Torna la rubrica con cui Zero unisce Roma e la musica con la consueta grande apertura nei confronti di altre realtà geografiche e discipline artistiche. Una raccolta delle migliori uscite discografiche capitoline: album o EP di artisti nati o di base in città per una raccolta con cadenza variabile, ma generalmente aggiornata ogni tre o quattro mesi. Nessun limite di genere, di età, di popolarità. Selezioniamo solo quello ci è piaciuto e pensiamo sia meritevole d’attenzione. Per questa nona puntata: nu-folk, elettronica pazza, jazz radicale e altro ancora. Se pensate che ci siamo persi qualcosa, aspettate la puntata successiva prima di gridare allo scandalo. L’ordine è rigorosamente alfabetico, non leggeteci nulla di più.
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Anna Caragnano – „Tamburi“ (Nautilus Musica)

È indubbio che in Italia stiamo vivendo un momento incredibile per quanto riguarda la musica tradizionale aggiornata al contemporaneo. Non parlo di approcci museali o feticisti, ma di materia viva che pulsa nel qui ed ora, spinta dall’eco di tradizioni profonde, dialetti antichi, suoni ancestrali che si mescolano alle innovazioni più aggiornate in materia di elettronica, psichedelia, tecnica strumentale e vocale. Quest’album si unisce a questo “nu-folk continuum” italiano: Caragnano usa la sua incredibile voce per evocare lo spirito della taranta e dell’area mediterranea tutta. Percussioni e voce si prendono la scena sostenute dall’imprescindibile produzione di Donato Dozzy – anche editore dell’album con la sua neonata etichetta. Quel che ne esce è una sintesi perfetta tra passato e presente, un racconto sonico dalle proprietà carnali.
Pezzo preferito: „Tamburi“
Crown Flash – „Crown Flash“ (Union Editions)

Filippo Brancadoro (producer, sound designer) e Francesco de Figueiredo (co-fondatore e art director di NERO, ex Heroin in Tahiti) uniscono le forze per un disco di allucinazioni elettroniche. Dieci tracce sperimentali in cui synth e bassi si muovono con la velocità del lampo, solleticano l’ascoltatore e si ritraggono, lo fanno girare su sé stesso e poi lo lasciano lì a chiedersi cosa sia successo. Sola la prima di due recenti ottime uscite firmate Union Editions.
Pezzo preferito: „Jumping The Shark“
Evita Polidoro – “Mi giurano eternità” (Columbia Records/Sony Music Italy)

Nel 2024 con Evita parlavamo del suo album di debutto, “NEROVIVO”, sospeso a metà tra improvvisazione e composizione. Due anni dopo la batterista di base a Roma il focus lo concentra sulla composizione e tira fuori un album di vere e proprie canzoni. Canzoni che attraversano pop sofisticato ed elettronica decostruita, atmosfere sognanti quasi post-rock e sferzate post-punk, impreziosite dall’incredibile featuring di quella leggenda vivente che è Lee Ranaldo. Insomma un disco che sembra essere la summa delle esperienze della batterista di stanza a Roma: essere parte fissa dei Fearless Five di Enrico Rava, aver lavorato con Dee Dee Bridgewater e Francesca Michielin, ma anche l’attività instancabile nella scena alternativa della capitale e non solo.
Pezzo preferito: „i see big changes (feat. Lee Ranaldo)“
Giacomo Serino – „Sestetto Scorretto“ (Diacronie Media)

Questo è uno di quei classici dischi che, se fosse uscito per una delle etichette estere che tanto idolatriamo noi nerd, saremmo già qui a parlarne a mezzabocca, pronunciando neanche troppo velatamente una parola: capolavoro. Invece per fortuna nostra esce a Roma, per l’ottima Diacronie (a dire il vero discostandosi anche dal loro catalogo, prettamente elettronico) quindi difficilmente lo vedremo nelle classifiche di fine anno di Pitchfork, Bandcamp, The Quietus e compagnia bella. Ma parliamo di un disco di quel livello lì. La tromba di Serino è la capobanda di una combriccola pazza e squilibrata. Cinque strumenti a fiato e una batteria che tirano manate in faccia tutto il tempo, tessendo le fila di un jazz orchestrale e teatrale, con accenni di free, punk e tradizioni etniche. Una sorta di sogno fatto sotto LSD, sensazione aumentata dai numerosi momenti recitativi del disco che magicamente non suonano cringe ma anzi perfettamente integrati alla materia musicale folle, donandogli quel pizzico di finta lucidità e contesto che aiuta a perdersi meglio. Che bellezza!
Pezzo preferito: tutti!
Jolly Mare & Piero Umiliani – „La Luce dell’Alba“ (42 Records)

Sembrava una moda da collezionisti (e sicuramente lo è) ma la library music italiana non smette di stupire. Una quantità non meglio specificata di etichette specializzate, ristampe in ogni dove, grandi nomi internazionali da ogni angolo e genere che (anche qui un po’ per moda un po’ con sincerità) professano il loro amore per gli “oscuri” compositori italiani della Dolce Vita. Ad unirsi alla festa arriva anche 42 Records che però ha poco a che fare con la retromania e quindi approccia la questione in modo contemporaneo. Una sorta di rivisitazione delle “Interviste Impossibili” di Giorgio Manganelli ma in versione musicale: Jolly Mare collabora con Piero Umiliani. Il producer pugliese ha avuto accesso agli archivi ufficiali del grande musicista, del quale nel 2026 si festeggiano cento anni dalla nascita, dando nuova vita ai nastri originali in dialogo tra passato e presente nato tra le pareti leggendarie del Sound Workshop di Roma.
Pezzo preferito: „Orizzonti Lontani“
Khalab & Baba Sissoko – “Foli Bah” (Hyperjazz Records/Space Is The Place)

