La cultura senza eventi

Il 18 maggio riaprono musei e gallerie, ma il COVID blocca ancora biennali e festival

Geschrieben von Lucia Tozzi il 1 Mai 2020
Aggiornato il 5 Mai 2020

A due mesi dalla prima emergenza COVID ci troviamo in una situazione molto più incerta dell’inizio. Se prima era pensabile per alcuni risolvere tutto con un paio di settimane di lockdown, o per i forzati dell’ottimismo anche senza, poi è diventato più chiaro che ci volevano almeno un paio di mesi alla cinese, infine ci stiamo avvicinando alla consapevolezza che con questo virus bisognerà conviverci molto a lungo, forse anche un paio d’anni. Non arriverà nessun vaccino miracoloso a liberarci, l’immunità è una chimera e ci saranno ondate di COVID, corsi e ricorsi: per una serie di riti sociali la sospensione è lunghissima, specialmente per quelli che prevedono grandi assembramenti.
Ora sappiamo che da qui a Natale la mitizzata riapertura, le feste per il ritorno alla normalità, sono fuori discussione. Ed è quindi partita una competizione crudelissima su chi e cosa può ripartire prima, e chi e cosa è sacrificabile.

I grandi eventi sportivi, culturali e musicali sono stati rimandati prima con riluttanza a maggio o giugno, poi a poco a poco annullati: niente Olimpiadi di Tokyo e Expo Dubai 2020 (si va al 2021 per entrambi, ma forse), niente concerti estivi e festival, niente partite allo stadio, niente Salone del Mobile, niente Fiera del Libro, Hong Kong Art Basel, Art Paris, niente Manifesta di Marsiglia, niente Oktoberfest. Per ora restano in calendario tutti quelli che sono stati ammassati da fine agosto a dicembre: Biennale di Architettura (29 agosto-29 novembre, con Festival teatro dal 14 al 24 settembre e Festival danza dal 13 al 25 ottobre), Mostra del Cinema di Venezia 2-12 settembre), Festivaletteratura di Mantova (9-13 settembre), Miart (11-13 settembre, in coincidenza con la settimana dell’arte di Berlino), Art Basel (dal 17 settembre), Milano Fashion Week (che riunisce moda donna e uomo dal 22 al 28 settembre), Milano Film Festival (2-8 ottobre),Internazionale a Ferrara (2-4 ottobre), Frieze (8-11 ottobre), Milano Design Film Festival (16-18 ottobre), Artissima (6-8 novembre), Bookcity (11-15 novembre), Miami Art Basel (3-6 dicembre), Artverona (11-13 dicembre).

La sospensione o annullamento degli eventi è realmente un grave danno per tutti, come appare leggendo i toni apocalittici dei giornali mainstream? Gli eventi sono davvero il fondamento delle filiere della cultura?

Ma anche per questi restano molte incognite: le frontiere per allora saranno aperte? E anche se fossero aperte, la stampa, i collezionisti, gli artisti, i professionisti, i galleristi, i visitatori, affronteranno gli spostamenti? E se anche lo faranno, potranno farlo per tutti questi eventi uno di seguito all’altro? Per le fiere: un collezionista che compra a Art Basel comprerà anche a Miart o ad Artissima? E ancora, visto che gli eventi sono una forma di comunicazione che necessita di essere comunicata, quanto dura sarà la competizione per gli esigui spazi comunicativi sui media? Insomma, vale comunque la pena di farli, i grandi eventi, anche rischiando il deserto?

Nelle prossime settimane, man mano che saranno leggibili le conseguenze della Fase 2 in tanti paesi, si definirà anche l’agenda autunnale di questi grandi eventi, ma nell’incertezza vale la pena di porre una domanda più generale: la sospensione o annullamento degli eventi è realmente un grave danno per tutti, come appare leggendo i toni apocalittici dei giornali mainstream? Gli eventi sono davvero il fondamento delle filiere della cultura?

I LAVORATORI SENZA LAVORO

Partiamo dal basso: una certezza quasi assoluta è che migliaia di lavoratori della cultura si sono trovati da un giorno all’altro senza lavoro, e non si sa per quanti mesi. La precarizzazione e la frammentazione del lavoro culturale è stata talmente normalizzata negli ultimi anni che è veramente difficile fare una stima del danno sociale. Il passaggio epocale dal lavoro culturale nelle istituzioni pubbliche e private al lavoro per progetto ha creato un’infinità di lavoratori senza contratto, o con contratti ridicoli, sulla parola, a partita iva, in diritto d’autore, al nero (pare fino al 40%), e anche totalmente gratis, i famigerati volontari pagati “in visibilità”.

