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Gabriel Seroussi e Nic Paranoia ci parlano di “This is America”

Un denso volume cartaceo per comprendere e capire meglio una delle culture che più ha influenzato immaginario, costumi e storia dell'era moderna

Scritto da Raffaele Pignataro il 4 dicembre 2023

Partiamo da qualcosa che va assolutamente precisato: chi passa da una pubblicazione digitale a quella cartacea, merita un applauso per il coraggio e l’intraprendenza. I ragazzi di oltreoceano.eu meritano molto più, diciamo che possiamo anche alzarci per una standing ovation e provare a battere il record famoso dei 92 minuti di applausi perché sono riusciti a produrre “This is America” e condensare dentro le 220 pagine che costituiscono il volume, una quantità enorme di informazioni dettagliate sulla cultura afro-americana. Ci sono riusciti spinti da una forza comune, quella dell’approfondimento. Ne avevamo veramente bisogno? Sì, la risposta è affermativa senza ombra di dubbio, i ragazzi sono andati in profondità per combattere una superficialità galoppante di una buona fetta dei media di cui siamo sommersi e per contrastare quella brutta abitudine di accontentarsi di ciò che si trova in superficie. Hanno fatto ricerca, intrecciato fonti, collaborato con professionisti, il risultato è massiccio e ha tutta l’aria di imporsi subito come un must read.

Raffaele Pignataro: Chi c’è dietro oltreoceano.eu?

Gabriel Seroussi: oltreoceano.eu è frutto di background diversi anche se comunque affini tra loro. Io mi sono sempre occupato di rap professionalmente in radio, su Radio Raheem, e prima attraverso podcast prodotti in forma indipendente. Da piccolo a Roma sono cresciuto in un ambiente in cui il rap era molto presente e organizzavo concerti e serate. Tuttora lavoro per Radio Raheem, ho lavorato per essemagazine, rivista di riferimento per il rap italiano e per Billboard. Nel frattempo ho fatto anche un percorso universitario in storia e mi sono occupato anche della comunicazione per Fondazione ISEC.

 

Nic Paranoia: La mia formazione è incentrata su quelle che sono le arti visive, sono grafico e art director. Ho lavorato in agenzie, maggiormente con la musica e la moda. La collaborazione con oltreceano arriva in maniera spontanea, sono molto amico di Gabriele, e lavorando insieme sono riuscito a dare sfogo a quella necessità di fare qualcosa di diverso e spostarmi dalla mia zona di comfort.

 

GS: Oltre a noi ci sono anche Stefano Ricaldone, che invece ha fatto un percorso più accademico classico e che solitamente si occupa di sociologia urbanistica; un’altra parte fondamentale di oltreoceano negli ultimi mesi è stata anche Sofia Pierro, graphic designer molto brava che oltre a dandoci una mano è riuscita a dare sicuramente un apporto a livello estetico al progetto.

RP: Come mai avete scelto di creare oltreceano.eu e perché parlare di cultura afroamericana in Italia?

GS: Innanzitutto per passione: essendo noi fondatori molto amici succedeva molto spesso che tra di noi si aprissero discussioni sulla cultura black in generale. Ad esempio, il primo contenuto di oltreoceano.eu è stato Gang Signs proprio dopo una nostra discussione sulla questione che in Italia si stava facendo su Rondo da Sosa e sul fatto che veniva criticato in maniera superficiale per suoi video dove si atteggiava a membro dei Crips o dei Bloods. Da qui l’idea di proporre un punto di vista che andasse oltre la derisione piuttosto che l’apprezzamento di un artista, e che non si accontentasse di prendere dei concetti a caso, masticarli e buttarli in mezzo ad una discussione in un contesto sociale italiano completamente differente dall’America. Ci siamo detti: abbiamo gli strumenti, gli interessi, i contatti, creiamo un contenitore dentro al quale cerchiamo di fornire un approfondimento. Partendo dunque da una superficialità di base presente su alcuni argomenti che comunque toccano anche il nostro immaginario, oltreoceano ci ha dato di conseguenza la possibilità di dare la giusta profondità alla cultura afro-americana, di non chiuderci in un discorso accademico, ma di portare alla portata di tutti una maggiore apertura su determinati argomenti.

 

RP: Come avete scelto i temi da trattare su oltreoceano.eu?

