Marco Monaci

Lo scorso settembre a Milano ha aperto Volume, più che un negozio di dischi e libri un 'progetto' dedicato alla cultura indipendente. Ne abbiamo parlato con l'ideatore, Marco Monaci.

Foto di Shyla Nicodemi

Scritto da Chiara Colli il 9 novembre 2016
Aggiornato il 10 febbraio 2017

Quando c’è una notizia che riguarda i “negozi di dischi” o gli “spazi per la musica dal vivo” troppo spesso, da qualche anno a questa parte, siamo abituati a pensare che sia di quelle cattive (e non solo in Italia). Per fortuna che a fronte di luoghi magari storici che chiudono, ogni tanto arriva pure la buona nuova di qualcuno che apre. È il caso di Volume, un “progetto” più che soltanto un negozio di dischi e libri, con una visione piuttosto precisa, eppure molto aperta e “liquida”, di cosa significhi far circolare cultura indipendente nel 2016. Volume ha aperto lo scorso settembre e oltre alla sua accurata selezione di vinili e libri, oltre ai live in-store e alle presentazioni, dentro ci trovate soprattutto quel genere di sogno che tutti gli appassionati di musica hanno prima o poi nella vita – aprire un negozio di dischi – applicato, con coerenza, al nostro tempo. Testa e cuore dietro “al bancone” sono di Marco Monaci – che forse qualcuno avrà già visto su un palco, alla chitarra dei Fine Before You Came. L’idea, magari non nuova ma certamente coraggiosa, ci piace, la programmazione dei live pure e la sensazione è che stia piacendo anche a Milano – o almeno a una sua parte. Dalle sue radici nel punk hardcore al concetto di condivisione della musica oggi, fuori e dentro la città, in vista di un calendario di appuntamenti sempre più fitto, ci siamo fatti raccontare da Marco perché «Se ti muovi bene in un contesto così complesso, con calma e ponderando bene ogni scelta, il tuo contributo anche piccolo alla produzione di cultura, che si esprime anche nella sua funzione “sociale”, può essere in qualche modo prezioso».

ZERO: Cominciamo dalle presentazioni: quando e dove sei nato?
MARCO MONACI: A Torino, il 23 dicembre 1979.

Come hai iniziato ad appassionarti di musica e da che tipo di background musicale vieni?
Un fratello più grande che ascoltava tanta musica, un cugino ancora più grande che ascoltava tanta musica, un nonno collezionista di dischi di musica classica. Mi è sempre piaciuto pensare che questa cosa un po’ di famiglia possa aver influito. Ho cominciato a suonare il piano a 10 anni, a me interessava relativamente ma dicevano che avevo le “mani da pianista” – che poi come fai ad avere le mani da pianista a 10 anni non si capisce. Poi mi sono spaccato e insaccato più o meno tutte le “dita da pianista” giocando a basket, probabilmente di proposito. Di lì a poco ho abbandonato il piano per la chitarra. All’epoca ascoltavo i Metallica, i Pantera e i Guns n’ Roses perchè li ascoltava mio fratello. Volevo suonare quella roba lì solo che, insomma, inutile dire che non ero assolutamente capace. Ecco, mi sa che avevo 13 anni quando, coi Nirvana, ho capito che suonare male poteva andare bene lo stesso. Ho iniziato a comprare cd con le paghette più o meno nello stesso periodo, intorno ai 14 anni ho cominciato ad ascoltare tutta quella roba che arrivava da Seattle, su tutti gli Alice In Chains che amo tutt’ora tantissimo e poi da lì a poco, con gli amici, i primi concertini e le prime riviste sono arrivati il punk, l’hardcore, l’hip hop, i concerti nei centri sociali dove tutto era concesso e dove eravamo tutti ben accetti anche se facevamo vomitare… E in effetti in molti vomitavano, ora che ci penso. Posti dove ci si poteva organizzare le cose da soli. A un certo punto, più tardi del dovuto forse, sono arrivati i Fugazi e da lì credo che la mia vita sia cambiata per sempre.

Ti ricordi il primo e l’ultimo disco che hai comprato?
Il primo mi pare fosse la cassetta di Hanno Ucciso L’uomo Ragno degli 883. Rossa. Mi sembrava bellissima una cassetta rossa all’epoca. L’ultimo Skeleton Tree di Nick Cave and The Bad Seeds.