Sappiamo che di questi gli unici che hanno avuto un quasi insignificante sostegno per ora sono le partite iva con i loro 600 euro. La sospensione degli eventi ha chiuso qualsiasi speranza di pagamento da privato a privato e da pubblico a privato per tutti i progetti in corso e in programma. Ma ha anche provocato catene di licenziamenti e contratti non rinnovati all’interno di studi di design, architettura, agenzie stampa, agenzie pubblicitarie, di comunicazione e di produzione eventi, associazioni no profit e cooperative attive nella gestione di musei e spazi culturali, nei più disparati comparti turistici, a partire dalle guide, nei giornali, e in tutti gli altri settori collegati in un modo o nell’altro alla cultura.
Si sono moltiplicati gli appelli per rimediare a questo vuoto improvviso, e gli assessori alla cultura di 12 città hanno fatto pressione sul Mibact perché dedicasse attenzione alla categoria dei cosiddetti “intermittenti”. Tutti siamo perfettamente consapevoli che le misure saranno platealmente insufficienti: non siamo a Berlino, dove si favoleggia che il governo abbia accreditato sull’unghia 5000 euro a chiunque ne facesse richiesta, senza dovere riempire moduli e scartoffie.

Se il governo non aiuta i lavoratori culturali è anche in base a un calcolo piuttosto cinico: sa che sono i più “resilienti”, sono protetti dalle famiglie e dalle relazioni

Ma non si può non tenere conto di un dato di fatto molto importante. Se il governo non aiuta i lavoratori culturali è anche in base a un calcolo piuttosto cinico: sa che sono i più “resilienti”, sono protetti dalle famiglie e dalle relazioni. Lo zoccolo duro della classe intellettuale e di quella creativa (mi piace ancora pensare che siano due cose leggermente differenti, anche se le sfumature sono sempre più sottili) non è fatto di persone che dipendono dal proprio stipendio, che provengono da un contesto povero e hanno vissuto un’ascesa sociale, ma di soggetti appartenenti a un ceto protetto. Come diceva Tiziano Bonini in un articolo uscito su Che fare in autunno, significativamente intitolato Il lavoro culturale ha bisogno di una lotta (creativa) di classe: «Quando un laureato esce dall’università e vorrebbe entrare nell’industria culturale spesso succede che ci riesce solo se ha qualcuno che gli copre le spalle nel periodo di precarietà in cui non ha ancora una reputazione da spendere come lavoratore culturale. Chi resiste quindi non è il più talentuoso ma semplicemente il più ricco di famiglia, o il più ricco in capitale sociale (chi è cresciuto in città) che gli permette di accelerare la ricerca di lavoro tramite contatti personali».
Se non hai una famiglia che ti compra una casa, o ti paga l’affitto e qualche bene di consumo, come puoi campare con meno di 15000 euro all’anno (che è la cifra media secondo l’inchiesta di Mi riconosci, o quella di ACTA, entrambe presentate nello scorso autunno)? E con che coraggio puoi decidere di intraprendere una carriera così fragile in un comparto dove lo star system crea fortissime dissimmetrie nella visibilità e nei compensi? «In un contesto occupazionale di questo tipo, chi intraprende un’attività culturale è sottoposto a una significativa incertezza all’inizio, durante e al termine del proprio percorso professionale. E le prospettive di carriera sono molto limitate» afferma Paola Dubini nell’ultimo capitolo, spesso trascurato, del suo saggio “Con la cultura non si mangia?” Falso!.

Chi ci governa ha probabilmente introiettato le argomentazioni intelligenti, ancorché un po’ reazionarie, del celebre libro di Raffaele Alberto Ventura, Teoria della classe disagiata, dove si sostiene che il vittimismo dei lavoratori culturali sia fondato sull’occultamento dei rapporti di produzione, sull’autoinganno che scambia il proprio malessere borghese di intellettuali decaduti per una forma assoluta di povertà, mentre finge di non vedere i veri sfruttati che arrancano nello stato di necessità. «La presunta tragedia dei proletari cognitivi è in verità una tragedia della borghesia: una classe ricca, ma non ricca abbastanza. Ricca per studiare e acculturarsi, spesso male, ma non abbastanza per condurre quella vita che si era convinta di meritare».
Insomma, possiamo immaginare i ministri che si siedono intorno a un tavolo per decidere come spartire i miliardi di aiuti, e quando arrivano ai lavoratori della cultura si guardano e dicono: “ma no, a questi poco, sono già abituati a fare la fame e poi campano con le pensioni dei genitori, quelle non le abbiamo ancora toccate”.

