Gabriele Mainetti

Il regista è a Milano per presentare Edison for Nature con Andrea Segre

Scritto da Nicola Gerundino il 23 febbraio 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Gabriele Mainetti, reduce dal successo, nelle sale e ai David di Donatello, della sua opera d’esordio “Lo chiamavano Jeeg Robot” e il documentarista Andrea Segre presentano “Edison for Nature”: un progetto di cinema collettivo per raccontare l’energia, l’uomo e la natura, attraverso gli occhi di ognuno di noi. Potrà partecipare chiunque abbia un’idea e una storia da raccontare su temi green che verrà valorizzata grazie al contributo dei registi Mainetti e Segre. A moderare l’incontro sarà Piera Detassis, direttore di “Ciak”, interverrà anche Andrea Prandi, direttore Relazioni Esterne e Comunicazione Edison.

Qualche settimana fa, in un’intervista – questa – realizzata in occasione della pubblicazione del volume a fumetti Astrogamma, avevamo discusso con Lorenzo Ceccotti, il suo autore, di cosa voglia dire e quanto possa essere credibile una storia fantascientifica ambientata a Roma. Con l’uscita di Lo chiamavano Jeeg Robot l’asticella si è alzata ulteriormente e tanto, se non altro perché l’eco del grande schermo è molto più profonda e risonante. Non a caso il film è quello con più candidature, 16, ai prossimi David di Donatello, che verranno assegnati domenica 18 aprile.
Ma veniamo alla pellicola: un delinquente disgraziato di Tor Bella Monaca si tuffa nel Tevere per sfuggire a un inseguimento, si trova in apnea circondato da barili di materiale tossico e, come nella migliore tradizione dei comic americani, la cosa gli conferisce una forza sovrumana. Cosa se ne farà Enzo Ceccotti – interpretato da Claudio Santamaria – di questi superpoteri e a chi daranno fastidio lo scoprirete guardando il film, che tornerà in sala appena dopo l’assegnazione dei David. In questa intervista con il regista di Lo chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Mainetti, abbiamo voluto invece parlare del coraggio necessario a pensare e a farsi finanziare un film fantastico ambientato a Roma, e di come una città abituata alle sequenze da cartolina in vespa si possa adattare a persone che sfondano i muri con un cazzotto.

Zero – Iniziamo dal principio: com’è nata l’idea di Jeeg Robot?
Gabriele Mainetti – Collaboro con lo sceneggiatore Nicola Guaglianone da parecchio, lo conosco da quando avevo 19 anni, dai tempi dell’Anac, dove insegnava Leonardo Benvenuti, uno dei più grandi sceneggiatori che abbiamo avuto e che, con De Bernardi, ha scritto quello che ha scritto. Da lì è nata la nostra amicizia, che si è trasformata in collaborazioni come Basette e Tiger Boy.

 

Pensavamo da tempo di scrivere questo benedetto lungo, finché nel 2009 abbiamo iniziato a parlare di un pazzo che si travestiva da supereroe. Al che Nicola ha detto «Famovolo davvero!». Gli risposi che era pazzo. Però poi questa paura è finita, lui ha buttato giù il primo soggetto – datato dicembre 2010 – e poi niente, sapevo che dovevamo tenerci più ancorati possibili alla nostra realtà per renderlo credibile e ho cercato produttori a destra e a manca. Rai Cinema mi ha dato fiducia, ho inserito nel team anche Menotti, che è stato un fumettista di Frigidaire fino al 2005. Da lì l’avventura, che è durata due anni e mezzo. Girare con un soggetto assurdo come questo e poi leggere tutti questi articoli fomentati mi fa pensare che per tutto questo tempo non c’avete capito una mazza!

C’è stato un supereroe di riferimento nello scrivere il soggetto? Diciamo che di supereroi che vanno in giro a sradicare bancomat non ce ne sono molti…
Ecco, è proprio questo il punto. Noi volevamo tenerci ancorati al reale: se tu scrivi bene un personaggio e gli metti davanti degli ostacoli e dei vantaggi lui agisce di conseguenza. Per noi la grande domanda era cosa se ne potesse fare dei super poteri un delinquentucolo di Tor Bella Monaca, senza una lira manco per comprarsi un budino alla vaniglia, che è l’unica cosa che gli dà piacere, e sta ancora con le videocassette porno. Quel personaggio sradica un bancomat; viene quasi spontanea come idea di sceneggiatura.

