D’you know what they mean? Gli Oasis di ‘Supersonic’ nei ricordi degli ‘addetti ai lavori’ che hanno vissuto quegli anni.

Dal 7 al 9 novembre nelle sale cinematografiche italiane arriva 'Supersonic', film-documentario dedicato ai primi (e migliori) anni di vita degli Oasis, culminati nel concerto a Knebworth del 1996. Sette addetti ai lavori di Milano e Roma - Lele Sacchi, Francesco Mandelli, Andrea Dulio, Romina Amidei, Andrea Esu, Fabio Luzietti e Pietro Di Dionisio - ci raccontano come la band di Manchester ha avuto un impatto sulla loro vita personale e professionale. E sulle scene 'indie' della città.

Scritto da Matteo De Santis il 3 novembre 2016
Aggiornato il 21 marzo 2019

ROMINA AMIDEI

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Dal 2004, Romina è production manager per DNA Concerti: in questi dodici anni, si è occupata della produzione dei concerti di Kraftwerk e Nick Cave, PJ Harvey e The National, My Bloody Valentine, Siren Festival e… Blur. Era lì, nel 1996, a quel leggendario concerto a Knebworth e molte altre volte dopo…

«Devo ammettere che comprai prima (What’s The Story?) Morning Glory di Definitely Maybe. Confesso con orgoglio che fu anche il primo cd acquistato, dopo un po’ di cassette, in tutta la mia vita. Anche se sono un disastro con le date, non posso non ricordarmi che correva l’anno 1995, avevo 15 anni e mi ero messa i soldi da parte per andarlo a prendere da Discovery, un negozietto di dischi a Latina, la città dove sono nata e cresciuta. Con me c’era anche la mia carissima amica Lucia, che da quel giorno sarebbe diventata una inseparabile compagna di trasferte e avventure musicali, la maggior parte nel segno degli Oasis. Ora che ci penso, ma dovrei chiedere a lei, mi pare di ricordare che proprio da Discovery, qualche mese più tardi, comprammo i cofanetti a forma di pacchetto di sigarette con i singoli di Definitely Maybe e (What’s The Story?) Morning Glory. Il mio primo concerto in assoluto, anche se un po’ tardi, fu la seconda serata degli Oasis a Knebworth, l’11 agosto 1996. Ripensandoci adesso, posso davvero dire di aver iniziato con il botto: primo cd comprato (What’s The Story?) Morning Glory?; primo concerto visto Knebworth.

Faccio subito outing: ho deciso di lavorare nel mondo dei concerti grazie alla passione per gli Oasis e alle sensazioni che mi regalò quello storico show. Quell’estate, per la prima volta, andai in vacanza studio per un mese insieme a Lucia: stavamo a Eastbourne, una cittadina dell’East Sussex a un centinaio di chilometri da Londra, alloggiate presso una famiglia. Decidemmo, un giorno a caso, di andare a Londra in treno. Nessuna di noi due, pur ascoltando gli Oasis ma non essendo ancora così aggiornate su concerti, news e cose del genere, sapeva niente delle due date a Knebworth. E se lo avessimo saputo, molto probabilmente, non avremmo mai pensato di andarci. Tutto esaurito in un amen, 125 mila persone il primo giorno, altrettante il secondo, mezza Inghilterra che cercava disperatamente i biglietti: ti pare che arrivavano le due pischelle da Latina e fregavano tutto e tutti? E invece, ignare di tutto, andò proprio così. Durante il viaggio, il giorno 11 agosto, dissi a Lucia: «Oggi ho la sensazione che succederà qualcosa di importante, qualcosa che cambierà le nostre vite». Il presentimento, alla fine, si rivelò azzeccato. Arrivammo a Londra, girammo per il centro ed entrammo in una specie di libreria, neanche una biglietteria o un negozio di dischi, dalle parti di Covent Garden. In vetrina c’era esposto il cartello «Qui disponibile un biglietto per il concerto di oggi degli Oasis a Knebworth». Il tizio al bancone ci disse che gli era appena ritornato il biglietto in questione e, se ne volevamo uno in più, conosceva anche un altro negozio che vendeva l’ultimissimo. Ovviamente, con tanto di corsa per raggiungere anche il secondo punto vendita, li prendemmo senza farci troppe domande.

