Nelle lunghe giornate del lockdown Covid c’è stata un’ancora alla quale in tanti si sono aggrappati: non le canzoni messe a tutto volume dal balconi il pomeriggio, non il proprio animale domestico sfruttato per uscire di casa a qualsiasi ora, ma “The Last Dance”, la serie tv prodotta da ESPN e Netflix che ha raccontato l’epopea dei dei Chicago Bulls di Jordan. In quei giorni si pensava anche che la pandemia avrebbe cambiato tutto e messo a repentaglio concerti e grandi eventi come i festival.
In realtà in questo mondo ci sono problemi che partono da lontano e il Covid, un lustro fa, ha piuttosto messo in pausa che non accelerato. Il Dancity in vent’anni li ha attraversati tutti: costi esorbitanti, autorizzazioni sempre più stringenti, mancanza di visione da parte delle istituzioni, pubblico sempre più orientato al consumo e non all’ascolto. Eccoci quindi al 2026 e a un’esperienza che volge al termine, dopo aver rappresentato una delle punte di diamante di una via italiana al festival, fatta di ricerca artistica, valorizzazione dei (propri) territori, numeri umani e vivibilità complessiva dell’esperienza molto alta.
Eccoci quindi al 2026 e all’ultima edizione del festival, “The Last Dancity”. Un ultimo ballo che però vuole essere memorabile – a cominciare dal ritorno a casa madre, Foligno – proprio come il “repeat three-peat” dei Bulls nel 1998. Line-up internazionalissima, vecchi e nuovi amici e molti progetti in prima o realizzati ad hoc: Matias Aguayo (presents Anenoa), Matmos (presents Dedicated to Piero Umiliani), Moritz Von Oswald & Mohammad Reza Mortazavi, I-F, Ghost Dubs, Etienne Jaumet, The Bug feat. Magugu, Colin Benders, Actress, Blawan, Placid Angels, Dj Food e tanti altri ancora. Arrivederci Dancity e mi raccomando: salutiamoci con l’anello da campioni al dito, due stagioni ai Washington Wizards non cambieranno una storia d’amore lunga vent’anni.
Written by Nicola Gerundino