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A questo punto ti devo chiedere se sia nata prima la volontà di raccontare Roma e avete utilizzato un supereroe come strumento narrativo per farlo, oppure se volevate raccontare un supereroe e l’avete inserito a Roma per renderlo più credibile.
Sai, Roma è una realtà che appartiene tanto a Nicola, non tanto a Menotti che è di Vasto. Roma è la nostra cifra, c’è possibilità di citazione a destra e a manca, anche se sarei curioso di sperimentare altri posti. A me fanno incazzare tantissimo quelle frasi che escono ogni tanto: «Dobbiamo stare attenti perché è troppo romanocentrico». Magari hanno ragione, ma la cosa che mi dà fastidio è la parola, “romanocentrico” come egocentrico, come fossimo quelli che parlano soltanto dei cavoli loro. Prendi Lea di Marco Tullio Giordana: è girato per un terzo in calabrese, ma ha lo stesso un respiro ampissimo, è un prodotto per la televisione, ma quando lui fa un prodotto per la televisione potrebbe andare benissimo anche per il cinema. Se il microcosmo lo racconti bene, non giudicandolo, non forzandolo, non gingillando nelle cose, può essere addirittura internazionale.

Qual è il tuo rapporto con Roma?
Amore odio. Come fai a non odiarla e come fai a non amarla? La ami perché è Roma, la odi perché è un posto gestito male. L’Italia mi fa incazzare in generale, non a caso abbiamo scelto di raccontare questa storia. Uno degli sceneggiatori dice sempre che «Noi facciamo intrattenimento»; sì, è vero, la cosa più importante è che il film sia partecipato e possa essere una fonte di intrattenimento a un primo livello. Però, poi, di livelli ce ne sono diversi. Il film è la storia di un delinquente che ha avuto una vita di merda e ha tutte le ragioni per fregarsene degli altri. Per me questo è un Paese dove tutti se ne fregano di tutti, Roma in particolare è di un “acivico” mostruoso. Anche solo dalla carta che lanci per terra e lasci là; vuol dire che te ne frega assolutamente niente dell’altro. Non fregandotene dell’altro, non te ne frega di tante altre cose. Allora ci siamo detti: «Facciamo così, raccontiamo la storia di uno che ha tutte le ragioni per fregarsene», perché non puoi dargli contro a chi è cresciuto in un quartiere periferico difficile, con una back story difficile.

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All’inizio c’era anche l’idea di mettere la famiglia, la madre di 16 anni morta di tossicodipendenza. Conosco ragazzi che hanno avuto tutto questo schifo e si sono laureati, però non è facile opporsi a tutta questa ondata di – sembra riduttivo come termine – negatività. Ci piaceva raccontare in una città egoista e acivica un personaggio che rifiuta la gente per poi abbracciarla in un salto finale, una comunione, un accorgersi davvero dell’altro. E abbiamo pensato questo fosse possibile nel vero rapporto interpersonale. Lui con lei (i due protagonisti, Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli, nel film Enzo Ceccotti e Alessia, nda) non è che s’innamoricchino così, “amore tienimi per mano”.
Ti racconto un aneddoto: qualche giorno fa ero a un’anteprima romana del film e a un certo punto ho visto una pischella baciarsi con un ragazzo, quando c’è la scena di sesso nel camerino con Santamaria, al che ho detto «Guarda ‘sti due scemi quanto non ce stanno a capi’ un cazzo di quello che vedono!». Lui, Santamaria, da dissociato e lei, la Pastorelli, da dissociata si guardano: è quando guardi l’altro veramente che ti accorgi degli altri attorno a te.

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Hai scelto tu le location del film?
Sì. A parte Tor Bella Monaca, che era imposta, e lo stadio, le location le abbiamo trovate insieme con lo scenografo, il location manager. Ne abbiamo viste tante, ma le ho scelte io. Per esempio, volevo la cupola di San Pietro. Gli americani non hanno niente eppure ogni volta che girano un film sembra abbiano chissà che cosa. Noi invece ci vergogniamo della nostra scenografia naturale, che rompe la schiena a chiunque. Mi sono detto, vediamola il più possibile questa città – che poi adoro. Pensa che c’era addirittura un’immagine – che poi siamo stati costretti a rigirare – di Alessia, che esce dal furgone portavalori: lei doveva aprire il furgone e c’era tutto quanto il colonnato, le braccia di San Pietro. Ci sembrava irreale però che lei riuscisse a compiere in quel poco tempo tutto il percorso (il perché lo capirete vedendo il film, nda). Non funzionava e abbiamo dovuto rigirarla altrove.

Hai dovuto rinunciare ad altre location?
Sì, ho dovuto rinunciare al Luneur, che per varie ragioni era inagibile e pericoloso. Siamo dovuti andare a Torvaianica, ma ne abbiamo guadagnato perché la location ha quel che di surreale che aggiunge tanto. Siamo stati anche fortunati, perché quel giorno era piena di nuvole e quindi la scena, col contrasto, è diventata molto, diciamo così, tridimensionale.