Impossibile – credo – non citare a monte di questa intervista il fatto che tu sia uno dei due chitarristi dei Fine Before You Came. Quest’esperienza ha cambiato nel tempo il tuo punto di vista su Milano e sul suo rapporto con la musica?
Mi fa sempre sorridere pensare al fatto che i FBYC siano percepiti come un gruppo di Milano quando in realtà nessuno di noi lo è. Però è vero, come banda siamo nati e cresciuti qua, nessuno di noi se n’è mai andato – eccetto l’altro Marco che è tornato a Firenze 3 anni fa circa e io che per qualche anno ho vissuto gran parte del mio tempo fuori, ma tornavo ogni settimana proprio per la banda – e abbiamo sempre vissuto questa città come uno dei fattori che ci teneva legati. I primi anni suonavamo spessissimo a Milano, un po’ ovunque, alcuni di noi erano anche attivi sul piano dell’organizzazione di concerti e avevano un’etichetta, la Heartfelt, che è durata troppo poco ma che in quel poco ha fatto tantissimo per il DIY milanese e non solo. Capitava di suonare nelle case, si facevano i festivalini nei centri sociali e c’era tutto un giro di persone che dava una mano, partecipava. Con i FBYC ho capito, da torinese che ce l’aveva con Milano un po’ a prescindere, che si potevano fare un sacco di esperienze di condivisione anche in una città come questa che, apparentemente, potrebbe sembrare non particolarmente aperta. O per lo meno non lo sembrava a me. E invece in quel periodo ci si divertiva, sia come musicisti alle prime esperienze un po’ più vere – all’epoca suonavo anche con un altro gruppo che si chiamava A Sight For Sore Eyes, uscito per Heartfelt appunto – sia come pubblico. Credo che tutto questo abbia portato alla consapevolezza che Milano ci piaceva e che saremmo rimasti qui per un bel po’. Da un lato sembrava non ci fossero alternative, dall’altro non le cercavamo, forse per paura di perderci.

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A Milano c’è stata una scena emo/punk/hardcore che ha lasciato il segno? Hai qualche ricordo di qualche concerto o momento importante in tal senso?

Dauntaun - marzo 2012
Dauntaun – marzo 2012

Domanda ad altissimo rischio pippone nostalgico. La verità è che vorrei cercare di non parlare al passato e di trascendere i generi musicali. Il segno per me è rappresentato da chi ancora crede – e sono tanti, mi ci metto in mezzo anch’io – sia possibile contribuire alla vita culturale e musicale di questa città in modo genuino e onesto e contemporaneamente disinteressato all’aspetto speculativo della faccenda nella misura in cui, se scegli di farlo come lavoro e non soltanto nel tuo tempo libero, a un certo punto della vita hai la consapevolezza che la pagnotta, ovviamente, devi poterla portare a casa. Se no non sei punk, sei matto. Esperienze indimenticabili di allora: i due festival Heartfelt al Bulk e al Garibaldi tra il 2001 e il 2002, i concerti in casa Heartfelt, lo Smokers – dentro al Bulk -, il DaunTaun del Leoncavallo. Solo posti che non esistono più. Basta nostalgia.

In che modo il tuo “lavoro” come musicista e il progetto di Volume sono legati? Immagino che ci sia un filo rosso che leghi l’attitudine dei FBYC – il diy, il punk, l’essere “indipendenti” ma pure a un modo molto di pancia di fare le cose – con l’idea, sulla carta folle, di aprire un negozio di dischi nel 2016 e farci concerti dentro…
Con i Fine Before You Came ci sono cresciuto. Abbiamo cominciato a suonare insieme quando avevo 19 anni. Naturalmente le tantissime esperienze passate insieme in tutti questi anni hanno contribuito in modo fondamentale alla mia formazione. Quel desiderio di indipendenza che cominci a maturare da adolescente in modo un po’ sconclusionato, che si concretizza nel frequentare solo ambienti e sottoculture che ti rappresentino, nel vestire in un certo modo, nell’ascoltare solo un certo genere musicale e nel rifiutare in modo goffo realtà che non ti vanno a genio, in questi 20 anni si è trasformato in un’identità più completa anche e soprattutto grazie alla banda. Identità di banda certamente, ma anche mia come individuo. Giungi alla consapevolezza di voler fare le cose da te, di non voler scendere a compromessi e soprattutto di poterlo fare davvero, magari con un po’ di sacrifici in più. Forse è questo tipo di approccio che in qualche modo lega l’esperienza di banda a questa nuova esperienza di Volume. È fuori discussione che io in questa cosa mi ci sia buttato senza pensarci molto, non credo si possa pensare troppo quando si decide di trasformare una passione in un lavoro con la certezza che vorrai mantenere un certo grado di integrità in quello che fai. Sul piano concreto, la banda mi ha dato modo di conoscere tante belle realtà e di stringere un sacco di amicizie in quest’ambito. Quindi è chiaro che se non ci fosse stato tutto questo, sarebbe andata diversamente. Ma attenzione: ci tengo a sottolineare che Volume per me è un lavoro, mentre la banda non si è mai nemmeno avvicinata ad esserlo. Solo il pensiero mi fa venire i brividini.

