D’you know what they mean? Gli Oasis di ‘Supersonic’ nei ricordi degli ‘addetti ai lavori’ che hanno vissuto quegli anni.

Dal 7 al 9 novembre nelle sale cinematografiche italiane arriva 'Supersonic', film-documentario dedicato ai primi (e migliori) anni di vita degli Oasis, culminati nel concerto a Knebworth del 1996. Sette addetti ai lavori di Milano e Roma - Lele Sacchi, Francesco Mandelli, Andrea Dulio, Romina Amidei, Andrea Esu, Fabio Luzietti e Pietro Di Dionisio - ci raccontano come la band di Manchester ha avuto un impatto sulla loro vita personale e professionale. E sulle scene 'indie' della città.

Scritto da Matteo De Santis il 3 novembre 2016
Aggiornato il 21 marzo 2019

PIETRO DI DIONISIO

Pietro-Di-Dionisio-Mostri-Oasis

Luminare della scena brit romana degli Anni Dieci, Pietro è voce e chitarra della band I Mostri.

«Nel 1997 ero un ragazzino diligentemente imbonito da Mtv e Tmc2. Ero molto affascinato dal britpop, ma non completamente contagiato dalla mania per gli Oasis che girava nelle scuole; per me restavano il gruppo di Digsy’s Dinner, una delle mie canzoni preferite, scoperta un paio di anni prima in Go Ape, una compilation allegata al gioco del Super Nintendo Donkey Kong Country che mi fece scoprire per la prima volta il nome di band come Ride e Primal Scream.
go-ape!
Ritornando al 1997, in quel momento la mia attenzione era rivolta quasi totalmente al glam plasticoso degli Suede – comprai il singolo di Beautiful Ones dal mitico Ricordi di Piazza Venezia a 9.900 lire – alla rabbia infantile e melodica degli Ash e al carisma mistico dei Kula Shaker. Il singolo di D’You Know What I Mean? uscì in pompa magna a luglio di quell’anno, preceduto da un’attesa febbrile dei miei amici, e lanciato in anteprima addirittura da Alessia Marcuzzi su 8 Millimetri, una specie di antenato televisivo di YouTube con i filmati amatoriali. Devo dire che tranne per le giacche fantastiche e un video pazzesco, la canzone non mi fece impazzire: la trovai troppo lunga e piena di feedback, al terzo-quarto ascolto forse persino un po’ noiosa. Quello che invece apprezzai molto fu il cartonato del singolo e soprattutto le b-side. Stay Young, se proprio devo dirla tutta.

Poi, il 21 agosto, uscì Be Here Now, e anche lì, tranne Stand By Me e I Hope, I Think, I Know che entrarono immediatamente in alta rotazione nelle mie giornate, il resto delle canzoni non mi convinse troppo. Più o meno contemporaneamente, la band di Burnage, all’apice della fama nel resto del mondo, annunciò dei concerti in Italia per l’autunno 1997. I miei amici comprarono subito il biglietto per Bologna e io, complice la défaillance di un compagno di classe che mi diede il biglietto e la presenza in apertura di una band che amavo enormemente come i Seahorses, decisi di farmi trascinare al live al palasport di Casalecchio di Reno. Quella mattina i nostri genitori ci portarono al pullman, venduto in abbinamento con il biglietto del concerto, che ci aspettava alla stazione Tiburtina. Un pullman che già da lontano strabordava di mitomania. C’erano magliette del Manchester City con la scritta “Gallagher”, ragazzini venuti da Frosinone e coppie di fidanzati con i fogli per ripassare i testi. Dialoghi tra le lei e i lui a bordo come «Ah dice wash your face, mi sa che wash lo intende come lavare» erano all’ordine del giorno. Autentiche situazioni preistoriche dell’era anteriore agli smartphone. Partimmo e ricordo, durante il viaggio, cassette formate per il 90% da Oasis, ma facevano capolino anche Vasco e qualche pezzo eurodance. Davanti a me un riccio brufoloso continuava a ridere e a importunare l’autista chiedendo «Aò, me metti CIAMPAGNIE SUPERNOVA?».

