Mondo Set Up: gli artisti del primo giorno

Ormeggiamo a Punta della Dogana e puntiamo il periscopio sulla terza edizione

Scritto da Fulvio J. Solinas il 24 gennaio 2020
Aggiornato il 30 gennaio 2020

Foto di Matteo De Fina

La terza edizione di Set Up convince soprattutto per la sua capacità di far convergere nella stessa piattaforma un’ampia gamma di alfabeti e di storie peculiari della contemporaneità. La due giorni promossa a Punta della Dogana dalla Fondazione Pinault apre a una dimensione performativa che va oltre la pratica delle discipline e dei linguaggi, dentro la storia del presente. Senza filtri. Vivere lo spazio espositivo progettato da Tadao Ando nelle dodici ore di Set Up significa far girare un mappamondo di suoni, attitudini, istanze. Saltiamo da un continente all’altro, sorseggiando un cocktail, incontrando gli sguardi di altri viaggiatori, trovando il tempo per riconoscerci nelle differenze, per riflettere, per mollare gli ormeggi. Esplorazione in atto: come insegnano le precedenti edizioni, una più ricca dell’altra, varcare la soglia d’ingresso è un po’ come salire a bordo dell’Enterprise per un viaggio intergalattico, incontrando le sorprendenti forme che la creatività umana è in grado di forgiare, plasmando i suoni, i corpi, le tradizioni. E allora? Conosciamole da vicino queste storie. Scrolliamole un po’ davanti ai nostri occhi, in ordine inverso di apparizione, preparandoci all’evento clou di questa stagione.

VENERDÌ 7 FEBBRAIO

Kelly Lee Owens

Kelly Lee Owens – foto di Kim Hiorthøy

Ultimo atto: la luce. Nel dicembre scorso è uscito “Luminous Spaces” che vede il nome di Kelly Lee Owens affiancarsi a quello di Jon Hopkins nella prima collaborazione ufficiale tra i due. Doveva essere un semplice remix del brano di Hopkins intitolato “Luminous Being” e contenuto nell’album “Singularity” del 2018. È diventato qualcosa di più: Kelly Lee Owens canta una melodia sinuosa, gioca con le dinamiche e le pulsazioni. È possibile sentire la voce dell’artista gallese anche in Drone Logic di Daniel Avery (2013) ed è questa, anzi, una delle sue prime “apparizioni”. Prima di fare la dj e la producer, Kelly Lee Owens lavorava a Manchester in un centro oncologico come infermiera, alternando il lavoro in reparto alle platee dei festival. Nel 2009, anche su suggerimento di alcuni pazienti, si trasferisce a Londra, lavora nei negozi di dischi (tra cui il Pure Groove), suona il basso nell’indie band The History of Appel Pie e arriva nel 2017 a sfornare il suo omonimo album di debutto: soavemente sospeso tra dream pop, ambient dub e tech-house. Le sue atmosfere cangianti, che oscillano tra lo spettrale e l’etereo, vengono apprezzante anche in fase club, acquistando energia e trascinando l’ascoltatore. Nel frattempo ha remixato per Bjork, Mount Kimbie, St Vincent e Jenny Hval. Sarà protagonista del set finale della prima giornata di Set Up.

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Awesome Tapes From Africa (Brian Shimkovitz)