A proposito di banda e di lavori veri, in che rapporti sei con Legno, lo studio di grafica – anche – di Jacopo Lietti? Trovo che davvero tutto poi alla fine nell’approccio e nella rete di scambi sia molto collegato…
Siamo come fratelli. Non faccio parte direttamente di Legno, loro sono prima di tutto uno studio di grafica e serigrafia e io non so nemmeno usare Paint. Ma lavorano tantissimo in ambito musicale – l’altro socio è Stefano, che è anche Holidays Records tra le altre cose – e, negli ultimi mesi, da quando è venuta fuori l’idea di Volume e contemporaneamente la voglia di lavorare a Legno come etichetta, le nostre strade anche “professionali” si stanno incrociando parecchio. Jacopo mi sta dando una grossa mano su tanti fronti, in prima battuta a pensare e realizzare l’immagine di Volume. È anche grazie a Legno che ho deciso di coinvolgere Giovanni/Canedicoda per realizzare i mobili del negozio. Attraverso la comune rete di contatti, principalmente gruppi ed etichette, ho messo in piedi una buona parte del catalogo di Volume. Dalla mia, do loro una mano sul versante etichetta, che quest’anno ha prodotto il suo primo disco di un gruppo – i Leute – che non faceva parte del nostro giro. Ora Legno/etichetta ha in programma un altro paio di cose molto belle. L’idea mai dichiarata, ma anche un po’ scontata dato il nostro legame e la nostra comune provenienza, è quella di connettere le cose tutte le volte che si può.

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Quando nasce e come ha preso forma l’idea di Volume?
L’idea di avere un negozio di dischi e libri tutto mio ce l’ho da sempre. Quando sei pischello è una specie di sogno nel cassetto, una di quelle cose che poi non pensi mai di poter realizzare. Però poi è andata che dopo varie esperienze lavorative in settori diversissimi l’uno dall’altro, dal 2014 a oggi sono passato attraverso l’elaborazione di svariati progetti più strutturati che avevano sempre la musica e i dischi al centro; alcuni sono anche arrivati fino a un punto piuttosto avanzato, ma poi si sono arenati. Poi all’inizio del 2016 mi sono detto «Ok, lo faccio, comincio da solo con una cosa minuscola e poi vediamo cosa succede». Lo spazio di Santeria è arrivato per pura coincidenza o, se vogliamo, per culo. Ho saputo che avevano intenzione di dare la gestione dello shop all’esterno – che fino a luglio faceva capo direttamente a Santeria – e mi sono fatto vivo. Ci siamo trovati subito in sintonia dal punto di vista progettuale, ho avuto carta bianca più o meno su tutto. È stato semplice e stimolante lavorare con loro in tutta questa fase preliminare. Da quel momento, era più o meno aprile, quattro mesi di contatti con etichette e case editrici di un po’ ovunque, un sacco di ricerca nel tentativo di concretizzare un modello un po’ fumoso che avevo in testa ma che contemporaneamente era molto chiaro, perché fa parte del mio modo di concepire la musica. La presa di coscienza che stava succedendo davvero è arrivata molto molto tardi, quando ormai non potevo più tirarmi indietro, altrimenti lo avrei fatto. Non è vero dai, sono felicissimo che sia andata così. Il negozio che c’era qua prima era più dedicato a libri e all’abbigliamento, con una piccola selezione di vinili. Io ho levato l’abbigliamento, a parte qualche maglietta in edizione limitatissima che sto proprio in questi giorni cominciando a vendere, ho ampliato la parte relativa ai vinili, ho tenuto i libri.

Lo gestisci da solo o ci sono delle altre persone che se ne occupano con te?
Vivo Volume come un progetto allargato. A livello operativo sono solo ma sono circondato di persone e di realtà che vanno a comporre quello che io considero l’universo Volume, che mi sembra stia prendendo forma adesso. Etichette ed editori amici, la mia fidanzata che mi aiuta assai soprattutto sul versante libri e graphic novel, Legno, Gio Canedicoda, Shyla, gli amici che partecipano attivamente a ciò che propongo, tante persone e realtà che sto conoscendo strada facendo con cui stanno venendo fuori idee da condividere, i ragazzi di Santeria.

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Volume è adiacente al “primo” Santeria: in che rapporti siete, come collaborate, quali sono le persone di riferimento con cui lavori in sinergia per il negozio e i live?
Siamo in un rapporto di sinergia e collaborazione, sono stati tutti superdisponibili e mi hanno supportato assai, ma restiamo comunque realtà indipendenti. Per quanto riguarda l’aspetto più operativo e di programmazione, sono in costante contatto con Teo Segale, il direttore artistico di Santeria Social Club, quella grande, e Santeria Paladini 8 – quella piccola col cortiletto dove c’è Volume. È un amico, una persona che dire entusiasta, collaborativa, stupenda è dire poco. Non esagero. Ci conoscevamo già prima per via della banda e della musica, ma adesso il rapporto è molto più solido. Mi piace lavorare con lui, è molto divertente. Ciao Teo.

