Joachim Blüher

Come da otto anni a questa parte, l'Accademia Tedesca di Villa Massimo si appresta ad ospitare l'Electric Campfire, showcase dell'etichetta di musica elettronica Raster-Noton. Per l'occasione abbiamo deciso di intervistare il suo direttore, Joachim Blüher, un tedesco a cui piace andare in motorino per Roma.

Scritto da Nicola Gerundino il 4 settembre 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

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L’Electric Campfire è ormai diventato una tradizione a Roma: il via “ufficioso” alla stagione di eventi cittadina, dal momento che si tiene sempre nei primi giorni di settembre. Se questo, forse, lo sapevate già, probabilmente non sapete che il tutto è nato dall’incontro – o “scontro”, come abbiamo avuto modo di apprendere – tra due persone: Carsten Nicolai (in arte Alva Noto) ex borsista a Villa Massimo e fondatore della label Raster-Noton e Joachim Blüher, direttore dell’Accademia Tedesca di Villa Massimo, che abbiamo deciso di intervistare in vista dell’edizione 2015 del Campfire. Uno sguardo acuto e intelligente sul mondo degli eventi, su quello delle Accademie e su Roma. Buona lettura!

Zero: Partiamo dal principio, quando è iniziato il suo lavoro da direttore a Villa Massimo?

Joachim Blüher: ho iniziato nel 2002, ormai sono il più vecchio qui.

Si tratta di un incarico rinnovabile?

Sì, il contratto è di cinque anni, me lo hanno rinnovato due volte poi mi hanno detto << Lei dovrebbe rimanere qui fino a quando non andrà in pensione >>, che sarà nel 2019.

Si ricorda la prima sensazione che ha avuto entrando nella Villa?

Sì e anche in maniera molto chiara: caos! Quando sono venuto qui erano in corso da due anni dei lavori di restauro e c’era una grande confusione. E un grande ritardo, il 60% di quello che doveva essere fatto non era stato portato a termine e io dovevo chiudere i lavori in sei mesi circa, proprio con la frusta.

Era un caos dovuto alla gestione precedente?

No, era piuttosto un caos ottico. Era un macello incredibile questa Villa! Poi c’era anche una sensazione di felicità, per la possibilità di lavorare finalmente nel mio Paese preferito.

Era già stato a Villa Massimo prima dell’incarico?

No. Io ho anche vissuto a Roma, nel 1978, ma non sono mai andato all’Accademia perché mi sembrava fosse la completa noia. In quegli anni io e la mia ragazza eravamo interessati alla danza, al teatro, siamo andati a eventi in luoghi abbandonati, Villa Doria Pamphilj, in aule universitarie e così via. Ho partecipato a una vita “off” qui a Roma, non “ufficiale” come adesso. Roma la conoscevo, l’Accademia no.

Si ricorda il primo evento organizzato e come andò?

Sì, era l’apertura ufficiale, il 23 maggio 2003, abbiamo aperto i battenti con 400 ospiti. E mi ricordo anche un’altra cosa: quando sono venuto qui non c’era un computer, un databse, niente. Ho fatto amicizia, non mi ricordo neanche bene perché, con il direttore dell’Accademia Belga – quello belga è un popolo che io amo molto – e loro ci hanno dato 1200 indirizzi, divisi tra arte, letteratura, musica etc. Il nostro database è belga! Ecco, un’altra prima sensazione che ho avuto è stato il grande aiuto e le braccia aperte dagli “stranieri”.

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La festa dell’estate all’Accademia

Tra i tanti eventi organizzati, ce n’è uno che ricorda con particolare piacere?

