D’you know what they mean? Gli Oasis di ‘Supersonic’ nei ricordi degli ‘addetti ai lavori’ che hanno vissuto quegli anni.

Dal 7 al 9 novembre nelle sale cinematografiche italiane arriva 'Supersonic', film-documentario dedicato ai primi (e migliori) anni di vita degli Oasis, culminati nel concerto a Knebworth del 1996. Sette addetti ai lavori di Milano e Roma - Lele Sacchi, Francesco Mandelli, Andrea Dulio, Romina Amidei, Andrea Esu, Fabio Luzietti e Pietro Di Dionisio - ci raccontano come la band di Manchester ha avuto un impatto sulla loro vita personale e professionale. E sulle scene 'indie' della città.

Scritto da Matteo De Santis il 3 novembre 2016
Aggiornato il 21 marzo 2019

LELE SACCHI

Lele Sacchi e la sua parete di vinili
Lele Sacchi e la sua parete di vinili

Classe 1975, Lele Sacchi è conduttore radiofonico, da vent’anni dj di riferimento per il clubbing a Milano e in Italia ed è tra i fondatori di Elita. Nel weekend è ai microfoni di Radio 2 con il suo In the Mix e insegna Storia delle sottoculture musicali allo IED.

«Ero un giovane collaboratore di Rumore, che in quel momento rappresentava il non plus ultra del giornalismo musicale alternativo in Italia. Essendo nato e cresciuto a Pavia, ho conosciuto abbastanza presto il direttore e proprietario Claudio Sorge, pavese come me. Dopotutto, grazie ai miei fratelli maggiori, ho avuto il culo di seguire la musica alternativa da quando avevo 13/14 anni. Frequentavo i concerti, stavo in mezzo alla scena e cercavo di bazzicare il più possibile Londra, specialmente nei mesi estivi. Nel 1994, un annetto prima di cominciare a essere pagato per fare il dj, mi sono imbattuto negli Oasis: avevo 18 anni, non ne avevo ancora compiuti 19. Le mie prime passioni, in realtà, erano state l’hardcore-punk, i Misfits, i Bad Brains e band italiane come i Negazione, gli Indigesti e i Kina. Ma sentendo di tutto, leggendo un sacco di riviste e ascoltando le trasmissioni di Radio 2, partendo dal rock alternativo americano sono finito all’indie inglese. Nei primi anni Novanta significava baggy, Madchester e shoegaze. Un’ondata incredibile di band pazzesche. Compravo regolarmente riviste come New Musical Express, Melody Maker, The Face, Select e anche Mixmag, visto che era l’epoca in cui andavano forte pure Orb, Orbital e Sabres of Paradise. A un certo punto, comunque, il New Musical Express iniziò a pubblicare sempre più articoli su una band emergente di nome Oasis. Tra le mie visioni televisive c’erano Videomusic e soprattutto 120 Minutes, una mitologica trasmissione indie-alternative che andava in onda ogni domenica sera su Mtv e guardavo via satellite a casa di un amico.

Il passaggio del video di Supersonic non mi lasciò indifferente. Credo di aver addirittura comprato il singolo, molto probabilmente da Supporti Fonografici, che a Milano era La Mecca per l’indie inglese. Si trovava in Corso di Porta Ticinese, all’angolo con Piazza Ventiquattro Maggio, dove per fortuna ora c’è un altro negozio di dischi come Serendeepity. Allora, però, le case discografiche, in questo caso la Sony, e più precisamente la Columbia – la sottodivisione che per l’Italia controllava il catalogo della Creation Records -, conoscevano perfettamente i propri polli dentro le riviste. Al tempo, senza esagerare, i giornali musicali avevano un’influenza devastante sull’andamento delle vendite. Il “Disco del Mese” di Rumore, tanto per fare un esempio, spostava migliaia di copie. Noi che ci scrivevamo, di conseguenza, eravamo chiamati, inseguiti e coccolati dagli uffici stampa delle etichette. Nell’estate del 1994, non proprio casualmente, la Sony iniziò a far circolare a scopo promozionale un oggetto che custodisco ancora gelosamente: un cd singolo, solo per la stampa, con sei brani di Definitely Maybe in anteprima di un paio di mesi sull’uscita del disco. Quel preascolto mi colpì. Tanto che, avendo programmato di passare l’estate a Londra, prima di partire parlai con Claudio Sorge. «Oh, hai sentito che figata che sono questi Oasis?», gli dissi. Lui, in tutta onestà, in quel momento era appassionato di grindcore, del doom degli inizi, dello stoner rock: era molto estremo, gli piacevano i Carcass e tutta la roba inglese che ascoltavo non è che facesse particolare breccia nel suo cuore. Però, nonostante questo, mi rispose «Dai, intervistali e quando torni vediamo».

