Dan Lerner

«Il vino è elemento vivo. La sua composizione chimico­analitica può cambiare nel tempo con l’evoluzione ed è proprio questo il fascino di questa “bevanda degli Dei”»

Scritto da Simone Muzza il 11 febbraio 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Dal 21 al 23 febbraio al Palazzo del Ghiaccio di Milano andrà in scena Live Wine, Salone internazionale del vino artigianale con piccoli e grandi vignaioli italiani e europei. Ma che cos’è un vino artigianale? Dopo aver intervistato direttamente alcuni dei produttori coinvolti, oggi ne parliamo con Dan Lerner (Milano, 1957), che cura la parte “Live Wine Night”, ossia il Fuorisalone di Live Night in giro per alcune delle migliori enoteche milanesi.

Hai un ricordo d’infanzia legato al vino?

Il “rito” dell’aperitivo a casa dei nonni, accompagnato da mandorle tostate home made e piattini di verdure fresche: era un momento immancabile, il loro ritrovarsi a fine giornata. Allegria, affetto, e io avevo diritto ad un minimo assaggio, i primi intingendo solamente un dito. Mi ha insegnato che un bicchiere è festa quotidiana.

Ti sei sempre occupato di vini?

Sono laureato in Scienze Agrarie ma nella prima parte della mia vita professionale non mi sono occupato di vigna e cantina (anche se nell’esame di viticoltura ho preso 30 e lode!­). Ho molto vissuto e molto viaggiato nel Sud del mondo occupandomi di progetti di sviluppo agricolo tra Africa, America Latina e Asia. Quando ho scelto di cambiare, il passo naturale è stato cercare di riunire passione e lavoro.

Quando ti sei appassionato al vino? E a quello artigianale: quando e perché?

Ho sempre bevuto con curiosità e attenzione e già più di trent’anni fa – la parola “enoturismo” non era stata ancora inventata­ – amavo visitare cantine, conoscere le persone dietro una bottiglia, assaggiare con loro: sono sempre stato accolto con una cortesia e apertura tali che mi hanno convinto che questo fosse in gran parte un mondo di belle persone. I miei primi passi pensando al vino anche come ad una attività professionale li ho mossi in vigna e in cantina accanto a Fabrizio Iuli in Monferrato (devo moltissimo a lui e a chi mi ha spinto e aiutato nei miei inizi). Lì ho vissuto direttamente il significato di viticoltura artigianale, sana, sostenibile, prima ancora e al di là di ogni pur sacrosanta certificazione. E da lì, come attore professionale o consumatore attento, non si torna indietro.

Come si diventa “l’uomo del vino” di tantissimi bar e ristoranti in città?

Con onestà, competenza, serietà. Con attenzione ai bisogni ed alle specificità di ogni cliente. Dimostrando che si conosce davvero ciò di cui si parla, e poi facendo davvero quello che si dice.

Puoi presentarci Live Wine Night? Quali sono i locali coinvolti?

L’idea è di consentire una naturale prosecuzione delle giornate del Live Wine: una festa seria del vino buono. Facilitare l’incontro tra persone – visitatori e produttori­ che amano il vino. La sera in maniera più concentrata e che consenta a entrambi uno scambio più diretto di quello, giocoforza più breve, possibile durante la manifestazione. La scelta è stata di non organizzare troppi “eventi”, in modo da consentire a un “appassionato volonteroso” di frequentarne anche parecchi in ogni sera. I locali sono tutti luoghi che al vino artigianale dedicano con passione la loro attenzione; la maggior parte sono nell’area della città più vicina al Palazzo del Ghiaccio, sede di Live Wine, per rispetto nei confronti dei produttori: una giornata in “fiera” è – credetemi­ – bella ma massacrante: in questo modo potranno rientrare in albergo, un doccia, e via di nuovo a mescere e raccontare! Il programma verrà pubblicato e via via aggiornato sul sito, sulla pagina Facebook e via Twitter.

Naturale, biologico, biodinamico, artigianale… Le definizioni sui vini si sprecano, e il consumatore è sempre più confuso. Tu come la vedi? Che cos’è un vino artigianale per te?

