Jonathan Bazzi

Il finalista del Premio Strega che è soprattutto un ragazzo di Porta Venezia

Scritto da Giada Biaggi - foto dell'autrice il 2 luglio 2020
Aggiornato il 6 luglio 2020

C’è una linea (non troppo sottile) che unisce Pier Vittorio Tondelli, Jonathan Bazzi e Chadia Rodriguez. Non so bene che colore abbia ma passa per Milano, la taglia in un qualche modo asimmetrico, e rivendica il suo diritto di permanenza nomadica in città. È una linea che vuole raccontarsi da sola, nei suoi zig zag e moti idiosincratici; è una linea giovane e snella – se ci si avvicina la si scopre come un tessuto di parole inzuppate di sperma, cocktail rovesciati e il sudore che si è felici di avere sul corpo quando si è smesso di ballare o di fare l’amore. Febbre (2020, Fandango Libri) è valso a Jonathan una candidatura al Premio Strega di quest’anno – si tratta di quella che i critici chiamano autofiction; a me piace definirla come una biografia letteraria senza foto e senza like. Una tangenza perpetrata al proprio io sincrona a una trascrizione sincopata della propria emotività. Il poetico tentativo della letteratura nel rivendicare la sua cittadinanza nel magma digitale, un test contraccettivo all’ecatombe della disattenzione perenne nei confronti della complessità.

Porta Venezia rappresenta per me la libertà, un colore o forse tutti i colori, i primi appuntamenti, gli aperitivi infiniti

Abbiamo incontrato Jonathan a Porta Venezia quelle che lui considera il suo quartiere anche se vive all’Ortica ed è nato a Rozzano.  Ci siamo dati appuntamento al Mc Donald’s di Porta Venezia, versione postmoderna e postcovidiana del caffè letterario; Jonathan arriva con il suo ragazzo; indossa una camicia colorata aperta e degli occhiali con lenti rosse; non so perché ma mi balena per un attimo in testa l’immagine di Willy, il principe di Bel-Air in un’aula universitaria. Da Jonathan ci siamo fatti raccontare questo spaccato di centro tra un caffè shakerato e uno Spritz in Via Lecco, facendoci raccontare il perché di quel suo, di quell’aggettivo possessivo declinato al maschile di fianco a quel quartiere e associato alla sua persona. Per dirla con una tautologia marzulliana: Jonathan sei un ragazzo di Porta Venezia o Porta Venezia è la tua ragazza?

Jonathan da Radice Tonda, uno dei suoi bistrò bio preferiti

 

Bigino del libro, vai.

Il mio libro ha una struttura a capitoli alternati, le storie parlano dello stesso protagonista che porta il mio nome. Da una parte c’è l’infanzia e l’adolescenza trascorse a Rozzano, un paese all’estrema periferia sud di Milano ricolmo di case popolari; dall’altra parte un arco temporale molto più contratto – siamo a Milano nei primi mesi del 2016 quando mi è comparsa una febbre che non è più andata via. Questa febbre in un tempo ancora più contratto si è trasformata in una diagnosi e io ho scoperto di essere sieropositivo.

Se Porta Venezia fosse un film che film sarebbe?

Una commedia con al centro il gioco e le interazioni tra le identità.

Se fosse una canzone?

Una canzone di Ghali, anche se è nato e cresciuto a Baggio (ride).

Cosa ne pensiamo del nuovo video di Ghali da Supreme?

In un superlativo assoluto, direi bellissimo.

Se Indro Montanelli fosse vivo cosa gli diresti oggi?

Che avrebbe tempo e modo di chiedere scusa alle minoranze offese.

Il tuo primo ricordo legato a Porta Venezia?

Risale all’infanzia, qui ci lavorava mio papà che pattugliava la zona quando ero  bambino. Oggi per me Porta Venezia rappresenta per me la libertà, un colore o forse tutti i colori, i primi appuntamenti, gli aperitivi infiniti.

Come frequentare questo quartiere ha influenzato la tua scrittura?

Si tratta di un rapporto quasi tattile. Io ho camminato e cammino tanto in queste vie; e il camminare è un qualcosa che per me ha una stretta connessione con il riflettere, con l’osservare – insomma con tutto quel claudicare con la mente che è propedeutico poi alla scrittura.