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Una volta arrivato a Londra, dopo aver allacciato i contatti con chi di dovere, mi invitarono nella sede dell’ufficio stampa internazionale della Sony. Mi dissero «Vogliamo lanciare gli Oasis e ti facciamo fare un’intervista». Mi presero, mi portarono in un pub e mi ritrovai di fronte a Noel Gallagher. Sono abbastanza sicuro di essere stato il primo italiano ad intervistarlo. Mi ricordo che allora nei pub si poteva fumare tranquillamente. L’intervista durò un’oretta: fumammo un pacchetto intero di Benson and Hedges a testa e bevemmo di tutto. Il mio giro sulla giostra degli Oasis, però, non si fermò a quella bevuta travestita da intervista. L’ufficio stampa della Sony, sapendo per quanti giorni mi sarei fermato a Londra, mi accreditò anche a due imminenti e importanti concerti sold out da un pezzo: il 16 agosto al Forum, a Kentish Town, e il 18 al defunto Astoria, su Charing Cross Road. Insieme a me, ci tengo a ricordarlo, c’era un amico che purtroppo è scomparso da qualche anno: Pierpaolo Vigevani, un ragazzo d’oro che fra le tante cose che faceva scriveva anche su diversi magazine. I due show furono incredibili. In entrambe le occasioni attaccarono con Columbia, per me uno dei loro pezzi migliori, e proposero la stessa scaletta, composta da quasi tutto quello che sarebbe stato Definitely Maybe – uscito solo un paio di settimane dopo – più qualche b-side. E gli Oasis, a quei tempi, avevano delle b-side pazzesche. Dal vivo erano un gruppo devastante. Decisamente molto meglio di tante altre band inglesi del genere, molto più soft e raffazzonate. Gli Oasis assolutamente no. Loro tiravano dritti, erano rumorosi e allo stesso tempo precisi: ti colpivano. Forse solo il drumming era un po’ migliorabile. E infatti, un annetto dopo, abbiamo visto che fine fece il povero Tony McCarroll.

https://youtube.com/watch?v=42kHgjLBhho

Al termine del concerto all’Astoria, per non farmi mancare niente, la Sony mi portò al party aftershow. Immaginate la situazione: openbar gratuito e illimitato, io diciottenne, Liam neanche ventiduenne, Noel ventisettenne, l’addetto stampa della Sony che avrà avuto 23-24 anni e un club pieno di gente. Sembrava Animal House. A un certo punto l’addetto stampa della Sony, per giocarsi bene la carta del giornalista che veniva dall’Italia, incominciò a presentarmi in giro. «Questo è Bobby Gillespie». E quasi ci rimasi secco, dato che i Primal Scream erano una delle band che mi avevano cambiato la vita. «Questo è Dave Gahan». Un altro po’ di presentazioni del genere fino a quando non mi mise davanti al direttore dell’NME. «Questo è Steve Sutherland». Che mi strinse la mano e iniziò a parlarmi. «Che roba ti piace?», mi chiese. Io gli risposi «I Blur, gli Oasis, ma anche i Beastie Boys e gli Orb». Rimase sorpreso che una rivista musicale italiana mandasse un collaboratore così giovane a Londra. Poi, indirettamente, mi fece balenare nella testa l’idea di restare in Inghilterra. «Anche noi all’Nme abbiamo la policy di prendere collaboratori giovani. Tieni, questo è il mio telefono. Chiamami quando vuoi». In realtà, nei giorni successivi, mi accorsi che era il numero della segreteria di redazione: chiamai cinque volte, ma il centralino non mi passò mai il direttore. Forse Steve Sutherland, come la maggioranza assoluta dei presenti al party, era solo abbastanza ubriaco. Una volta uscito dalla festa, mentre andavo a prendere la metropolitana, mi toccò un altro incontro particolare. Un tizio notò il mio pass e mi chiese se tornavo dal party degli Oasis. Gli risposi di sì. E lui mi fece: «Sono Paul Gallagher, il fratello del chitarrista e del cantante». Gli dissi che ero un giornalista musicale e venivo dall’Italia. La sua replica fu: «Faccio il manager di un sacco di gruppi emergenti di Manchester. Questo è il mio numero di casa, teniamoci in contatto che ti mando un po’ di materiale». All’atto pratico, il terzo Gallagher gestiva band non certo memorabili come i Northern Uproar, ma il numero di telefono era autentico. Paul, infatti, viveva ancora a casa con mamma Peggy e Liam, nei pochi giorni in cui non era in tour, mentre Noel si era già trasferito a Londra. Una volta, qualche mese più tardi, lo chiamai al numero che mi aveva lasciato per chiedergli se mi poteva mettere in contatto con Noel per un altro pezzo che stavo scrivendo per Rumore. A rispondere alla mia chiamata, prima di passarmi Paul, fu proprio la signora Gallagher.

