Teatro La Fenice

Zero qui: rimane abbagliato

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Teatro La Fenice Campo San Fantin (San Marco), 1965
Venezia

Scritto da Redazione Venezia il 13 marzo 2019
Aggiornato il 28 marzo 2019

Foglie d’oro che accecano gli occhi, una volta celeste da stare col naso all’insù e farsi venire il torcicollo, stucchi, intarsi, velluti: anche guardandolo solo in superficie ci appare in tutta la sua mitologica grandezza. Il Gran Teatro La Fenice è un elemento imprescindibile della storia veneziana: ci racconta dei suoi nobili artistocratici committenti, del legame indissolubile tra la Serenissima e il teatro, della melodramma, della tradizione operistica italiana e delle coraggiose operazioni dialettiche nei confronti della contemporaneità. Non solo paffuti tenori fantasiosamente agghindati, ballerine svolazzanti, compiti direttori d’orchestra e vecchie aristocratiche impellicciate pronte per sfilare alla prima: la Fondazione, con il suo bilancio da 34 milioni di euro (dati 2017), al fianco delle tradizionali stagioni (lirica, balleto e sinfonica) offre regolarmente spazio ad incursioni coraggiose verso l’avanguardia e le sperimentazioni linguistiche. Da Verdi a Stockhausen, da Puccini a Philip Glass. Nomi, rassegne e produzioni che puntano sempre alla qualità: centrando quasi sempre l’obiettivo. Qui si sbiglietta per 10 milioni di euro e si ottengono 16 milioni di euro dal ministero (Fondo unico per lo spettacolo). La Fenice non è solo un teatro: è anche un monumento. Il 23 gennaio 2019 una giovane matematica tedesca è stata la milionesima visitatrice dalla riapertura del 2003, avvenuta dopo l’incendio del 1996. La Fenice è fatta così, rinasce sempre dalle sue ceneri. E noi rimaniamo abbagliati.