porta Furba a Subaugusta creano l’immaginario del “Tuscolano”, termine cappello che comprende un mondo che è tutto tranne che omogeneo, se non nella devastante logica costruttrice delle file dei palazzi che si stagliano a perdita d’occhio fino al Raccordo. Ma chi vuole saperne di più deve necessariamente andare oltre, perché, nonostante i confini fluidi e abbastanza labili, ci sono mille realtà diverse: Cinecittà, Cecafumo, Appio Claudio, Don Bosco, Lamaro, San Policarpo, ognuna importante e con le sue specifiche caratteristiche. Nessuna, però, con i crismi particolari e univoci del Quadraro.

Foto di Alberta Cuccia
Foto di Alberta Cuccia

Per chi proviene da queste parti, il significato del Quadraro è legato a quel tratto di Via Tuscolana che si inerpica verso il centro all’altezza della Porta Furba. Una porzione di strada che, pur avendo due sensi di marcia, è da sempre chiamata “Salita der Quadraro”, come se fosse l’uscita dalla periferia e quindi necessariamente un percorso in salita, da guardare con una prospettiva che parte dal basso. Qui c’è anche il primo insediamento urbano della zona, con il resto dell’abitato che è letteralmente esploso intorno ai primi villini a due piani grazie a metodi edilizi che hanno avuto bisogno di piani regolatori con molta fantasia e particolare connivenza. Tuttavia, mentre negli anni Sessanta i palazzinari facevano scempio di ogni logica relativa alla densità abitativa fino ad arrivare agli studios cinematografici, al Quadraro ci si era messi in testa che gli acquedotti di Tor Fiscale non fossero poi tanto male per fare da sfondo a una nuova comunità abitativa, e si è riusciti a mantenere una conformazione non troppo dissimile da quella originaria: quella via di mezzo tra borgata e avamposto dell’agro romano del primo Novecento.

Nella Roma occupata del 1944, per salvarsi dalle persecuzioni naziste il detto indicava solo due possibili rifugi sicuri: il Vaticano o il Quadraro

Il quartiere nel tempo ha resistito. Non ha “abbozzato”, come è abitudine del posto, tanto da diventarne quasi un sottotitolo ufficiale: d’altra parte, se non c’erano riusciti i nazi-fascisti a sradicare il Quadraro, che paura potevano fare dei costruttori che ritenevano opportuno tirare su palazzi di nove piani appena accanto a delle villette con cortile interno? Già, perché la fama di “quartiere che non abbozza” il Quadraro se l’è guadagnata in maniera tragica, quando, nella Roma occupata del 1944, per salvarsi dalle persecuzioni naziste il detto indicava solo due possibili rifugi sicuri: il Vaticano o il Quadraro, che per la sua inespugnabilità si meritò anche l’altro soprannome con cui è conosciuto ancora oggi: Nido di Vespe. La Resistenza assunse poi toni atroci con il famigerato rastrellamento dell’aprile ’44, quando oltre novecento abitanti del quartiere vennero deportati in Germania per rappresaglia alla loro volontà di non collaborare con l’occupante.

Facile intuire come un’animo del genere faccia sentire automaticamente parte di qualcosa. Un lasciapassare identitario che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni: dal verde degli acquedotti e dei parchi fino al “boomerang” di Largo Spartaco, il Quadraro è un posto di accoglienza e libertà di espressione, in cui basta mettersi nel giusto stato mentale per sentirsi a casa: che si faccia parte di una famiglia quadrarola da generazioni o si sia arrivati l’altro ieri da un qualsiasi altro angolo del mondo. Non può essere un caso, infatti, che il quartiere abbia visto crescere Mario Schifano e dato i natali anche a Renato Mambor – autonominatosi “er mejo tacco der Quadraro”, perché una sana tendenza all’autocelebrazione non è mai mancata da queste parti – entrambe esponenti dell’arte avanguardista, come non è un caso che a Via dei Quintili e dintorni siano apparsi lavori di Lucamaleonte, Gary Baseman e Ron English, per citare tre dei tanti artisti che hanno partecipato al progetto di arte urbana M.U.Ro.

Il Quadraro è un posto di accoglienza e libertà di espressione, in cui basta mettersi nel giusto stato mentale per sentirsi a casa.

Negli ultimi anni il Quadraro ha respinto anche l’assalto tentacolare della gentrificazione, che voleva farne il nuovo Pigneto o la nuova Trastevere: le attività commerciali che hanno ridato nuova linfa al quartiere nei primi anni Duemila hanno capito questo spirito e hanno trovato modo di interagire a perfezione con la comunità. Locali come il Grandma o il Sottosopra si sono integrati nel tessuto sociale del quartiere e lo stesso humus è stato trasposto anche nelle zone subito adiacenti – quello che era il primo nucleo ora è noto come “Quadraro Vecchio” – nonostante l’apparente contrapposizione tra i villini di Via dei Quintili e i palazzoni dell’Ina Casa di Largo Spartaco, il cui spazio esterno è diventato un naturale aggregatore per feste di quartiere, un punto di ritrovo estivo o semplicemente uno dei pochi posti dove il parcheggio non rischia di trasformarsi in un incubo ferale.

Foto di Alberta Cuccia
Foto di Alberta Cuccia

Il traffico è uno degli aspetti che in questa zona fa decisamente prevalere la mentalità del “basta che se po’ anna’ a piedi” e questo nel tempo ha consentito al quartiere di rimanere vivo: il bacino d’utenza del Quadraro è talmente vasto che non c’è necessità di risposte che non vengano dagli stessi abitanti – anche perché, a forza di aspettare le istituzioni, l’auto-organizzazione diventa quasi un automatismo. Con una base e un supporto simile si diventa necessariamente grandi, basta vedere il successo della Quadraro Gym e dei suoi titoli nazionali nel pugilato o l’impatto di una realtà storica del tifo calcistico come i Fedayn, così come le produzioni firmate Quadraro Basement o l’eco delle battaglie della casa delle donne Lucha Y Siesta, che ha superato ogni possibile confine. E che questo sia un modello vincente lo dimostrano inaspettatamente anche i ristoranti cinesi della zona: senza doversi qualificare come una copia delle Chinatown internazionali, hanno capito che qui possono proporre sapori non edulcorati e non massificati, portando in un chilometro quadrato cucine regionali, dim sum e hot pot.

La riqualificazione, con i suoi rischi di omologazione, viene quindi tenuta sotto controllo affinché vada veramente a beneficio di un quartiere che comunque presenta ancora diverse problematiche: gli spazi culturali, nonostante qualche lodevole eccezione come Garage Zero o Teatro Kopò, sono sempre troppo sparuti, l’inquinamento impatta sulla qualità della vita e i servizi pubblici sono quelli che sono. Ma almeno si sa che le risposte, per quanto difficili e complesse, vanno cercate internamente. D’altra parte, dopo che ha resistito ai tedeschi, ai palazzinari e alla gentrification, credete davvero che il Quadraro voglia abbozzare proprio adesso?