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Il mio secondo incontro con gli Oasis avvenne un anno dopo a Milano: estate 1995, concerto al Rolling Stone precedente all’uscita di What’s The Story? Morning Glory. Andai all’albergo dove era alloggiato il gruppo – mi sembra di ricordare che fosse l’attuale Marriott – insieme a Stefano Giovannini, un fotografo che successivamente si trasferì a New York e lavorò anche con i Sonic Youth, e realizzammo la copertina di Rumore. Il mio primo servizio di copertina, per la precisione. Dopo andammo al Rolling Stone, al termine dello show bevemmo un paio di birre insieme alla band dietro le quinte e poi Noel, Liam e gli altri salirono sul tourbus e ripartirono. Terzo incrocio nella primavera del 1996: data sold out al Palalido. Da un club, dopo l’esplosione di What’s The Story? Morning Glory, passarono in pochi mesi a un palazzetto tutto esaurito con un pubblico di quattro mila persone. In apertura c’erano Mao e la Rivoluzione. Una scelta azzeccata, perché Febbre era un pezzo molto british, quasi baggy. Il concerto degli Oasis non fu male, ma limitato dall’acustica cacofonica del posto. Alla fine, tracciando un bilancio da giornalista musicale, sugli Oasis scrissi per Rumore due-tre articoloni importanti e il mio primo servizio di copertina. E non solo: nel 1995 pubblicai per Arcana, subito dopo l’uscita del secondo album, un apposito libricino, quello che adesso chiameremmo un instant book. Ora può sembrare un fatto insolito, non in quegli anni. C’era molto fermento.
Oasis-Frammenti-rock-ARCANA-EDITRICE
Così tanto che a Milano, ma anche a Torino, le serate indie facevano numeri pazzeschi. Roba da 700-800, addirittura 1000 persone. Esistevano realtà come Shakermaker, l’appuntamento milanese indie/alternative del martedì sera. Lo ospitava un locale che si chiamava Factory e stava dalle parti di San Siro. Il dj era Tommaso Toma, il pubblico molto giovane e il posto sempre pieno. A Shakermaker vidi la prima data italiana delle Elastica e il debutto dei Bluvertigo, così freakettoni che sembravano i Pink Floyd. Se non ricordo male, Morgan aveva i capelli lunghi fino a mezza schiena tinti di rossastro e di viola. Il venerdì al Rainbow, zona Forze Armate-Baggio, c’era Karmadrome, dove metteva i dischi Carlo Villa di Supporti Fonografici. Una volta ci suonarono gli Eat, gruppo stradimenticabile ma grande passione dello stesso Carlo Villa. Queste erano le due serate indie-alternative più in voga. In precedenza andavo in un posto su Via Larga che si chiamava Bar Tabacchi: al piano sotterraneo, al buio totale, si svolgeva Spooky Weirdo. Oltre a Tommaso Toma, a curare le selezioni c’era anche Chiara Confalonieri: prima di diventare l’ufficio stampa e la manager di Elio e le Storie Tese, faceva la dj e passava roba tipo Pop Will Eat Itself e Charlatans. Tra le band particolarmente attive della scena di Milano, invece, non posso non citare i Soon, il gruppo simbolo di quelli che ascoltavano lo shoegaze e l’indie inglese».

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