Ce ne sono tanti, ma forse direi la rassegna “Soltanto un quadro al Massimo”, realizzata con Ludovico Pratesi e nata da una conversazione con lui. La cosa particolare di questo evento è che all’inizio praticamente non avevamo soldi per realizzarlo, ma dal niente si può sempre fare qualcosa. Avevamo un budget annuale di 20-25mila euro e ho cominciato con questa evento che ne costava 1.600. Ne abbiamo fatti due il primo anno e abbiamo fatto anche un concerto di musica contemporanea, quindi rimanevano 19.600 euro per fare tanto altro. Mi piacciono gli ostacoli perché mi piace spazzarli via con una buona idea. Infatti abbiamo fatto 21 appuntamenti di “Soltanto un quadro al Massimo”, il che vuol dire che tutti gli artisti importanti di Italia e Germania sono passati per Villa Massimo.

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Soltanto un quadro al Massimo: Isa Genzken – Giuseppe Penone

Tra i borsisti, invece, c’è stato un preferito?

Preferisco non dirlo, ce ne sono stati diversi che hanno lasciato qualcosa qui. Sicuramente ha lasciato tanto Carsten Nicolai. Con lui ho sempre un po’ litgato, ma dopo il soggiorno siamo diventati amici. Prima no. Ecco, forse l’Electric Campfire è la traccia più importante che ha lasciato un borsista a Villa Massimo in questi 12 anni.

A questo punto viene spontaneo chiedere come sia nato il Campfire, se da un incontro o uno “scontro” con Carsten.

Mi ricordo benissimo! Abbiamo sempre litigato su questa cosa. Una volta vado da lui che mi dice << No! >>, io me ne vado via arrabbiato poi subito dopo sento il rumore di una bici da gara: era Carsten che mi seguiva e a quel punto mi dice: << Signor Blüher, ho avuto un'idea: il Campfire potremmo farlo qua >>. Così lo abbiamo realizzato. La prima volta c’erano 150 persone – iniziamo sempre le cose con 150 persone noi! Quando alla fine abbiamo fatto i conti delle spese sostenute lui mi dice: << Signor Blüher, la cosa che non mi piace di lei è che quando fa una proposta poi alla fine mi ritrovo a pagare sempre più di lei! >>. Adesso ovviamente le cose sono cambiate, ma all’inizio era così, si arrabbiava parecchio con me.

E il nome da dove viene?

Il “campfire” è il falò, quando si va in spiaggia e si sta tutti assieme. Un qualcosa di analogico che viene capovolto e diventa “electric”. Tra l’altro, è una cosa buffa, tipicamente tedesca, dire “elettrico” e non “elettronico”, ad esempio, per dire “ti mando una mail” si dice ti mando una “lettera elettrica”.

Lei ha partecipato a tutte le edizioni quindi?

Sì, certo. Otto edizioni a Roma, due in Germania.

Se ne ricorda qualcuna in particolare?

Sì, la prima. Mi ricordo che telefonai al cancello dove c’era l’a direttrice dell’amministrazione e le dissi << Ok, fammi un cenno quando inizia >> e lei mi rispose << Guardi che è iniziato da due ore... >>. Non avevo capito che quello era già il concerto!

Da utente, si diverte durante il Campfire?

Sì, certo, molto! Da noi sembra sempre che le cose abbiano un’apparenza molto rilassata, mai “statale”, mai “monumentale”, mai pesante: questo succede perché c’è preparazione e la collaborazione di tutti. È come la cucina di uno chef, i problemi devono essere risolti prima che arrivino gli ospiti, altrimenti poi crolla tutto. C’è la giusta tensione, perché senza tensione si sbaglia. In tedesco si dice “Lampenfieber” – letteralmente “La febbre della lampada” -, la paura che si ha quando si accendono le luci sul palcoscenico.

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Electric Campfire 2014 – Alva Noto e Byetone

Avete mai pensato di cambiare la formula del Campfire?

Ci abbiamo pensato, certo. In particolare perché questo tipo di musica si sta inserendo sempre più nel contesto sociale e, soprattutto, in quello scientifico: è una musica che si insegna nelle università, ci sono corsi e seminari. L’anno prossimo cercheremo di fare prima del Campfire un convegno di un giorno, in collaborazione con Santa Cecilia.

Parlando più in generale, pensa che gli istituti stranieri qui a Roma debbano aprirsi di più a eventi del genere o no?

