Perché Airbnb è un peso e non un aiuto per i giovani e gli abitanti delle città

La piattaforma droga il mercato di affitti e vendite, raschiando i profitti

@insideairbnb

Written by Lucia Tozzi il 17 December 2019
Aggiornato il 18 December 2019

La grande menzogna di Airbnb consiste nel presentarsi come un’opportunità per tutti, proprio mentre deruba abitanti giovani e meno giovani delle case, dello spazio urbano e del tempo. La sua retorica è fondata sull’idea che tutti possano arrotondare i propri magri proventi condividendo (sharing) o affittando lo spazio di casa, mentre la piattaforma è la causa principale dell’aumento a volte spaventoso dei canoni e dei valori del metro quadro.

Quindi in buona sostanza Airbnb 1) induce i padroni di casa a cacciare gli inquilini normali, magari a canone concordato, perché poco redditizi, e a fare lavorare i suddetti padroni come pazzi per sé (tra proprietario e inquilino la piattaforma preleva circa il 20%). 2) trasforma così la casa in una merce molto scarsa, e quindi più cara. Gli inquilini normali e coloro che acquistano una casa con mutui annosi, costretti a pagare molto di più e/o a spostarsi sempre più lontano dal centro, sono indotti a pensare a loro volta che Airbnb sia un’idea geniale così possono rifarsi dell’aumento – senza realizzare che è dovuto proprio a Airbnb. E così per guadagnarsi quei soldi del rincaro si mettono a sgobbare sul web, a compilare con accanimento nerd ogni campo e finestra, a tradurre i ridicoli testi che descrivono i pregi e vantaggi competitivi del proprio appartamento in inglese, a fotografare con impegno il tinello con un cesto di frutta e una bottiglia di prosecco ghiacciata in bella vista, a rispondere rapidissimi a ogni richiesta, con la massima gentilezza per attrarre il cliente potenziale, anche se questi è chiaramente un grezzo, a rilasciare ogni dato personale per “rassicurare” il cliente e la piattaforma, poi a pulire, cambiare biancheria, aspettare per ore clienti notte e giorno, sorridere, declinare regole e locali nei dintorni, sorridere, ripulire, ricambiare biancheria sporca, recensire il cliente, reprimere la rabbia di fronte alle ingiuste e sprezzanti recensioni del cliente o reprimere il misto di disgusto e compiacimento di fronte a quelle positive ma sdolcinate.

Airbnb induce i padroni di casa a cacciare gli inquilini normali, magari a canone concordato, perché poco redditizi, e a fare lavorare i suddetti padroni come pazzi per sé (tra proprietario e inquilino la piattaforma preleva circa il 20%)

Sorridere, amaro. Perché quei 1000 euro (i più furbi o i più fortunati possono fare il doppio) che magari si è riusciti a guadagnare durante il Salone del Mobile, dormendo sul divano di un amico che si chiede perché lui sta elargendo a questo punto ospitalità gratuita, sentendosi fesso, non sono guadagnati: sono i soldi in più che si danno al padrone di casa, che senza la festa dei valori immobiliari drogati da Airbnb e dalle altre piattaforme sarebbe costretto a calare i prezzi di almeno 100-200 euro al mese.

Ma la cosa più importante, a livello urbano e sociale, è che Airbnb non riguarda affatto la sola sfera della contrattazioni tra singoli, la piccola proprietà, bensì è il motore di grandi acquisizioni di immobili da parte di fondi speculativi, banche, società. Come testimoniano gli ormai numerosissimi libri e ricerche sul tema, gli unici che riescono a trarne un reale profitto sono i proprietari e i gestori di molti appartamenti. Grazie ai dati resi pubblici da un sito geniale come InsideAirbnb , e alle ricerche di attivisti come Ocio (Osservatorio CIvico indipendente sulla casa e sulla residenzialità) a Venezia o Off Topic e Calibro a Milano, è possibile constatare con grande facilità che in ogni città sono moltissimi gli host che gestiscono più case. E questo significa che i grandi capitali grazie a Airbnb espropriano i centri urbani dalla vita stessa che li anima, accelerando i processi di turistificazione e mercificazione che hanno devastato città come Venezia, Firenze o, più recentemente, Lisbona, dove gli affitti sono più che raddoppiati negli ultimi 5 anni a fronte di un forte aumento della disoccupazione e di una progressiva decadenza del welfare. E se a fare incetta di palazzine e appartamenti a Lisbona o Barcellona o Milano sono fondi stranieri attratti dagli sconti sulle tasse, a Napoli pare sia direttamente la criminalità organizzata ad avere fiutato il business.

Grazie ai miliardi che investe in marketing e comunicazione, e all’attività incessante di lobbying nelle istituzioni locali e sovranazionali, Airbnb smonta a ogni livello la percezione della casa come diritto, l’idea che si possa e si debba lottare per il diritto ad abitare, proponendosi come la migliore delle soluzioni.

Grazie ai miliardi che investe in marketing e comunicazione, e all’attività incessante di lobbying nelle istituzioni locali e sovranazionali, Airbnb smonta a ogni livello la percezione della casa come diritto

Ma, come racconta in modo straordinario Sarah Gainsforth nel suo libro airbnb città merce, ormai un bestseller (e Zero ne aveva già parlato in occasione di un suo talk a Venezia, in moltissime città del mondo sono nati movimenti di resistenza contro Airbnb e le altre piattaforme, comprese quelle in cui è nata e si è ingrandita, da San Francisco a New York. E hanno ottenuto risultati grandi e piccoli, che qui in Italia sono percepite però come conquiste inenarrabili, e che molti politici ed editorialisti di giornali mainstream non esiterebbero a definire socialiste e utopiche: “Il ritorno alle politiche pubbliche per la casa non è un claim ideologico: a giugno New York (non esattamente una città sovietica) ha approvato un nuovo pacchetto di norme sugli affitti che fra le altre cose limitano al minimo gli incrementi dei canoni – dichiara Sarah in un’intervista pubblicata su CheFare a cura di Giacomo Giossi – È stato il frutto delle lotte: il 12 giugno il New York Times titolava: Titans of Real Estate in ‘Shock’ Over New York Rent Law Deal. Berlino ha bloccato i canoni per i prossimi cinque anni. Questo per dire che se c’è la volontà politica gli strumenti si trovano.
C’è poi il lato della regolamentazione degli affitti brevi turistici, e su questo siamo in Italia siamo ancora in alto mare, ma non è un tema impossibile da affrontare. Un esempio di regolamento da copiare è quello di San Francisco: limite al solo alloggio di residenza per un massimo di 90 giorni l’anno nel caso dell’affitto dell’intero appartamento, l’istituzione di un ufficio comunale apposito e di un codice identificativo. Entro questi parametri l’affitto breve occasionale è consentito, diversamente si tratta di un’attività imprenditoriale e come tale trattato. Infine, Airbnb deve pubblicare i dati”.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2020-01-10