Il sostantivo che io amo anteporre a questi aggettivi è “produttore” e non vino. Il vino è il prodotto delle idee, dall’esperienza, dalla capacità del vignaiolo. È per me importante che il vignaiolo sia in grado, per competenza e dimensioni d’azienda, di seguire tutte le fasi produttive, da quelle tecnico­agricole a quelle di vinificazione. È il controllo del ciclo produttivo completo a definire per me l’artigianalità di una cantina, e ciò consente ai vini di riflettere la personalità di chi li fa. Che poi siano più o meno buoni, questa un’altra cosa e sta ai nostri palati il riconoscerlo o meno. Le certificazioni sono importanti, ma il discorso è troppo serio e complesso per affrontarlo in poche battute: qui mi limito a dire che per me prima e più importante di queste vi è l’etica e l’onestà del produttore.

Ma un vino artigianale è migliore a prescindere di uno industriale? O è solo più sano? E poi, sei sicuro che zolfo e rame sono più sani per l’organismo?

In termini generali un vino artigianale ben fatto – ripeto: ben fatto­ – è migliore, sì. Tende ad avere maggiore complessità, carattere, ad essere più interessante. È fatto, o dovrebbe essere fatto, innanzitutto per il gusto, l’orgoglio, il piacere di chi lo produce e le esigenze commerciali, sacrosante e necessarie, vengono dopo. Subito dopo, ma dopo. Riguardo alla salubrità ripeterò quanto detto prima: troppo complesso per dire un sì o un no in due battute. Ma diciamo che meno prodotti esogeni sono aggiunti a quelli naturalmente presenti in qualunque alimento, meglio e più sano è. Questo vale per il vino come per il pane o il latte e tutto quello che introduciamo nel nostro corpo per nutrirci.

La maggior parte dei vini sul mercato sono prodotti con diserbanti, concimi di sintesi, pesticidi, ingredienti di originale animale… Sei favorevole a una normativa che costringa i vignaioli a scrivere tutto quello che c’è nelle bottiglie e come viene ottenuto il vino? Perché? In caso affermativo, pensi sia un traguardo raggiungibile in tempi brevi?

L’argomento è complesso per un motivo molto bello: il vino è elemento vivo. La sua composizione chimico­analitica può cambiare nel tempo con l’evoluzione ed è proprio questo il fascino di questa “bevanda degli Dei”.

Ti sei fatto un’idea sulla presenza del mondo del vino a Expo 2015?

Per quel che ho sinora potuto vedere è dominante la presenza di grandi gruppi e grandi marchi. È anche una questione economica a causa dei budget richiesti per una presenza interna e ufficiale. Quanto all’Expo, confido in un “Fuori­Expo” vivace, quanto al futuro confido nello sviluppo organizzativo di associazioni di piccoli produttori, in Francia per esempio sono parecchio più avanti, capaci di presentarsi come un unico poliedro ricchissimo di sfaccettature.

3 bottiglie che porteresti sulla Luna.

Troppo poche.

Cosa bevi a parte il vino? (ah questa forse la so: i Martini Cocktail di Frog)

La prima che hai detto! E anche un po’ d’acqua, ma mai in pubblico (ho una reputazione da difendere…).

Cosa significa per te bere responsabilmente? Bevi tutti i giorni?

Bevo tutti I giorni sì, per piacere e per lavoro, che nel mio fortunato caso si sovrappongono. Bere responsabilmente significa essere molto capaci di conoscere e riconoscere il proprio corpo e le proprie sensazioni. Non giungere al limite e all’eccesso. Non mettere mai nè in pericolo nè in imbarazzo gli altri.

E se ti è capitato di non bere responsabilmente, qual è il rimedio per una sbronza?

Si dice che la prevenzione sia la miglior cura, e questo vale anche per il vino. Bere vino buono e ben fatto è fondamentale anche riguardo a questo: se ti bevi due o tre bottiglie in una sera – amo dire spesso­ “vai via storto” e su questo non ci sono dubbi -, è la mattina dopo che ti accorgi della differenza.