Iniziamo col fare una distinzione, Villa Massimo non è un istituto di cultura, lo sono, ad esempio, il Goethe-Institut, il British Council o il Centre Saint-Louis. Noi siamo un’accademia e le accademie sono un qualcosa che esiste solo a Roma. Si tratta di una realtà molto particolare, che ogni direttore gestisce a modo suo. Da me, si capisce che sono stato un gallerista: quello che voglio fare è “vendere” e la cosa che voglio vendere qui è la Germania, ma non la voglio offrire come se fosse “birra acida”, cioè qualcosa che non vuole nessuno, vista un po’ la reputazione che c’è in giro, soprattutto ora. Voglio che mi si strappi la Germania dalle mani: una Germania che il pubblico romano apprezza, una Germania desiderata. Ed è proprio quello che succede qui. Tutte le persone che vengono qui sviluppano un pensiero su Villa Massimo che aiuta molto anche i nostri borsisti quando si presentano in qualsiasi posto perché le persone dicono << Ah, lei viene da Villa Massimo? >> e questo è molto importante.

Com’è il rapporto con le altre Accademie?

Per questo aspetto bisogna considerare due fattori: il primo è che ogni direttore lavora a modo suo, ed è giusto così. Il secondo è che i borsisti sono molto concentrati su se stessi, dal momento che la borsa di studio a Roma è una cosa molto particolare. Poi, gli artisti vivono una sorta di conflitto: si sentono rappresentanti di uno Stato, ma nessun artista in realtà vuole essere rappresentante di uno Stato. Quindi sono molto concentrati su se stessi e poco capaci di aprirsi verso l’Italia e verso gli altri stranieri. Quello che faccio io, assieme alla responsabile dei borsisti, è andare negli altri istituti per parlare di collaborazioni, che funzionano perché, più o meno, anche gli altri direttori hanno la mia stessa mentalità. Ad esempio, ultimamente è nato un progetto architettonico, creato da me e da una giornalista tedesca, a Riccione, dove c’è un nuovo sindaco che ha messo a disposizione l’urbanistica della città. Ho chiamato i francesi, gli americani, gli olandesi etc. per fare una proposta per Riccione. Questo è un modo per inserirsi nel contesto italiano, invece che rimanerne fuori, che invece è la normalità.

Negli ultimi anni sta succedendo sempre più spesso che una persona, diciamo tra i 20 e i 40 anni, si ritrovi a frequentare più le Accademie di Roma che non gli spazi istituzionali della città, come musei o teatri. Che ne pensa?

Purtroppo è così, a Roma le architetture sono nuove, ma i contenuti sono poveri. I direttori vengono trattati male, non si lascia alle persone la possibilità di svilupparsi, dopo uno o due anni si cambia tutto. Poi si taglia troppo, alla classe politica purtroppo non crea problemi questa cosa, non c’è nessuno che combatte per avere di più. In Germania, invece, si è investito anche in tempo di crisi. Un’altra differenza importante è che la politica non fa mai interventi sui direttori dei musei o direttori come me: sono due mondi diversi e c’è un rispetto reciproco.

Qui invece è esattamente l’opposto

E infatti si vedono i risultati: non ci sono risultati.

Qual’è il suo posto preferito di Roma?

Il mio scooter! Giuro, la cosa più bella di Roma è attraversarla con il mio motorino.

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Nanni Moretti in “Caro diario”

Un bar o un ristorante dove le piace andare?

Da Franco a via Stamira. Il prezzo è buono, si mangia bene, non si trova in nessuna guida di Roma. Franco poi è uno serio, si arrabbia quando non arrivi, fa bene il suo mestiere. Come un tedesco, anche se è calabrese.

Ci sono altri luoghi che le capita di frequentare spesso? Teatri, musei, gallerie?

Diciamo che la cosa che mi ha impressionato negli ultimi anni sono state le mostre sui maestri italiani alle Scuderie del Quirinale: mostre preziose, ben fatte, da cui ho imparato tantissimo.