Così ci ritrovammo con i due biglietti in mano, senza sapere dove cavolo fosse e come si raggiungesse Knebworth. In più era già pomeriggio, saranno state le 17, eravamo ancora a Londra e il tempo stringeva. Il rivenditore ci tranquillizzò affermando che con il treno ci sarebbe voluta half an hour e un suo amico ci guidò, altrimenti ci saremmo perse, fino alla stazione. Prendemmo il treno al volo e, una volta scese, ci ritrovammo in mezzo a questa transumanza biblica verso i varchi d’ingresso della location. Chiaramente, quando entrammo dentro, trovammo posto lontanissime dal palco. Però, vabbé, eravamo a vedere gli Oasis. Oltre a essere il primo, fu, per valore e significato, anche il concerto più bello della mia vita. Al ritorno io e Lucia ci sorbimmo un viaggio massacrante fino a Eastbourne. Scendemmo dal treno che era l’alba e avevamo anche una paura fottuta che la famiglia ospitante, non avvisata del nostro cambio di programma, si incazzasse con noi e non ci lasciasse uscire per il resto della vacanza. Ma avevamo sottovalutato una cosa: la padrona di casa sapeva della nostra passione per gli Oasis. Alla sua vista, sperando di limitare i danni, le urlammo: «Scusa se non ti abbiamo chiamato, ma siamo riuscite a vedere gli Oasis!». Al posto di sgridarci, ci abbracciò e ci chiese come era stato il concerto. Suo figlio, diciassettenne e fan degli Oasis, rosicò: «Non ci siamo riusciti noi inglesi a prendere i biglietti, mi spiegate come avete fatto?». L’illuminazione era completa: io e Lucia decidemmo che da quel momento la nostra vita sarebbe stata esclusivamente votata a lavorare nel mondo della musica e nei concerti. E pensare che all’epoca, da adolescente, volevo fare l’ingegnere o l’architetto!

Oasis-Knebworth

Il rapporto diretto con gli Oasis, ritornando a loro, iniziò un anno dopo: avevo letto il libro di Paolo Hewitt Oasis. Fuori di testa! e a Londra, tramite un giornalista, rimediai il suo indirizzo di casa. L’informatore mi avvisò che l’autore aveva la mamma di origini italiane ed era molto disponibile a dare delle notizie sulla band. Poco prima di prendere il volo di ritorno per Roma, mi sembra addirittura all’aeroporto, rimediai un foglio di carta e gli scrissi una lettera più o meno di questo tipo: «Ciao, mi chiamo Romina. Ti volevo dire che ho letto il tuo libro in italiano ed è veramente fichissimo. Mi sono emozionata tantissimo».

Oasis-Paolo-Hewitt-fuori-di-testa

Un giorno, un po’ di tempo dopo, mia sorella mi venne a prendere all’uscita da scuola – facevo il quarto superiore – e mi disse: «A casa c’è una sorpresa per te». Effettivamente, c’era un pacco proveniente dall’Inghilterra. Lo scartai e trovai il libro in inglese autografato di Paolo Hewitt, il mittente, accompagnato da una lettera: «Il tuo messaggio mi ha fatto piacere. Tra pochi giorni sarò in tour con gli Oasis, porta questa lettera con te e, se hai voglia, ti presento alla band». A breve, infatti, ci sarebbe stato il tour di Be Here Now e avevo già preso i biglietti, insieme a Lucia, per le due date milanesi. Io e lei, per l’occasione, prendemmo un treno notturno da Latina per Alessandria, dove Marina, un’altra nostra amica, ci avrebbe portato direttamente a Milano. Tabella di marcia del giorno del primo concerto: arrivo all’alba ad Alessandria, partenza immediata per il Forum di Assago e lunghissima coda ai cancelli per conquistare i posti sotto il palco. Mi ricordo che faceva un freddo pazzesco, ma che riuscimmo a guadagnare la prima fila. Il live, ovviamente, fu bellissimo. Appena finito, andai da uno della security e gli dissi: «Mi devi fare un favore, devi portare questa lettera a una persona che sta nel backstage e si chiama Paolo Hewitt». Il tizio della sicurezza non si fece pregare, andò dietro le quinte e ritornò: «Tu e le tue amiche potete venire con me dietro il palco». Ora, anche a concerti molto più piccoli, una cosa del genere sarebbe impossibile. Comunque, chiusa la parentesi, l’uomo della security ci portò dritte dritte da Paolo Hewitt. Che a sua volta ci presentò tutti. Ma quando dico tutti, dico tutti: Noel, Liam, Guigsy, Bonehead e Alan White. Nella mia mente c’è ancora questa immagine della band circondata da modelle in minigonna. Io e le mie amiche, invece, eravamo in Barbour, vestite come dei ragazzi, sfatte da dieci ore in piedi e struccate. Però, cavolo, eravamo là. Ora che ci penso mi ricordo anche che Bonehead, dopo che mi aveva stretto la mano, mi disse «Good shake». Merito del modo di dare la mano, molto simile allo stritolare, che mi aveva insegnato mio padre. Quell’intrusione nel backstage ci fruttò per l’indomani sia un invito alla registrazione di Sonic, il programma di Mtv che ospitò una sessione acustica di Noel, sia i nomi in lista per la seconda data al Forum. Se la prima sera ero riuscita a perdere il telefonino che mi aveva prestato mio padre – e all’epoca i cellulari costavano -, quella successiva pensai bene di svenire, perché non mangiavo niente da 48 ore, e passare metà concerto in infermeria, in tempo comunque per godermi il gran finale. La cosa bella, se così si può dire, era che spesso e volentieri a un concerto degli Oasis mi capitò di perdere qualcosa: a Wembley, nel 2000, fu la volta di uno zainetto in cui custodivo un’agenda contenente tutte le foto autografate da Noel, Liam e gli altri. Tutte perdute e finite chissà dove. Molte di queste fotografie erano state scattate davanti casa di Noel a Primrose Hill, tappa obbligata di ogni viaggio a Londra e luogo dove succedevano cose clamorose. Ne racconto una, per mia sfortuna: periodo dell’uscita di Be Here Now, un giorno un pony express si presentò con un pacco enorme che conteneva un quantità pazzesca di rarissime copie dell’album in formato cofanetto con cd, libretto e poster, Noel uscì dal portone, firmò tutte le copertine e le regalò a quelli che stavano là davanti. Lucia era tra le fortunate presenti, io no. Ero a fare il mio turno di lavoro, per ripagarmi la vacanza, al Burger King di Gloucester Road. Quindi, imprecando e maledicendo tutto e tutti, mi toccò farmi la fila il 21 agosto, il giorno dell’uscita ufficiale del disco, accalcata insieme a migliaia di persone all’enorme HMV di Oxford Street.