Uscendo dall’Italia il primo, banalissimo esempio che mi viene in mente sul “modello” Volume – quindi dischi e libri, ma anche live e presentazioni in-store, in scala più grande – è Rough Trade East. Ci sono state delle idee, dei riferimenti che hai mutuato da esempi virtuosi all’estero?
Urca. Rought Trade è un po’ il sogno di chiunque faccia questo lavoro credo, il primo modello di riferimento. Quindi grazie del paragone. Una breve premessa: prima, quando lavoravo con il vino, viaggiavo molto per lavoro. Sono stato in un sacco di posti soprattutto negli Stati Uniti e appena potevo, nel tempo libero che riuscivo a ritagliarmi, ovunque andassi cercavo negozi di dischi da visitare, naturalmente per passarci delle ore. Non c’era volta che tornassi da un mio viaggio di lavoro senza una borsa di dischi e libretti. Questo per dire che ho sempre guardato anche fuori dall’Italia per questo genere di progetti. I riferimenti esteri sono tanti: Rough Trade sicuramente, Other Music a New York – che purtroppo chiuso praticamente quando ho aperto io, il che non è stato incoraggiante -, Academy Records sempre a New York che tratta praticamente ogni tipo di musica dalla classica al noise passando per il jazz, l’exotica e l’hip hop e tutto il resto, Sounds Of The Universe a Londra che è un negozio stupendo e una superetichetta, la Soul Jazz; Zu Drang Ma Records a Bangkok che è un minuscolo negozio di dischi, un’etichetta e un piccolo bar/locale per concerti – ci ho visto un gruppo screamo di ragazzini tailandesi l’anno scorso, stupendo. Ma ne potrei elencare molti altri. Comunque, metti insieme tutte queste cose in piccolissimissimo, aggiungici i libri e viene fuori l’idea di Volume. Da qui anche solo ad avvicinarmi a uno di questi modelli ce ne vuole, ma credo di avere ben chiari i riferimenti.

Other Music - New York
Other Music – New York

Nel corso degli anni a Milano hanno chiuso parecchi negozi di dischi indipendenti, Solo ad esempio prima dell’estate. Al di là degli aspetti pratici, con che approccio viene in mente di aprire un negozio di dischi nel 2016? A Milano, poi, dove magari queste chiusure potevano essere poco incoraggianti… Voglio dire, in relazione al territorio, era un tassello che è venuto troppo prepotentemente a mancare? Una cosa che chiedo spesso a chi intraprende un progetto che non ha palesemente un pubblico “ampio”: è stata una necessità personale o per certi versi il tentativo è quello di rispondere a una necessità del territorio?
Comincio col dire che Volume non è soltanto un negozio di dischi ma anche una piccola libreria. Piccola nel senso che c’è proprio quasi soltanto una libreria con sopra dei libri, ma pur sempre libreria – in prospettiva, tra l’altro, mi piacerebbe ampliare la parte relativa all’editoria, aggiungere riviste, fanzine… Un passo alla volta. Lo sottolineo perchè quando ho deciso di aprire Volume non ho pensato «Apro un negozio di dischi». O meglio, sì, ma non volevo che fosse soltanto questo. Lo trovo molto limitante. Credo che nel 2016 se decidi di vendere dischi tu li debba anche produrre, debba organizzare live, muoverti, andare in giro, lavorare tanto sul web, guardare al panorama culturale della tua città e non solo, cercando il modo di starci dentro a 360 gradi. Aprire un negozio di dischi “classico” nel 2016 e pensare che basti questo sarebbe folle. Lo spirito è chiudere il cerchio di un processo che a parer mio è giusto trovi sbocco in un luogo/progetto della tipologia di Volume. Nel mondo ci sono centinaia di piccole etichette indipendenti e case editrici che fanno un lavoro incredibile di ricerca e tirano fuori perle in continuazione. Ne nascono di nuove ogni giorno. Ecco, trovo naturale che esistano luoghi dove tutte queste belle cose vengano convogliate, raccolte, selezionate per essere proposte attraverso le attività che ho elencato poco fa. Ci vuole un sacco di passione, di ricerca, di conoscenza della materia. E un pizzico di presunzione, forse. Certo è che non bisogna mai fermarsi, altrimenti in un periodo liquido e veloce come questo perdi subito. Se ti muovi bene in un contesto così complesso, con calma e ponderando bene ogni scelta, penso che il tuo contributo anche piccolo alla produzione di cultura, che si esprime anche nella sua funzione “sociale”, possa essere in qualche modo prezioso. Per rispondere alla domanda su come questa cosa possa inserirsi in una città come Milano sì, secondo me un posto del genere è venuto a mancare negli ultimi tempi, soprattutto da quando ahimè ha chiuso Solo – che mi ha dato una grande mano e mi ha incoraggiato e ispirato un sacco per il progetto Volume – e ho sentito forte l’esigenza di provare a fare qualcosa in questa direzione. Vediamo cosa succede. Non dimentichiamo però che negli ultimi tempi a Milano sono venuti fuori diversi negozi di dischi indipendenti: Reverend, Lullabies a Monza, ma siamo a due passi, e Backflip, per citarne alcuni. Forse stiamo assistendo a una rinascita, speriamo. E poi ci sono piccole librerie che amo molto e che secondo me lavorano esattamente nella direzione di cui parlavo prima: su tutte, lo spazio B**K, messo in piedi da due ragazze che non si fermano mai, organizzano centomila iniziative bellissime e hanno una selezione super. Sono una grande fonte d’ispirazione per me.

