FICO, la Disneyworld del cibo raccontata dal principio

Abbiamo visto in anteprima a Bologna il più grande parco agro-alimentare del mondo ed ecco com'è e come potrebbe essere

Scritto da Salvatore Papa il 10 novembre 2017
Aggiornato il 23 novembre 2017

Come dice Oscar Farinetti, fondatore di Eataly e di FICO, “per raccontare il cibo bisogna farlo dall’inizio e non dalla fine, non dal prodotto”. Siamo assolutamente d’accordo, tant’è che per raccontare FICO partiremo proprio dall’inizio, ovvero il CAAB il Centro AgroAlimentare di Bologna, società consortile per l’80% del Comune di Bologna che contiene il mercato ortofrutticolo, magazzini per derivati surgelati e non, piattaforme logistiche coperte e protette, uffici e strutture di supporto.
Per arrivarci sarebbe interessante una bella passeggiata attraverso la città che pian piano digrada verso la periferia dei capannoni e delle grandi arterie stradali (ci provarono qualche tempo fa i Wu Ming) attraversando San Donato, il cavalcavia che porta alle case popolari del Pilastro, il centro commerciale Meraville e il nuovo Link, che venne spostato lì per non infastidire nessuno e lì langue. Il CAAB è proprio alla fine di questo percorso. Fanalino di coda tra le grandi infrastrutture commerciali bolognesi (Fiera, Centergross, Interporto) è sempre stato al centro di dibattiti e progetti falliti fino al 30 novembre 2014, giorno in cui Andrea Segrè, l’attuale presidente, presentò a Oscar Farinetti su mandato del Comune di Bologna (ovvero del Sindaco Virginio Merola) l’idea di farne una cittadella del cibo. Dopo soli quattro anni – un tempo record per gli standard italiani -, nel CAAB, nel nulla, ecco FICO Eataly World, Fabbrica Italiana Contadina, il più grande parco agro-alimentare del mondo, una “sublimazione” di Expo che rappresenterà l’Italia del mangiare e del bere nel mondo. Un enorme scommessa da 100 milioni di euro che vorrebbe attrarre 6 milioni di visitatori l’anno e per la quale è in progetto addirittura una linea di tram (l’unica a Bologna) dalla stazione. Insomma, questi ci credono davvero tanto, comprese le decine di ristoranti e imprese che lì dentro hanno già speso fior di quattrini. Ma andrà davvero come dicono?

Bologna, the city of food è lo slogan che la città sta provando ad esportare già da qualche anno. Una fissa, quella per il cibo, che ha prodotto una vera e propria bolla: nel solo centro storico c’è oggi un ristorante ogni 47 abitanti ma oltre la metà dei locali di nuova apertura chiude nel giro di 5 anni (dati di Confcommercio). Bologna la grassa è al momento obesa, e pure molto cara: mangiare fuori bene e a prezzi popolari è ormai davvero raro e alle famose tre T (torri, tette e tortellini) si sono aggiunte quelle di “turisti” e “truffe” con i primi che sono il boccone preferito delle nuove politiche di marketing dell’amministrazione comunale. FICO si inserisce perfettamente in questo contesto, una Disneyworld del cibo che – parole loro – porterà “soldi e tantissimi posti di lavoro” (qualcuno dice anche tantissimi studenti presi in prestito aggratis dalla cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, ma questo lo capiremo meglio più in là).

Per dimostrarcelo, siamo stati invitati a “Prima voi”, una grande preview dedicata alla stampa in attesa dell’inaugurazione ufficiale del 15 novembre alla quale parteciperà anche il premier Gentiloni.

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Su una navetta stracarica di pr, giornalisti e scrocconi raccolgo già le prime impressioni. Alcuni, arrivati in treno da Milano, si chiedono perché a Bologna e non lì, in una città più grande che ha già i numeri per il successo. E questo mi fa un po’ pensare che la “city of food” forse – o almeno per il momento – ce la raccontiamo solo dentro le mura. Altri, la maggior parte, sanno già che lì non ci torneranno più, se non invitati a mangiar gratis si intende. Un gruppo di toscane accanto a me resta, invece, fuori dalle analisi e parte in pole position con le “stories” di instagram.