In quegli anni anche molti dei miei viaggi a Roma erano correlati agli Oasis: prendevo il treno da Latina, scendevo a Termini, filavo dritta all’edicolona di Piazza della Repubblica per comprare Melody Maker, New Musical Express, Q o Mojo e poi andavo da Ricordi a Piazza Indipendenza e da Disfunzioni Musicali a San Lorenzo a caccia di dischi, cd, libri e poster. Anche per le serate indie avevo un piano d’azione studiato a tavolino: partenza il sabato pomeriggio, sempre in treno, da Latina, preserata al Dome, un pubbetto dalle parti di Piazza Santa Croce in Gerusalemme, serata vera e propria al vecchio Zoobar a Testaccio, agli Ex Magazzini o al Black Out e ritorno a casa la domenica mattina. Ricordo pure, qualche anno più tardi, la primissime serate del Fish’n’Chips in un locale che si chiamava Grande Lebowsky e stava a Via della Stelletta, in pieno centro storico. Gli Oasis, scavando a fondo nella mia memoria, sono stati tante altre cose: la telefonata di Lucia per dirmi che Bonehead e Guigsy avevano lasciato la band e pensavamo che tutto fosse finito; i concerti senza Noel a Milano e Imola; Andy Bell che mi insegna come si suona il basso nel backstage dell’Heineken Jammin’ Festival; l’amicizia casuale con Jason Rhodes, il roadie di Noel; un viaggio da Toronto, dove io e la solita Lucia eravamo andate in vacanza, a New York per una data alla Radio City Music Hall nel 2001; il già citato zaino perso a Wembley; una notte passata su una panchina ad Edimburgo dopo un loro live. Ma potrei continuare all’infinito. Anzi, spremendo le meningi, mi è persino tornato in mente il primo personalissimo atto di mitomania compiuto in nome degli Oasis, prima di andare a Londra, nell’estate del 1997: una sessione di parapendio a Norma, un paese sulle montagne sopra Latina, in cui il mio istruttore mi disse che aveva con sé degli speaker e di portarmi una cassetta. Morale della favola: volammo in tandem per una trentina di minuti sopra Norma, obbligando l’intero paese a sentire dal cielo (What’s The Story) Morning Glory. Sono stata io, lo ammetto.

Nel 2003, finalmente, ho iniziato a lavorare nel mondo dei concerti: volontaria a Enzimi, un festival gratuito a Piazza dei Cinquecento con Guided By Voices, The Sights, Thrills e Elbow. Fu proprio in quell’occasione che ho avuto modo di conoscere Pietro Fuccio, il boss di Dna Concerti. E così, qualche mese dopo, nel 2004, sono entrata nella sua agenzia. Se non avessi ascoltato gli Oasis e non fossi andata a Knebworth, non mi sarebbe mai venuto in mente di intraprendere questo mestiere. Lo stesso discorso vale anche per Lucia: ora vive a Londra e lavora in un’agenzia di concerti. Quell’esperienza ha cambiato le nostre vite. Grazie».

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