Brian Shimkovitz – foto di Tony Lewis

Forse un giorno, se già non è così, il signor Brian Shimokovitz sarà ricordato come una sorta di involontario etnomusicologo del continente africano e accostato alla figura di Alan Lomax. Con le dovute differenze: mentre l’illustre predecessore si è reso protagonista, assieme al padre, di registrazioni sul campo con un approccio scientifico confluito nella World Library Of Folk And Primitive Music, il nostro ha dato il via al progetto “Awesome Tapes From Africa” con una forma tutt’altro che lineare. Shimokovitz era sì studente di etnomusicologia e si era effettivamente recato in Africa, tra il 2004 e il 2005, per una ricerca sulla musica hip hop della scena ganese, ma la scelta di aprire, nella seconda metà degli anni zero, il blog che l’ha reso famoso e che ha trasformato anche un po’ il nostro approccio alla danza, era scaturita da un approccio dichiaratamente antiaccademico. Ha raccolto pubblicazioni pre-esistenti, ma ha fatto comunque qualcosa di unico. Maniaco delle cassette, ha iniziato a riversarne sistematicamente il contenuto sul web (erano gli anni post napster di emule, torrent e dei blog di pirateria iperenciclopedica do you remember? Ora il Dmca pesta duro). Dalle più remote e polverose bancarelle dei villaggi africani agli hard disk dei più voraci consumatori di gigabyte musicali di tutto il mondo. Abbiamo visto spuntare gemme incredibili, come se l’afrobeat di Fela Kuti fosse solo il minuscolo puntino prima del big bang: un universo di musica in espansione, avanti e indietro nel tempo. Nel 2011 il blog delle “Bellissime cassettine dall’Africa” (in effetti le cover e le grafiche sono strepitose) è diventato una vera e propria etichetta. Il signor Brian Shimokovitz, ha ormai completato il passaggio, necessario, doveroso, inevitabile, dal virtuale al reale: continua a diffondere le sue gemme di afro-funk, jazz etiope, canti tribali e ancora tsonga disco, benga keniano, la rumba soukous. Rilancia la sua sfida a colpi di nastro magnetico: non siamo mai riusciti a stare dietro ai suoi server infuocati, ci riusciremo con le gambe.

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Ätna

Ätna – foto di Christinan Messner

Tornano a Venezia dopo che nel 2016 avevano girato tra le calli il video di uno dei loro primi singoli “Shut Your Mouth“. Il debutto ufficiale sulla lunga distanza è atteso per il 14 febbraio 2020, l’album si intitolerà “Made By Desire“. Ma in questi anni il duo di Dresda non è stato affatto fermo. Anzi. Il loro electro-pop ipercontaminato ha risuonato tanto nel Bundeskunsthalle di Bonn quanto al Montreaux Jazz Festival, rimbalzando da Istanbul a Londra. «Come le nostre sorelle e i nostri fratelli dell’età della pietra ci piace fare tutto a mano, dritti al punto». Gli Ätna si raccontano così, sottolineando il dualismo creativo tra Inez, voce e synth dall’approccio pop-folk minimalista, e Demian che, letteralmente, «ama incasinare tutto».  Il risultato è interessante, perchè questo ibrido tra Fever Ray, Grimes e The xx, innervato da un quasi impercettibile tocco kraut, si arricchisce anche di un immaginario scenografico fatto di simboli, movenze, accessori, abiti ricercati e visual. Alla ricerca dell’arte totale, evocando gli spiriti di Wassily Kandinsky e Walter Gropius.