Arrivato la prima cosa che noto è la quantità di messaggi testuali, slogan ovunque che nell’intenzione vorrebbero creare un racconto ma che fanno l’effetto della classica pubblicità che ti costringe a cambiare canale.

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Mentre il circo mediatico si raccoglie attorno alle prime dichiarazioni di Farinetti e qualcuno scatta selfie con Bastianich, chiamano il numero della mia visita guidata.

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Con un gruppetto di una ventina di persone seguo un ragazzotto bolognese che con frasi brevi e d’effetto ci illustra le zone esterne, le aiuole con le piante aromatiche, il frutteto, gli strumenti provenienti dal Museo della civiltà contadina, ecc.

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Partono i primi sbadigli e qualcuno, dopo appena 10 minuti, chiede dove sono le stalle. Tutti vogliono vedere le stalle e gli animali. Arriviamo alle stalle. In filodiffusione c’è Biagio Antonacci, ma nemmeno lui riesce ad intristirmi così tanto.

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La struttura è semplice ed è quella del cibo spiegato dal principio: ad ogni stalla corrisponde in linea verticale una stanza di produzione e, infine, un ristorante/negozio. Quindi, davanti alla stalla dei maiali, per dirne una, si fa stagionare la coscia del maiale e nel negozio, infine, si vende il prosciutto.

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Tutto questo verrà spiegato poi anche alle scolaresche che, insieme ai consumatori finali, rappresentano l’altro target di FICO ed è qui che, attraverso visite guidate e laboratori, a molti studenti – e quindi a molti degli italiani del futuro – verrà insegnata la cultura del cibo. Nell’aspetto formativo rientrano, quindi, anche le cosiddette “giostre”, ambienti tematici e multimediali a gettone. A me è bastato conoscere Dorothy.

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Entriamo così, finalmente, nel cuore della cittadella, ma alla prima degustazione lo stomaco si apre e il gruppo si scioglie richiamato dall’atavico bisogno di scroccare il più possibile (chissà cosa penserebbe Dorothy). Ed io punto subito alla pizza.

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Ma c’è davvero di tutto.

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Tra le cose più interessanti:

– una cascata di cicocolato

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– una panchina a forma di molletta (non commestibile)

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– il minigolf

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Ci sono pure i campi di beach volley e addirittura un bagno romagnolo.

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E un pianista che resiste ai fumi del pesce fritto.

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Ma è l’ora della conferenza nella sala congressi, quella dove ci si emoziona.

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E ovviamente a tenere banco è lui, un fiume in piena di ottimismo (a un certo punto, invece di FICO, gli è pure scappato “Unieuro”).

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Mentre parla, e parla davvero bene, penso: caro Oscar spero davvero che sia come dici tu, che questa grande cosa con delle potenzialità enormi diventi una macchina da guerra che sforna soldi e soprattutto lavoro, e che sia lavoro ben retribuito e stabile. Ma dove li recuperi questi 6 milioni di visitatori? Perché a me vengono in mente solo quelli che ogni domenica vanno all’Ikea per fare un giro (e non sono mica così tanti) e al massimo gli stranieri pigri, tipo quelli delle crociere (e qui il mare non c’è). E perché mai uno dovrebbe preferire FICO al centro di Bologna, che tra l’altro è già abbastanza FICO di suo (proprio nel senso di Eataly eh!)? Tra l’altro, ho visto tantissima carne, e va bene visto che non sono vegetariano, ma mettiamo mi venisse l’idea di ritornarci con un mio amico vegetariano o vegano, cosa gli raccontiamo? Che il futuro è la carne? Da quello che leggo in giro pare proprio di no.
Insomma, io ho provato a partire dal principio, ma ancora non riesco a capire dove volete arrivare.

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