In realtà non è stato sempre così: alcuni recenti saggi e romanzi di una generazione precedente di scrittori, per esempio Walter Siti in Pagare e non pagare, Didier Eribon in Ritorno a Reims, le opere di Annie Ernaux testimoniano che la cultura è stata per una breve stagione, fino agli anni 80, un discreto motore di mobilità sociale. Secondo la loro stessa analisi, però, la fine di questa parentesi è scaturita proprio dal tradimento degli intellettuali, dalla distrazione postmoderna nei confronti del concetto di classe e dal cedimento alle ragioni di un mercato che ha snaturato il ruolo della cultura, soprattutto quella critica.

La produzione culturale è stata così assorbita sempre di più dall’universo della comunicazione e degli eventi. Un universo totalmente alienato dal contenuto, e che sul fronte economico si è svincolato dagli aspetti sociali e redistributivi che abitavano in parte la vecchia industria culturale per abbracciare un paradigma estrattivo, di grande concentrazione della ricchezza.

VOCI DALLE IMPRESE

Non sono pochi coloro che leggono l’interruzione imposta dal COVID a questo sistema degli eventi come una crepa salvifica, un’occasione da sfruttare per invertire la rotta. E tra questi molti compaiono anche galleristi, librai, editori, produttori, gestori di cinema, smentendo il luogo comune che gli eventi siano utili, anzi fondamentali per la loro esistenza.
La proliferazione delle fiere, per esempio, sta diventando un onere insostenibile per molti di loro: rappresenta una terribile coazione a esserci, ma le vendite coprono raramente gli esorbitanti costi degli spostamenti e dell’affitto spazi. Certo, partecipare a una fiera in Sudamerica o in Asia può teoricamente aprire nuovi mercati, ma i nuovi collezionisti difficilmente comprano per due anni di seguito. E parecchi, qui in Italia, hanno brindato quando Art Basel Hong Kong è saltata.
Guardando le cose da questo punto di vista, è lecito dubitare che le gallerie confermino la loro presenza a due o più fiere compresse nei mesi autunnali: se un collezionista compra ad Art Basel a settembre, la probabilità che spenda altri soldi nelle stesse settimane è estremamente bassa.
«Non è neanche detto che sia un male – dice Paola Potena, socia della galleria Lia Rumma – perché si potrebbe anche creare un nuovo rapporto con i collezionisti. Negli ultimi anni i tour de force tra le fiere sempre più glamour li hanno allontanati dalla frequentazione delle gallerie. Noi saremmo felici di potere ristabilire una relazione profonda, articolata nel tempo, di fiducia e scambio, e di dare anche un nuovo valore alle mostre, agli artisti più giovani che in fiera sono inevitabilmente sottorappresentati».

Se le troppe fiere rappresentano più una spesa che un guadagno, l’eccesso di eventi è da tempo diventato un incubo per la parte produttiva della filiera

Se le troppe fiere rappresentano più una spesa che un guadagno, l’eccesso di eventi è da tempo diventato un incubo per la parte produttiva della filiera. Stretti tra il ricatto della comunicazione – se non partecipi i tuoi competitor eroderanno la tua posizione sul mercato – e l’ansia narcisistica degli artisti, i galleristi sono costretti a dedicare una quota sempre maggiore del lavoro e della spesa alla gestione della presenza a continue Biennali, Week, Festival, celebrazioni e feste che poco e niente hanno a che fare con la vera e propria produzione artistica.

Per le case editrici il discorso è simile. «Gli eventi, soprattutto quelli più mainstream, non hanno un impatto reale sulle filiere produttive – afferma Ilaria Bussoni di Deriveapprodi – la nostra casa editrice non partecipa più al Salone del libro di Torino da anni, non aveva alcuna utilità per noi. Come ODEI, Osservatorio Degli Editori Indipendenti, abbiamo fondato sei anni fa Book Pride per rompere l’idea dell’impianto fieristico, e cercare di organizzare nuove filiere nel rigidissimo mercato del libro italiano, dominato da monopoli consolidati».
Book Pride è stato il primo degli eventi a essere sospeso per il COVID (doveva avere luogo a fine marzo alla Fabbrica del Vapore a Milano), e di sicuro uno dei pochi che abbia suscitato rimpianti nella fascia più intellettuale dell’editoria, quella che aggrega editori e librai indipendenti, autori meno commerciali, un pubblico più colto ed esigente. Non solo perché la selezione è qualitativamente migliore, perché rappresenta il luogo della ricerca, ma anche perché è una delle rare occasioni per vendere tutti quei libri che normalmente hanno meno spazio e durano meno tempo sugli scaffali, è un tentativo di rovesciamento del sistema monopolistico sia sul piano delle celebrities che dal punto di vista commerciale.