Credo che nel 2016 se decidi di vendere dischi tu li debba anche produrre, debba organizzare live, muoverti, andare in giro, lavorare tanto sul web, guardare al panorama culturale della tua città e non solo, cercando il modo di starci dentro a 360 gradi. Aprire un negozio di dischi “classico” nel 2016 e pensare che basti questo sarebbe folle.

Immagino che un aspetto fondamentale sia quello dell’identità: in quale direzione stai lavorando affinché sia come negozio di dischi e libri, sia come spazio per il live, vada a comporsi l’identità di Volume?
Ho appena cominciato, per cui l’identità di Volume è in divenire. Ma ho anche l’impressione che stia venendo un po’ tutto da sé. Un po’ per il mio background, un po’ per la selezione di dischi e libri che ho fatto inizialmente e per il modo in cui ho deciso di arredarlo — tutto o quasi fatto in casa, Gio Canedicoda ha fatto i mobili proprio dentro allo spazio che verso fine agosto pareva una falegnameria, Francesca di Servomuto mi ha aiutato tanto per la parte illuminazione e ha pure pensato e realizzato due lampade bellissime apposta per Volume in due giorni, fortissima; un po’ per quei quattro giorni di apertura che hanno tracciato una direzione piuttosto chiara di quelle che sarebbero le mie intenzioni dal punto di vista della proposta. In prospettiva, vorrei che Volume fosse un progetto che contiene al suo interno diverse attività: il negozio/libreria in senso classico, l’e-commerce, la produzione e organizzazione di live, in futuro magari una minietichetta; e poi presentazioni, workshop, laboratori, anche all’esterno di questi 25 metri quadrati, facendo rete con le altre belle realtà attive sul territorio e non solo. Vorrei davvero molto che Volume andasse anche un po’ in giro, quando può.

Volume - inaugurazione (foto di Annapaola Martin)
Volume – inaugurazione (foto di Annapaola Martin)

Come scegli i dischi e i libri?
Quando ho aperto ho fatto una scelta che mi rendo conto essere un po’ forte: non dividere i dischi per genere, ma soltanto in ordine alfabetico. Questo a volte può risultare un po’ disorientante per chi entra in negozio e spesso mi chiede «Di che genere sono i dischi in vendita?»: ti assicuro che per me è durissima rispondere a una domanda come questa. Ho sempre fatto fatica a incasellare i miei gusti musicali e le mie scelte in generi specifici. Sono partito dal rock per poi passare al punk e all’hardcore e poi a un certo punto ho cominciato ad aprirmi ad altri generi in modo del tutto naturale. Ora non c’è più alcuna differenza per me, da ormai un po’ di anni non escludo che possano convivere sulla stessa mensola un disco grind e uno di cumbia, anzi trovo che dovrebbe funzionare proprio in questo modo. E così anche negli espositori di Volume, passi dai Minutemen a Mulatu Astatke senza soluzione di continuità. Non riesco davvero a trovare questo approccio schizofrenico, per quanto capisco che possa apparire tale. Il criterio che ho adottato, e che sicuramente va ancora affinato, è piuttosto semplice: cerco di avere per quanto possibile un contatto diretto con le etichette e le case editrici che reputo più in linea con un’attitudine che si concretizza nel fare le cose con passione per il piacere di farle, puntando prima di tutto alla ricerca e alla qualità per le proprie produzioni. È chiaro che un approccio del genere non possa che essere riscontrato quasi esclusivamente in realtà indipendenti.