GS: Come ti dicevo “Gang Signs” è nato proprio perché era un argomento su cui vedevamo tanta superficialità, ma non tanto nella scena hip hop italiana, ma dalla parte del pubblico in ascolto. Poi è nato “Soul Food” che invece arriva da una passione mia personale per il cibo. Dopo un viaggio negli Stati Uniti del sud dove ho fatto un tour in varie città, avevo notato che su molti ristoranti erano segnalati come black owned. Mi sono accorto che il tema del “Soul Food” è in realtà connesso a quell’attenzione che qui in Italia viene ultimamente dedicata alla storia dei piatti italiani diventati poi parte essenziali della nostra cultura. L’approfondimento su George Floyd è stato creato per l’anniversario di tre anni da quell’avvenimento e abbiamo voluto coinvolgere Alessandro Portelli che è un professore universitario ormai in pensione, ma che è una pietra miliare sugli studi storiografici in Italia. La sua partecipazione è molto importante perché è stato lui a fondare un certo tipo di approccio dove si argomenta facendo parlare le fonti, andando in profondità e non fermandosi alla superficie. Negli anni sessanta è stato tra i primi ad andare negli Stati Uniti a fare ricerca per l’Italia sulla cultura popolare e sulla musica, restituendoci dei lavori incredibili. Mentre per “50 anni di Hip Hop” diciamo che l’anniversario ci è venuto incontro e per realizzarlo abbiamo voluto coinvolgere giornalisti, rapper e autori e dare in mano ad ognuno di loro un focus su una particolare scena artistica in modo da creare una vera e propria mappa del rap americano.

RP: Quando la cultura afro americana è entrata in contatto per la prima volta con quella europea?

GS: Il primo momento in cui si inizia a parlare in Europa di cultura afro americana è negli anni trenta con l’arrivo del jazz che non trovò un bel clima, infatti il regime fascista lo censurò, ma non riuscì a impedirne la diffusione. Poi negli anni seguenti sicuramente la cultura afro americana si espanse con più facilità grazie al cinema, ma anche alla politica. Penso al movimento Black Power, Malcolm X, Angela Davis che diventano riferimenti anche per i movimenti politici in Italia, ma di sicuro dobbiamo ringraziare prima di tutto la musica.

RP: Quanto la cultura afroamericana ha influenzato una città come Milano?

GS: Sicuramente prima della cultura afroamericana c’è stata una grossa influenza nella zona di Porta Venezia di quella che è la comunità etiope e del Corno d’Africa, una delle comunità più antiche insieme a quella cinese, che dopo essere immigrata a Milano si è radicata soprattutto in quella zona fino ad arrivare ormai alla terza generazione. Se penso ad un esempio di come la cultura afroamericana ha influenzato Milano, mi viene in mente subito il Barrio’s, lo storico locale in Barona, che ha ospitato praticamente tutti i concerti di quelli che poi sono diventati i pilastri del rap e della trap in Italia, ma anche super guest stranieri, e come non ricordare le mitiche battle di freestyle. È diventato un punto di riferimento anche per chi veniva di fuori con le sue presentazioni di dischi, libri, fanze. Insomma è diventato un luogo di culto. Adesso si fatica a trovare un posto simile, Milano sta soffrendo una povertà dal punto di vista di accessibilità agli eventi, è diventato tutto molto esclusivo. Mi viene in mente una barra di Marracash che dice “a Milano è tutto inclusivo tranne i posti esclusivi”.

RP: Nic come hai tradotto la tua visione estetica lavorando su un contenuto a tutti gli effetti giornalistico?

NP: Per me è stato tutto molto nuovo e sperimentale, i miei lavori sono molto diversi da oltreoceano, mi concentro su copertine visual molto impattanti e riconoscibili, invece stavolta ho messo da parte “me stesso” per premiare l’insieme e soprattutto i contenuti che abbiamo affrontato. Ho trovato un vestito che potesse presentarli al meglio, facilitare i lettori a scorrere le pagine e per farlo ho semplificato molto. Se avessimo scelto un design di rottura molto probabilmente ne avrebbero risentito le informazioni, e noi volevamo che fossero quelle ad essere ricordate. Per fare questo, mi ha dato una mano enorme Sofia Pierro che con la sua conoscenza editoriale, mi ha aiutato a trovare una giusta chiave di lettura per ogni sezione, aggiungendo degli elementi differenti per ognuna di esse.

RP: Che differenza c’è tra la versione digitale di oltreoceano.eu e il cartaceo “This is America”?

GS: Nel cartaceo di “This is America” per ogni contenuto uscito su oltreoceano.eu c’è un contenuto extra: per “Gang Signs” c’è un articolo scritto da Stefano Ricaldone, su “The Wire” la miglior serie televisiva sulle gang della storia; in relazione a “Soul Food” ci sono due illustrazioni di Giacomo “Boyz” Calderoni che si ispirano a due ricette presenti nell’articolo; per la parte dedicata a George Floyd c’è un bellissimo fumetto fatto da OhIssaCrew, che è un collettivo di fumettisti di Bologna; per i “50 anni di Hip Hop” c’è un articolo narrativo di Daniele Benussi. Ci piaceva l’idea di aggiungere dei contenuti che potessero aumentare anche la fruibilità del volume e renderlo ancora più completo.