E il danno maggiore che il COVID ha provocato alla filiera del libro viene proprio dal calo assoluto delle vendite a marzo e aprile, a librerie chiuse: « Il calo è davvero terribile – conferma Andrea Gessner di Nottetempo – Parliamo di un calo di più del 60%. Sicuramente la gente compra online, sono state attivate anche varie iniziative di supporto alle librerie da parte degli editori, come l’operazione „Libri da asporto“. Ma comunque le cifre non sono paragonabili, abbiamo dovuto rimandare tutte le novità e lanciato solo dei titoli in ebook». Anche se un segnale positivo arriva da Fabio Masi, che dalla riapertura della famosissima libreria L’amico ritrovato a Genova racconta di un’immediata ripresa nelle vendite, persino di una crescita, e spera che il calo di eventi produca nei prossimi mesi un rafforzamento dell’ecosistema che lega lettori e libri, librerie e case editrici indipendenti. Solo facendo fronte comune possono fronteggiare l’economia da supermarket, la bulimia delle novità e i supersconti che le grandi catene e la grande distribuzione impongono al mercato librario, soprattutto in un momento come questo.

INDOTTO IN GINOCCHIO

Insomma, con l’eccezione di alcuni eventi particolari molto ben curati o che coprono delle nicchie importanti dal punto di vista commerciale – per esempio Lucca Comics – la sospensione degli eventi non influisce più di un tanto sull’economia della produzione culturale, quanto su una serie di figure intermedie e sull’indotto: in primis gli organizzatori degli eventi, ma in particolare le agenzie pubblicitarie e di comunicazione che si erano riconvertite alla progettazione di mostre per il grande pubblico 3d, 4d, interattive, pacchetti supercommerciali, patacconi come gli show immersivi su Michelangelo o Leonardo alla Marco Balich, per esempio. O l’enorme e glorioso settore dell’allestimento, che in città come Milano ha un flusso continuo di eventi design e moda. O il settore immobiliare sempre più invadente dell’affitto temporaneo di location, che da anni sta erodendo il mercato dell’affitto commerciale a lungo termine per riconvertire negozi, palazzi, garage, magazzini, uffici in spazi eventi noleggiati a giorni o settimane. E naturalmente il turismo.

La crisi porterà a un ripensamento di questo modello assurdo o lo esaspererà, complice lo sdoganamento di eventi esclusivi in nome del distanziamento sociale?

Che ne sarà, alla lunga, degli interi quartieri trasformati in distretti brandizzati come Tortona o Brera? Torneranno a diventare luoghi di lavoro produttivo, abitazioni per residenti, servizi sociali per la città? O saranno oggetto di una privatizzazione ancora più selvaggia, acquistati in stock dalle multinazionali? Che succederà ai palazzi storici, ai grandi musei pubblici come gli Uffizi o la Triennale o il PAC o la Galleria Nazionale di Arte Contemporanea a Roma, o la Reggia di Monza, indotti dalla logica neoliberista che egemonizza le nostre politiche culturali ad affittare le loro meravigliose sale per party, sfilate, eventi di lusso, mostre attiragonzi? La crisi porterà a un ripensamento di questo modello assurdo o lo esaspererà, complice lo sdoganamento di eventi esclusivi in nome del distanziamento sociale? O passeranno direttamente in mano ai privati, come conseguenza del Fondo per la cultura proposto dal Corriere e rilanciato da Fai, Maxxi e Federculture, come spiega bene Miriconosci?

Iole Siena, presidente del gruppo Arthemisia, una delle principali aziende italiane attive nell’organizzazione di mostre, denuncia indignata che sarà impossibile riaprire le mostre dopo il lockdown, per vari motivi ma soprattutto perché “non c’è convenienza con il contingentamento”, i visitatori sarebbero troppo pochi per coprire i 6000 euro di costi giornalieri che in media costano le sue esposizioni: 6000 euro al giorno per Pinocchio a Firenze, I love Lego e gli Impressionisti segreti a Roma, Escher a Trieste. Più che una minaccia, la sua sembra una rassicurazione. Per qualche mese, almeno da maggio fino all’autunno, potremo forse goderci i musei e le gallerie riaperti senza eventi pacchiani e senza sgomitare. Un miraggio.

Sarà possibile tornare a considerare la cultura come una questione di pubblico interesse, come auspica tra gli altri Tomaso Montanari in uno dei suoi ultimi interventi su Emergenza cultura, e non solo un volano per il turismo?