Avant! Records @ Volume
Avant! Records @ Volume

Ovviamente tanti nomi italiani: Holidays, Black Sweat, Legno, Intervallo, Wallace, Secret Furry Hole, Flying Kids, Avant!, Maple Death, Yerevan Tapes, Boring Machines, No=Fi, Tannen/Spettro, Love Boat e altre ancora. Per le internazionali, si va da quelle un po’ più grandicelle come Dischord, Constellation, Warp, Thrill jockey, Drag City a quelle più sperimentali tipo Pan, Rvng Intl, Erased Tapes, Superior Viaduct; alcune più “ibride” tipo Honest Jon’s, Sublime Frequencies, Glitterbeat, Nawa, Sahel Sounds, altre che vanno a scovare perle sconosciute dal passato e da ogni parte del mondo come Analog Africa, Finders Keepers, Soul jazz, Soundway, Mississippi, Light in the Attic, Numero Group. Per citarne alcune. E poi un po’ di classiconi imprescindibili per ogni scaffale di casa che si rispetti.

Canicola Edizioni @ Volume
Canicola Edizioni @ Volume

Riguardo alle case editrici, il discorso è molto simile: Eris, Il Sirente, Bao, Canicola, Grrrz, Becco Giallo per fumetti e graphic novel; L’asino d’oro, Johan & Levi, 66th and 2nd, Il Saggiatore, Gibli, Deriveapprodi, Mileu e Shake per le biografie e la saggistica; Humboldt per i libri d’autore e di fotografia e alcune case editrici inglesi bellissime per illustrazioni, anche per bambini, e fumetti: Nobrow, Flying Eye e Fuel. Inoltre, ho appena cominciato a trattare un po’ di usato, sia di dischi che di libri, grazie a contatti di amici che lavorano in questo tipo di mercato da un po’. A parte il fatto che dà un profumo buonissimo al negozio, è molto divertente e talvolta mi dà la sensazione di stare lavorando con qualcosa di più autentico. Ma mi rendo conto che è come me la vivo io, probabilmente. In prospettiva comunque mi piacerebbe diventasse una fetta importante del catalogo di Volume. Per ora così, ma è tutto sempre in divenire, naturalmente.

Domanda nostalgica: c’è da immaginare che una persona che apre un negozio (anche) di dischi ne sia stato un assiduo frequentatore. Quali sono stati quelli storici a Milano che hai frequentato e che hanno lasciato il segno, su di te e magari su persone della tua generazione?
Mi ricordo che quando arrivai a Milano a 15 anni lessi su Rumore di questo negozio già storico all’epoca che si chiamava New Zabriskie Point. Quello fu il primo in assoluto che frequentai e che porto tutt’ora nel cuore: era sempre chiuso quando sarebbe dovuto essere aperto, si aspettavano delle ore perchè il buon Stiv faceva quello che cazzo voleva, ma poi quando finalmente tirava su la saracinesca ti si apriva un mini-mondo pieno di chicche che potevi trovare solo e soltanto lì. Per un pischello di 15 anni che voleva solo il tupatupa era un sogno. E poi ci incontravi sempre un sacco di gente. Poi a un certo punto quelle chiusure e quelle attese sono diventate sempre più lunghe e frequenti fino a che non ha chiuso del tutto, e nessuno ha mai veramente capito il motivo. Riot non era da meno: Corrado è tutt’ora attivo sul versante dell’organizzazione concerti e all’epoca aveva questo piccolo negozio soppalcato in Viale Monza, super fornito di punk/hc. Ci ho speso un sacco di paghette e conosciuto tante persone. E soprattutto ha in qualche modo accompagnato l’evoluzione dei miei gusti musicali fino a quando è esistito. Ci sono assai affezionato. Supporti Fonografici e Buscemi erano negozi più istituzionali ma fornitissimi, frequentavo spesso soprattutto il secondo e, per l’usato, Rossetti, che esiste tutt’ora.

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La libreria

Quali ti aspetti siano le difficoltà che potrebbe incontrare uno spazio del genere e/o quali sono state le difficoltà per aprirlo?
Qua c’è da fare tutto un discorso che riguarda anche il web, ovviamente. Premetto che io sono assolutamente favorevole alla diffusione di tutti gli strumenti che possono portare alla condivisione libera e gratuita di contenuti. Detto questo, la domanda da porsi è «Perché in un contesto come quello odierno qualcuno dovrebbe andarsi a comprare i dischi e i libri in un negozio quando può benissimo comprarli online o addirittura non comprarli affatto?». Non ho una risposta precisa a questa domanda. Però credo che, nel 2016, l’obiettivo sia cercare di trasmettere passione e coinvolgimento per quello che fai, che ricerchi e selezioni. Sarò un nostalgico, ma per me è impagabile la sensazione di trovarsi in un luogo dove senti che qualcuno ha fatto tutto un lavoro per far sì che ci si possa orientare in un mondo che magari si conosce appena, ci si può confrontare, scoprire cose nuove, chiedere consigli, ascoltare e contribuire in modo diretto, concreto ad alimentare la “filiera” della produzione indipendente. È come se all’improvviso ci si potesse sentire parte del gioco, e in effetti lo si è nel momento in cui si partecipa. Mi rendo conto che sarà difficilissimo trasmettere tutto questo e che ci vorranno un bel po’ di fantasia e di tempo. Detto questo, Volume a breve sarà anche un negozio online. Mi sono appena contraddetto? No dai, è solo per non risultare eccessivamente nostalgici e anacronistici.

