Giocare a biliardo è quell’attività che porta alla memorie molte cose: le prime “bigiate” alle superiori, le sfide con i compagni del calcetto, le serate senza senso trascorse tra una palla in buca e un bicchiere di whiskey. Il biliardo è un gioco a cui bisogna dare del lei, per la sua complessità, per il fatto che c’è sempre da imparare, perché davanti al tavolo verde tutti siamo uguali. In questi bar le luci basse sopra ai tavoli nascondono le storie di tutti noi, che aspettiamo pazientemente il nostro turno. Non importa che si giochi all’italiana (con le famose tre bocce e i birilli) o all’americana (con le 15 bocce, tavolo con le sponde), il tavolo verde è una metafora di vita, un palcoscenico umano dove raccontarsi esperienze, storie vissute, e incontrare personaggi indimenticabili.

Anziani che ti insegnano come tenere la stecca, come fare 7 sponde, che si arrabbiano con te per i tiri sprecati. Come i giovani iper tecnici, con guantino alla mano e piglio da professionista. Al tavolo da biliardo ascolti le storie più assurde di sempre: a metà tra leggende metropolitane e storie di vita vissuta, è al bar che si svolge la vera commedia dell’arte. Stefano Benni perderebbe la testa in questi posti, dove il tempo sembra essere più clemente, una zona franca dai problemi della vita, e dove le differenze sociali si azzerano. Fu lui infatti che descrisse le potenzialità di questi luoghi nel suo capolavaro “Bar Sport”, dicendo con estrema semplicità che “è perfettamente inutile che un bar possieda un buon biliardo, se non ha un buon scemo da bar”. Qui ne troverete molti – di scemi e meno scemi – e, fidatevi, ve ne innamorerete. Nessun fighettismo né pretese di alta mixology, la vita qui si beve liscia. A vincere il quartiere e le sue storie.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2018-09-15