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Nora Chipaumire

Nora Chipaumire – foto di Ian Douglas

Cosa significa essere nati negli anni ’60 nella quarta città più popolosa dello Zimbawe, assistere al turbolento divorzio dei genitori, reinventare la propria identità in un altro continente? L’artista, danzatrice, coreografa e performer Nora Chipaumire ve lo urla direttamente in faccia, puntando i suoi occhi iniettati di forza atavica e guerriera direttamente contro i vostri. Classe 1965, nata a Mutare, ha vissuto nel suo paese natale per tutti gli anni ’70 e ’80. Si è laureata in legge, ma è attraverso la danza, dal 1998 che ha scelto di esprimersi.  La sua pratica artistica si muove (con una potenza e un’intensità esplosiva) attorno allo scardinamento degli stereotipi di genere e di quelli legati all’identità del popolo “black”.  Ha ottenuto nella sua carriera 3 Bessie Awards, gli Oscar della danza.  La lettura dei suoi lavori si intreccia tanto con i suoi vissuti personali, come ad esempio in “Nora“, film del 2008 diretto da Alla Kovgan e David Hinton con le musiche di Thomas Mapfumo, e i temi “politici” dell’emancipazione femminile o del post colonialismo. Ha reinterpretato il classico cigno nero in “Black Swan“, ha promosso un manifesto estetico dell’afro femminismo con “Afro Promo #1 King Lady“, ha rivissuto la propria infanzia e le proprie trasformazioni in “Portrait of Myself as my Father” ed è da tempo in tour con #PUNK 100%POP *NIGGA (hashtag punk, one hundred percent pop, star nigga) una performance divisa in tre moduli. Il primo di questi (#Punk, già presentato nel 2018 all’interno di B.Motion per Operaestate Festival) è dedicato alla figura di Patti Smith partendo dal brano (contenuto in Easter, del 1978) “Rock ‘n’ Roll Nigger“: in un prismatico gioco tra i significati ormai stratificati della parola “negro”, a partire dal celebre saggio di Norman Mailer (The White Negro: Superficial Reflection on the Hipster), Nora Chipaumire mostra la sua “negritudine al cubo” rendendola in primis un fatto di espressività corporea e vocale.

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Wowawiwa

Alma Söderberg lavora come coreografa, performer e musicista, dopo aver studiato flamenco, danza contemporanea e fotografia. Si è diplomata all’SNDO, il dipartimento di coreografia della Scuola d’Arte di Amsterdam e lavora a diversi progetti in Olanda, Svezia e Germania. Suona anche il tamburo e canta. I suoi lavori rappresentano un punto di contatto tra linguaggi: movimento, parola, ritualità sonore. L’estate scorsa per Centrale Fies ha vestito anche panni della curatrice selezionando in Alma’s Club, all’interno di Drodesera 2019, un cartellone di spettacoli musicali dal forte impatto performativo. Lungo questo fil rouge si inserisce anche Wowawiwa, progetto musicale realizzato in collaborazione col fedele sodale Hendrik Willekens, sound editor e performer, concepito nel bar dell’aeroporto di Zagabria. Il nome testimonia l’amore per il suono, ma è possibile leggervi anche la fascinazione per il ritmo in quattro battute. La musica emerge dall’interazione tra diversi ingredienti sonori: la voce, come punto di partenza, i microfoni che la catturano, il riverbero a molle, il campionatore, il sequencer, il synth che la plasmano sotto forma di ritmo e melodia, e poi l’orecchio che dice alla voce di imitare i suoni ottenuti attraverso le macchine, riattivando un continuo processo incrementale. Wowawiwa, come un frattale che si espande a spirale, coglie il gioco profondo del canto come linguaggio libero e il pesante sussulto della manopola. Alma Söderberg in questo progetto torna a collaborare con Hendrik Willekens dopo  “J ohn The Houseband” (2008) e “Idioter” (2014).

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Greener Grass

Greener Grass – fodo di Felipe Pipi

Molte teorie affermano che facendo ascoltare buona musica alle piante queste possano crescere più rigogliose e forti. Se c’è una musica che potrebbe rinverdire ulteriormente il colore di uno sterminato prato verde alle porte di Amsterdam (ammesso che in un clima come quello dei Paesi Bassi ne abbiano davvero bisogno) le canzoni di questo trio di musica acustica e polifonica sarebbero le più indicate. Lasciate fiorire la vostra interiorità più profonda cullati dalle sonorità “arboree” delle Greener Grass. Armonie vocali, suoni acustici, jazz e folk condensati nella forma canzone. Sanne Huijbregts, compositrice e già ospite di Novara Jazz in versione solista, si presenta col suo fedele etereo xint-vibraphono, affiancata da Vita Pagie alle percussioni, Julia Werner  al glockenspiel e con l’innesto di Camiel Jansen al  basso e mandolino. Lo strumento che emerge di più in questo ensemble di pop-jazz-folk cameristico è però la voce: un tessuto armonico che sembra riemergere da un atavico rito druidico, per iniziare il festival rapiti nell’anima.