La produzione di cultura è condivisione, altrimenti che la fai a fare? Sarebbero solo pippe.

Come ti sembra essere fino a ora la risposta del pubblico o dei “curiosi”?
Piuttosto positiva, ottima partecipazione agli eventini che sto organizzando, alcune persone cominciano a tornare per seguire via via quello che succede, mi pare che l’interesse ci sia. Ora c’è da passare alla fase successiva.

C’è una breve descrizione sulla pagina Facebook e mi piace che si menzioni il fatto di essere un “punto di incontro”. In generale nella musica oggi – un po’ come riflesso del nostro tempo in generale – tutto è vissuto in maniera molto individuale, dall’ascolto di un disco al modo in cui troppo spesso anche la dimensione live non è sempre intesa come un momento forte, di condivisione. È importante questo aspetto nel progetto di Volume?
Il mese scorso ho letto su Rumore un’intervista di Andrea Pomini a Chris Leo dei Van Pelt e cui mi è rimasto impresso un passaggio in particolare in cui dice che la musica è una cosa sociale. Ecco, per me la musica, la cultura e la socialità sono imprescindibili le une dalle altre. La produzione di cultura è necessariamente condivisione, altrimenti che la fai a fare? Sarebbero solo pippe. Come dicevo prima sono un grande sostenitore dello streaming e del p2p anche perchè, paradossalmente, “ha fatto il giro” e credo abbia contribuito a portare le persone fuori di casa. I concerti, le presentazioni, gli eventi, le occasioni di socializzazione sono moltiplicati e con loro, naturalmente, le persone che si danno da fare per organizzarle e chi fa le cose bene con un certo spirito, si riesce a distinguere se vuole. Volume si pone un punto d’incontro per curiosi, appassionati, persone che vogliono partecipare e proporre, realtà attive sul territorio interessate a fare rete, etichette e case editrici che sanno di avere un punto di riferimento a Milano che crede in quello che fanno e vuole dar loro spazio. È fondamentale e anzi, Volume per me è essenzialmente questo.

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Passiamo all’aspetto della musica live. In primo luogo mi pare che negli ultimi anni la problematica a Milano non sia la volontà delle persone a organizzare live di “un certo tipo di musica”, né poi troppo la risposta di pubblico. Il problema sono gli spazi fisici, la disponibilità di chi possiede i “locali” a rischiare. Immagino che tu sia un frequentatore abbastanza assiduo di concerti, non so se hai organizzato altro prima però ma credo di poterti chiedere un punto di vista con cognizione di causa sulla situazione degli spazi per la musica live a Milano: quali sono i limiti e in questo senso come si pone Volume?
Premetto che non sono un esperto di musica live a Milano, nel senso che io non li ho mai organizzati i concerti qua, quindi non sono uno che conosce a menadito tutti i retroscena… Non mi sento la persona più adatta per rispondere a questa domanda ecco, ma ci provo. A occhio mi pare che Milano stia soffrendo molto da questo punto di vista. Vedo che continuano ad aprire ristoranti di pesce, tutti che amano il pesce di colpo non si sa perché, ma di locali che vogliono proporre musica live ce ne sono troppo pochi per una città che vuole porsi come riferimento a livello europeo. La dimensione della musica live in senso più classico mi sembra sia stata maltrattata. Hanno chiuso la maggior parte dei locali storici che si dedicavano a questo e tanti centri sociali. Lo scorso anno c’è stata un’esperienza molto bella che si chiamava Sotto la Sacrestia: era una serie di concerti organizzati nel basement di un locale sui Navigli, la Sacrestia per l’appunto, che è andata avanti un anno intero. L’avventura è durata un anno e poi finita perché, nonostante la risposta sia stata buona, ha giocato a sfavore proprio quel discorso del “rischio” cui tu facevi riferimento prima. Ora Davide (Zolli, direttore artistico di quella “esperienza”) con Società Psichedelica organizza concerti al Csa Cox 18, a 10 metri da lì. Poi c’è il Lo-Fi che negli ultimi anni ha proposto un bel po’ di punk/hc e non solo, ci ho visto dei bei concerti. Santeria Social Club sta facendo un lavorone e si pone comunque su un piano un po’ diverso, per concerti o festival un bel po’ più grandi. Ma si stanno muovendo nella direzione giusta, a parer mio. Ci sono altre location molto belle come lo Spazio O’ o Standards che però non sono locali per musica live ma associazioni legate alla musica che naturalmente organizzano e mettono a disposizione i loro spazi per farci dei concerti, anche belli. Mi pare continui a mancare un locale, almeno uno. per i concerti da 150/200 persone, che abbia proprio quello come unico obiettivo: fare una programmazione musicale seria. Volume in questo senso non è un locale per i live: nel negozio si possono organizzare in-store fino a 30 persone stando strettini, mentre nello spazio di Santeria dove come Volume organizzo concertini e presentazioni ci si sta fino a una sessantina circa. Ma sempre in una dimensione di instore/showcase, quindi molto intima, quasi casalinga, volumi bassi, tutto molto acustico o al massimo spippoli elettronici. La voglia di uscire da questo spazio e organizzare cose fuori però c’è eccome e mi sto già dando da fare: il 4 dicembre parteciperò insieme all’amico Alessandro Caneva di Mobsound Recording Studio e al Csa Baraonda alla produzione del concerto dei Brujeria, gruppo grind-core messicano, proprio al Csa Baraonda di Segrate. Quando si dice non prestare attenzione ai generi, appunto.