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Qual è stata la maggiore difficoltà e quale il maggiore divertimento nel girare un film così movimentato?
Mi sono divertito da morire nella scena di colluttazione allo stadio perché, da fan di cinema d’azione, so come devi partecipare, come due persone si devono mettere in quel momento, come le devi guardare, come ci si deve mena’ insomma. La scena più difficile è stata la corsa iniziale: un delirio totale. Avevamo poco tempo e in montaggio mi sono trovato con pochissimo materiale. All’inizio, quella scena, la dovevo girare con un drone, poi il giorno delle riprese mi dicono «Non c’è il drone», «Come non c’è!?», «Non c’è!», «A rega’ voi me state a fa impazzi’!». Il compito del regista, almeno per come la vedo io, è quello di avere un’idea di quello che vuoi raccontare e di quello che vuoi vedere in quel momento. Poi tutto concorre affinché questa cosa non accada, così devi cercare in qualche modo di coinvolgere tutti gli altri, farli sentire parte di questo percorso e aiutarli a vedere come poter realizzare la cosa che avevi mente.

Ma quando tu vuoi raccontare Roma dall’alto e ti dicono «Guarda t’avemo trovato ‘na casa dall’alto, famo ‘na panoramica: che dici?», «Vabbe’, annamo su sta casa», poi, una volta arrivato là, io vedo il palazzo di fronte e basta. Ecco, io là so’ andato in crisi perché non sapevo come aprire il film. Claudio che corre nei vicoli di Roma doveva far sembrare la città come qualcosa che se lo mangia, la scena era diversa, doveva essere un drone che partiva dal Tevere, si alzava, c’era la Grande bellezza di Sorrentino, poi il drone scendeva giù nei viottoli e acchiappava Claudio. Invece quel giorno mi dicono «Non se po fa’, non c’è il drone». Ecco, là è stata paura; ero rigido, volevo raccontarla assolutamente così questa storia: una persona schiacciata da Roma che invece alla fine sta sopra Roma e ci si ributta dentro. Quel giorno feci un po’ il regista isterico che urlava: «Voi non capite un cazzo!», «Voi volete ammazzarmi!».

Provo a buttarti giù una mia idea: il cinema italiano soffre troppo dell’eredità del neoralismo, intesa come necessità di raccontare il quotidiano e di raccontarlo in un certo modo. Credo ormai sia quasi una zavorra. Di film italiani che usano il fantastico me ne ricordo veramente pochi, negli ultimi anni L’ultimo terrestre di Gipi, “Il racconto dei racconti” di Garrone e il tuo. Che cosa ne pensi?
Sì, alla fine sì, l’ho fatto anche un po’ per questo, come un atto liberatorio. A me piacciono i bei film, le belle storie, non capisco perché ci dobbiamo limitare: si pensa l’italiano non possa credere. Non è vero che non crede, perché poi film del genere va a vederli, anche se, chiaramente, non sono nostri. Però, per dirti, Il sesto senso si poteva fare benissimo qua. C’è una paura anche da parte dei produttori; in passato hanno provato a fare pure qualcosa di diverso, però il pubblico risponde sempre un po’ così, è restio a certe cose, ma secondo me semplicemente perché i film non sono fatti molto bene. Sono certo che Jeeg diventerà un piccolo cult, non so se andrà bene al botteghino, mi auguro di sì – mi gratto pure. Vedi, è bello raccontare qualcosa di diverso. Il fatto che uno spettatore si sieda in una sala regalando due ore del proprio tempo a un produttore o a un attore dovrebbe rendere tutti più consapevoli del fatto che il risultato dipenda dal dire qualcosa di nuovo, non il solito; così lo spettatore si sentirà premiato.

Perché hai scelto Jeeg e non un altro robot tra i tanti?
Perché si presta alla storia; Hiroshi Shiba (il protagonista del manga originale, nda) era una viziato, se uno legge il fumetto lo capisce.

Tu l’hai letto?
Sì, sì, sono un lettore di manga. Ci piaceva anche la storia dei Ministri, di come lei distorcesse la realtà per non accettarla. I due che ricordo con più chiarezza sono Mazinga e Jeeg Robot, ma Mazinga proprio non ci stava. E quindi Jeeg.

Che film hai visto e ti è piaciuto di recente?
Jobs, mi ha fatto impazzire.

Che cosa ti è piaciuto?
La scrittura, da morire. Mi è piaciuta l’immagine finale, tutta cinematografica.

Non è un troppo celebrativa?
No, non è celebrativa. Alla fine lui va fuori fuoco mentre si avvicina alla figlia, ma non riesce ad avvicinarsi veramente e ad abbracciarla: è come se nel momento della morte avesse capito le cose importanti della vita e stesse cercando di prenderle, ma non ce la fa.

Hai mai pensato di girare un film in una città che non sia Roma?
Sì, a Napoli.

Hai già il soggetto?
Sì. Napoli l’adoro poi, la conosco. La Sicilia mi piace moltissimo, il Sud mi piace. Anche il Veneto, il Trentino, le montagne. Milano no.