Torna il duo composto dal producer calabrese trapiantato a Roma (alias Raffaele Costantino) e dal veterano griot maliano. L’omonimo album di debutto è uscito più di dieci anni fa, nel momento di massima popolarità di un neologismo che ormai non esiste più: global bass. In pratica producer per lo più europei che scavano nell’archivio e/o collaborano con musicisti del sud del mondo, continente africano in primis. “Khalab & Baba” del 2015 si era inserito perfettamente in questa scia, ricevendo anche numerosi importanti riconoscimenti internazionali. La formula per questa nuova fatica rimane praticamente invariata: la voce evocativa del griot maliano e gli strumenti tradizionali come ngoni, tama, doun doun, djembe, kalimba, karagnan si incastonano nell’elettronica delle produzioni scurissime di Khalab.
Pezzo preferito: „Nimamasa“
Lili Refrain – “Nagalite” (Subsound Records)

Non so perché, ma la colonna sonora di una tragedia greca me la immagino proprio così. Voci intrise di pathos, tamburi tribali, organi epici, scale frigie suonate da strumenti a corda, un epos narrativo in quattro atti. Un album che abbraccia la metamorfosi come elemento salvifico, la sua bellezza e complessità come antidoto al presente tetro che stiamo vivendo.
Pezzo preferito: „Lithos“
Panoram – „Pianosequenza Vol. 2“ (Union Editions)

Questo disco è il suono che fa un pianoforte quando sogna sé stesso. Diciassette cellule di pensiero lisergico, tasti che corrono via veloci e si espandono e stringono all’improvviso, avvicendandosi a suoni non meglio identificati. Sembrano tutti personaggi di un sogno che si svolge libero e leggero tra le nuvole della copertina, diciassette piccole conversazioni con gli occhi chiusi e le orecchie aperte. Una piccola delizia che segue altri lavoro di ottima fattura da parte di Panoram (menzione d’onore per “Acrobatic Thoughts del 2022) ma che qui trova una sintesi veramente originale, introspettiva, sperimentale eppure appropriabile da chiunque.
Pezzo preferito:“A7 Senza Mani“
TellKujira – „La lucha es un poema colectivo“ (Superpang)

Ogni è tanto bene ricordarsi che jazz, punk, improvvisazione e musica sperimentale sono (soprattutto?) musiche politiche – come minimo profondamente radicali. Che generi così rivoluzionari siano ormai istituzionalizzati e resi inoffensivi (jazz in primis) è colpa tanto del decadimento culturale generale, quanto a volte degli attori stessi, spesso pronti ad adagiarsi su dinamiche che castrano la creatività. Un problema questo che non tocca nessuno dei componenti di TellKujira e men che meno il progetto stesso, tutto volto a una ricerca senza compromessi. Una band rock ma con una formazione da musica da camera (due chitarre elettriche con effetti al posto dei violini, violoncello e viola) composta da Ambra Chiara Michelangeli, Francesco Diodati, Francesco Guerri, e Stefano Calderano. Il secondo album è un viaggio di avant-garde pura in cui improvvisazione jazz, post-punk, field recordings e orchestrazioni estemporanee manifestano una meravigliosa inquietudine in diretta comunicazione con i tempi inquieti che stiamo vivendo.
Pezzo preferito:“En Greve“
Speziale – „I“ (Pom Pom Records)

Ascoltare l’album di debutto di Giampaolo Speziale (ex About Wayne e Malihini) è come quando hai bevuto una Redbull per la prima volta, all’inizio degli anni Duemila. Ti sale quella botta d’energia dal sapore artificiale che ti manda fuori di testa, non sei preoccupato degli agenti chimici perché Instagram e i suoi trend non esistono ancora. Tempi più semplici: tempi a cui fa riferimento esplicito Speziale per questo pop impeccabile condotto da una voce teatrale e affascinante, linee melodiche pericolosissime e appiccicose, synth smarmellanti o affilati come lame. Un electro pop-post-indie primi anni Duemila che è revival eppure sorprendentemente a suo agio in questi tempi in cui l’eterno ritorno fa ormai parte del tessuto stesso del contemporaneo. Ma prima di tutto siamo di fronte a canzoni scritte bene, che vi troverete a canticchiare sotto la doccia.
Pezzo preferito:“Out Of Fucking Luck“
Tropicantesimo – „Session 4“ (Penny Records)

Continua la ricerca sonora a bmp lentissimi del collettivo nato ormai dieci anni da in quel del Fanfulla. Per questo quarto appuntamento, rigorosamente registrato nel quartier generale di Torpignattara, sono assoldati i compagni di festa rtumbranda, Leo Non (Wow), Cosmo, Equohm. Psichedelia dilatata, suoni cosmici e terreni, voci che si perdono e sovrappongono tra di loro. Solito bel viaggio con cui squagliarsi tipo un 45 giri lasciato sull’asfalto di Roma Est un qualunque pomeriggio d’estate.
Pezzo preferito:“Gelem Gelem“