Julie Normal e le Onde Martenot, live in-store @ Volume
Julie Normal e le Onde Martenot, live in-store @ Volume

Credi che questo tema della difficoltà di trovare spazi fisici adeguati sia un po’ una chiave di lettura anche di eventuali cambiamenti che ci sono stati nella proposta culturale a Milano?
Sì, trovo che la chiave sia proprio la mancanza di spazi dedicati. È evidente che la volontà di organizzare cose ci sia, ci sono un sacco di realtà che lavorano in questa direzione. È pure vero che i contenuti proposti vengono plasmati anche basandosi proprio sui contenitori possibili. Da un lato trovo la cosa stimolante: realtà come S/V/N/ o Buka, ad esempio, sono riuscite a reinterpretare e fare propria questa condizione, per cui il contenitore diventa strettamente legato al contenuto proposto prescindendo volontariamente da location più “istituzionali”. Ti capita così di partecipare ad eventi in posti che non avresti mai pensato, da un’ex casa discografica abbandonata fino a club-ristoranti egiziani. C’è chi organizza concerti dentro alle ciclofficine, nei basement dei circolini, o negli studI. Trovo che ci si dia da fare nonostante manchino i posti ufficiali per farlo. Se si vuole, ci si riesce e più si fa rete e meglio è. Secondo me funziona.

Ci anticipi un po’ degli appuntamenti dei prossimi mesi?
L’11 novembre si inaugurerà la prima esibizione d’arte da Volume, che rimarrà fino al 27 novembre: i protagonisti saranno The Bounty Killart, collettivo di artisti torinesi che reinterpretano l’arte classica in chiave ironica e contemporanea. Il 12 ho organizzato insieme a TRoK! la presentazione di Litio, il disco di Boccardi, Bertoni e Mongardi uscito per Boring Machines. Una naturale anteprima del festivalone Ongapalooza che si svolgerà il 19 novembre a Santeria Social Club e il 20 qua da Volume/Santeria Paladini 8. Il 13 ci sarà invece un in-store con The Star Pillow, progetto del chitarrista toscano di ambient-drone Paolo Monti che ha lavorato con molti nomi interessanti del panorama della musica contemporanea/sperimentale italiana. Proporrà un set con suonini, chitarroni ambient e proiezioni. Il 15, Ensemble Economique: nome piuttosto conosciuto che esce per la tedesca Denovali Records e che si muove in territori tra dark-ambient, synth e sperimentale. Poi, finalmente, le prime presentazioni di libri: il 18 ci sarà Paolo Gallina, uno dei due autori di Tupac Shakur: solo Dio Può Giudicarmi, graphic novel sulla vita di Tupac pubblicata da Becco Giallo, che presenterà il libro insieme a Marta Blumi Tripodi di Hotmc.com. Il 3 dicembre Fabio Tonetto presenterà insieme a Pippo Balestra Rufolo, fumetto pubblicato qualche settimana fa da Eris Edizioni, una delle case editrici più interessanti di questi tempi. E sempre il 3 dicembre, il primo workshop di grafica e serigrafia con Legno: in una giornata di lavoro, si potranno apprendere i fondamenti della grafica e della serigrafia diy e realizzare in tiratura limitatissima la prima audiocassetta pubblicata da Volume, che conterrà uno dei live registrati da Maurizio Abate durante i giorni di apertura lo scorso settembre. Seguiranno dettagli.