Portami con te bel cucciolotto – a not so speculative fiction

Un racconto della serie di ZERO 'Propagine. Storie del contagio'

Written by Dalia Maini il 3 April 2020
Aggiornato il 6 April 2020

Illustrazione di Roberto Alfano

*Cosa voglio da loro? Non lo so con esattezza.
Voglio che sappiano che ho lasciato qualcosa alle mie spalle. Voglio essere sicura che il mondo non finirà con me. Voglio la sensazione, la comprensione, la certezza che il mondo continuerà a esistere.
Mi chiedo se i dinosauri morenti fossero lieti di vedere i mammiferi, piccole creature simili ai ratti, che rovistavano riservate nel sottobosco
.*

Alcuni animali non umani sono molto sensibili alle calamità naturali e a possibili fonti di pericolo, tanto da riuscire molto spesso a predirne l’arrivo. Seppur privi di tutti i nostri prostetici sensori tecnologici sanno benissimo quando sono in pericolo.

Ma questa volta no.

Difatti oggi gli animali non umani sono placidi e inebriati di libertà, perché effettivamente – sebbene condividano il nostro stesso ambiente – sono immuni a questa nuova forma di vita causata dal perfezionamento del nostro ecosistema esclusivo, che si evolve all’interno dei corpi che lo abitano, per lo più solo umani.

Questo fenomeno è allarmante e insolito, considerando che gli stessi sistemi immunitari sono ciò che consentono a una o più specie di condividere lo stesso habitat.

Il nostro sistema metabolico ambientale è ciò che crea la co abitazione.

* * *

Guardo con un po’ di invidia il porcospino africano che si aggira pigro nella mia stanza. È irrequieto per via del tempo sfumato tra le stagioni e per di più questo inverno estremamente caldo gli ha procurato uno stress tale da provocargli una fastidiosa diarrea. Ho cercato di aprirgli le porte del freezer vicino il giaciglio, ma nonostante tutto non è riuscito a raggomitolarsi come si deve.

Tuttavia, è sicuramente in uno stato mentale più sereno del mio.

Nonostante mi diletti con la sua compagnia, per la strada non ci sia molto rumore, il clima sia mite e si sentano per la prima volta dopo molto tempo i profumi del raro albero cittadino e la vita che al suo interno cinguetta, io ho solo una fissazione.

Vorrei un cane.

Di qualsiasi razza, discendenza, attitudine, perspicacia.

Vorrei un cane per avere la scusa di uscire senza sentirmi una bandita, avere un desiderato contatto con qualche altro – seppur detestabile – animale umano.

Quindi vi prego datemi un cane.
Non mi interessa se in questi giorni essere un animale domestico sia un lavoraccio.

*[…] la specie da compagnia, funziona come da connettore: è una figurazione che esprime interrelazionalità, ricettività e comunicazione globale e fa deliberatamente saltare ogni distinzione categorica.*

Se avessi un cane tutto sarebbe diverso.
Ogni volta che i loro umidi nasi canini si sfiorano, in una danza di ricognizione, io sento il brivido, come se una mano amata mi toccasse.

Se prima nel migliore dei casi erano significative alterità, ora sono catalizzatori di unione con la mia stessa specie in via d’estinzione.

Materializzano un’urgenza dimenticata.

* * *

Devo confessare tuttavia, che il mio desiderio è bilanciato da un pensiero negativo.

Lo ammetto, ho anche terrore dei cani.

Perché se loro non hanno paura e io sì, questo vuol dire che solo un mondo sta finendo.
Un mondo che è solo mio.

È il mondo antropocentrico, *dell’uomo bianco che sogna solo sé stesso*.

Mi viene in mente il film di Wes Anderson Isle of dogs (2017) in cui la distopia è al contrario.
Lo scenario del cartoon movie è quello di un Giappone di venti anni nel futuro, in cui tutta la popolazione canina, contratta un’influenza potenzialmente letale per l’uomo, viene confinata su di un’isola di spazzatura. Lì, con l’aiuto del piccolo umano Atari, viene organizzata la resistenza allo sterminio finale.

I cani non sarebbero mai crudeli così crudeli. Non ci abbandonerebbero mai, soprattutto nell’ora del bisogno.

Solo adesso mi rendo conto di quanto siano belli, perché non ne ho mai posseduto uno?