Oasis-1997-Casalecchio

A un autogrill lo stesso mi prese in giro per il mio culo sporgente: «Ma chi sei aò, c’hai la camminata da bomber come Alan Shearer». Alla fine riuscimmo ad arrivare a Casalecchio di Reno, nel freddo totale di un novembre bolognese, in un piazzale interamente coperto a tappeto dagli adesivi neri di The Box, la televisione musicale interattiva che ogni tanto chiamavo per rivedere i video dei Prodigy. Davanti al palazzetto e ai cancelli chiusi del pomeriggio, con l’aria che parlando diventava fumo, un capannello di ragazzi bolognesi rumorosissimi aspettava davanti all’ingresso: per un paio d’ore ce li ritrovammo davanti nella fila per entrare. Scambiammo qualche battuta, ma ci diedero fastidio e non appena si giravano li imitavamo alle spalle. Il più irritante e agitato era uno alto e magro con i capelli a spazzola. I cancelli si aprirono all’improvviso, e partì una corsa forsennata per accaparrarsi le prime file, uno sprint impazzito, come se fossimo prigionieri di guerra che finalmente ritrovavano la libertà. Ci stabilimmo con calma in terza fila: vicino a noi, manco a dirlo, quel gruppetto di bolognesi molesti. Per la mia gioia, i Seahorses di John Squire entrarono in scena e fecero il loro live, composto da un disco di esordio incredibile e da una manciata di singoli clamorosi. Vennero fischiati e partì anche qualche bottiglia d’acqua verso di loro, gesti che trovai incredibilmente irrispettosi nei confronti di John Squire. In un palco megalomane all’americana, con un orologio gigante e la scenografia degli oggetti in copertina di Be Here Now, sorprendendo chi si aspettava il loro solito minimalismo scenografico, arrivarono gli Oasis. Iniziarono con la title track dell’ultimo album, per la gioia della coppia del pullman che aveva ripassato le parole. In un caldo equatoriale, appesantito dalle giacche e dalle felpe con la zip anni 70 legate in vita, i fratelli Gallagher continuarono con la “mia” Stay Young e andarono avanti nel delirio e nel sudore per un tempo che mi sembrò infinito, tra code psichedeliche che duravano anche dieci minuti.

Stanco del viaggio e dalle botte prese, quando Liam con il suo maglione bianco annunciò Acquiesce, l’ultimo pezzo, mi sentii quasi sollevato. Alla fine della canzone, Noel tirò il plettro alle prime file, proprio verso di noi, il gruppetto di ragazzini romani. Io e il mio amico ci lanciammo con le braccia protese alla Stallone portiere in Fuga per la vittoria sicurissimi di prenderlo. Invece, beffa delle beffe, lo catturò, sfilandocelo quasi dalle dita, il ragazzo bolognese con i capelli a spazzola, più grande e ben più alto di noi, impazzendo di gioia per il trofeo conquistato, abbracciandosi con gli amici come se avesse segnato in una finale mondiale. Il concerto finì così, con una punta di amarezza per noi: «Cazzo, l’avevamo quasi preso, pensa a tornare a Roma col plettro di Noel…». Tornammo a casa, all’uscita della stazione Eur Fermi della metropolitana, alle 5 di mattina, ci aspettava in macchina il padre chirurgo di un nostro amico. Avevamo visto gli Oasis insieme nel loro momento più importante, eravamo distrutti e appagati.

Una quindicina di anni dopo, navigando su internet, mi ritrovai per caso a leggere un’intervista. E tra lo stupore e l’incredulità, dentro ci ritrovai la storia di quel plettro lanciato da Noel al palasport di Casalecchio nel novembre del 1997. Chi lo aveva preso diceva di tenerlo ancora come una reliquia, che era diventato il suo portafortuna e lo citava addirittura come un momento di svolta della sua vita. Solo allora realizzai che era un’intervista a quel ragazzo bolognese alto con i capelli a spazzola. E che appena due anni dopo quel concerto diventò famosissimo come cantante dei Lunapop… ».

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