Vorrei un cane come Shiba il super-pet emissario della trilogia Emissaries (2015-2017) dell’artista Ian Cheng, un’opera d’arte in tre capitoli che simula l’evoluzione cognitiva, passata e futura e le condizioni ecologiche che la modellano. Ogni episodio è incentrato sulla vita di un emissario che è intrappolato tra una realtà arcaica in rovina e quelle bizzarre in emersione.
Nel tempo di un futuro arcaico, il setting del secondo capitolo Emissary Forks At Perfection è un vulcano ora fertile parco giochi darwiniano gestito da un’Intelligenza Artificiale Talus Twenty Nine. Durante la sua analisi post mortem sull’umanità, l’IA fa risorgere i resti di una celebrità umana del XXI secolo e invia Shiba per estrarre dei dati sull’uomo sotto stress. L’animale generato dall’Intelligenza Artificiale, ma ancora connesso con la sua indole canina, si innamora dell’uomo e – moltiplicandosi in più simulazioni – inganna la Madre IA, tradendo il suo compito di analisi.

Così come la materia umana ripristinata dall’IA, io vorrei seguire il cane, non padroneggiarlo: al contrario vorrei essere il suo accompagnatore. Potrebbe condurmi verso la salvezza, in quelle nicchie naturaculturali in cui c’è ancora la possibilità di dare vita a un mondo diverso, dove l’uomo, quell’abile traduttore di intelligenza in tecnologie, non abbia dimenticato come garantire la sopravvivenza della sua specie.

*A World can grow up. A World has members who live in it. A World gives its members permission to act differently than outside of it. A World incentivizes its members to keep it alive, often with the pleasures of its dysfunction. A World counts certain actions inside it as relevant and meaningful. A World undergoes reformations and disruptions. A World has mythic figures. A World is a container for all the possible stories of itself. A World manifests evidence of itself in its members, emissaries, symbols, tangible artifacts, and media, yet it is always something more. *

Possedere un cane potrebbe aprire il corridoio verso la sopravvivenza post-apocalisse.

* * *

In un rapporto di vicinanza super prossemico cani e umani iniziano ad assomigliarsi. Durante le mie camminate mattutine sovversive, ho notato che chi è accompagnato da un cane ha un rapporto molto diverso con lo scarto; ogni volta che deve raccoglierlo per strada tocca l’escremento con devozione, ne capisce la consistenza. Per non parlare della sua conformazione fisica visibilmente più muscolosa: le braccia abituate alla tensione del guinzaglio, lo slancio di un altro corpo verso l’infinito.

Caratteristiche utili in futuro, quando la scarsità di cibo ci porterà a rovistare in angoli oscuri e appiccicosi e i nostri piedi – atrofizzati dallo stare perennemente fermi, seduti, dimenticati – chiederanno alle braccia di muoversi per loro.

Questa è l’ipotesi più rosea.
Perché l’evidenza dei fatti è che presto potremmo essere tutti morti, in quanto non degni di ciò che sta accadendo.
Non siamo stati capaci di riconoscere la bio-eguaglianza tra tutti gli esseri viventi e aprire la nostra politica al cosmo.

Ma se avessi un cane – a questo – punto una traccia di me, impressa nei suoi occhi, potrebbe sopravvivere in un mondo non più umano.

Un mondo di soli cani.
La nuova umanità del futuro.

*Ecco come il mondo finirà, cari amanti postmoderni e soprattutto post-modem, non con un boato, ma con il suono gracchiante di insetti che si arrampicano sul muro. I ragni dalle zampe lunghe del nostro scontento, il cuore prostetico: somma gioia di scarafaggio. […] La generazione postmoderna ha fallito nell’impresa di tenere aperti i margini della negoziazione con l’indicibile.*

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Referenze:

L’amore e il sesso tra gli invertebrati, Pat Murphy (1990)

The companion Species Manifesto: Dogs, People and Significant Otherness, Donna Haraway (2003)

Materialismo Radicale, Rosi Braidotti (2019), Meltemi Editore

The end of the World, Debora Danowski, Edoardo Viveiros de Castro (2016)

What is a World? – Worlding Raga: 2, Ian Cheng, Ribbonfarm (2019)
(https://www.ribbonfarm.com/2019/03/05/worlding-raga-2-what-is-a-world/