Ad could not be loaded.

Elena Rivoltini

L’arte come punto di incontro di voci antiche, corpi teatrali e sonorità contemporanee.

Scritto da Annika Pettini il 15 novembre 2021
Aggiornato il 27 giugno 2022

Nel suo sguardo non manca certo la determinazione. Siamo andati a parlare con Elena Rivoltini per farci raccontare il modo in cui sta tessendo la trama della sua arte e della sua ricerca che oscilla tra epoche e stili, a favore di un nuovo linguaggio ibrido. Dall’amore per le lingue e la grammatica all’incontro con il Piccolo Teatro, tutto attraverso le capacità assopite di un mezzo che utilizziamo costantemente: la voce. Per ricordarci che l’arte non è solo una cosa nostra, ma un tramite capace di andare ben oltre di noi.

“mi sento come un tramite. Sento qualcosa che mi attraversa, che parte prima di me e va avanti oltre me.”

 

Ti ho vista esibirti per la prima volta sul palco estivo di Triennale per Ultradim e adesso voglio sapere assolutamente tutto di te. Quindi, partiamo dalle origini: chi sei, da dove vieni e quanti e quali sbagli ti hanno portata fino a qui?

Sono nata in provincia di Varese, dove ho frequentato il liceo linguistico che si è rivelato essere per me una risorsa importantissima. Amo il pensiero dietro la grammatica e le grammatica stessa. Nello stesso tempo coltivavo i miei interessi per la musica, il canto lirico, la traduzione, la letteratura: ho sempre avuto in testa l’idea di unire ciò che mi piaceva in un unico percorso artistico, un po’ come in una personale Gesamtkunstwerk wagneriana. Finito il liceo ho fatto il provino per il Piccolo con Ronconi e mi hanno subito presa.

Come mai hai scelto il teatro?

Studiavo canto lirico e mi sono innamorata della voce umana. Così, oltre che con la parola cantata, ho iniziato a sperimentare la mia voce anche con la parola parlata e quindi recitata. In realtà si trattava di un approccio alla pratica teatrale piuttosto personale e inconsueto e del resto non avevo mai fatto teatro prima del provino al Piccolo. Credo che Ronconi abbia apprezzato questa atipicità. Studiare teatro è intenso, hai orari fittissimi, 7 giorni su 7, ti dedichi solo a quello. È un esercizio quotidiano – lavori ogni giorno sul tuo corpo e sulla pratica della parola, ininterrottamente. Per quanto mi riguarda, ho cercato di non badare alla forsennata competizione tra allievi attori, ma ho colto gli input che arrivavano dall’Accademia per sviluppare il mio mondo, fatto di diversi linguaggi artistici. Mi rendo conto che oggi mi sento più autrice che attrice.

Teatro e musica sono due termini classici che non riescono a contenere in alcun modo le forme della tua ricerca. Ci daresti qualche strumento in più per entrare nei tuoi linguaggi?

Per me sia il teatro sia la musica sono legati al sacro – ho una innata propensione verso la musica antica. Attingo a un repertorio vocale e a una tradizione in cui la musica si trovava molto vicina alla trascendenza. Al centro c’era il legame tra il suono e la parola, qualcosa di sacro appunto. Questo territorio in cui musica e parola si incontrano è quello in cui mi piace lavorare.

Il terzo passaggio a cui sono approdata nel mio percorso, è stato la musica elettronica. Mi sono accorta che l’intenzionalità sonora di certi generi dell’elettronica è molto vicina al sacro e alla trascendenza. La techno per esempio ti permette di ricollegarti a ritmi ancestrali, all’essenzialità materica del suono, alla ritualità e ai suoi meccanismi di ripetizione.

Vorrei sapere cosa è per te il tempo, in una dimensione storica. Hai la capacità di intrecciare punti apparentemente lontani, eppure ne esce un discorso comprensibile e studiato. Quali sono per te le affinità in queste distanze?

Ho provato a incarnare questi concetti in una voce e in un corpo, il mio. Essere in scena vuol dire capire che quando proferisci parola o nota sei all’interno di qualcosa che trascende te stesso e ti ricollega all’altro e all’ulteriore. Credo che la fusione o la compresenza di diversi linguaggi possa avere oggi una ricezione abbastanza “naturale” da parte del pubblico, abituato alla molteplicità di input della navigazione in rete e dei media digitali. Questo non significa trattare con leggerezza e inconsapevolezza diverse tradizioni e prassi artistiche: ci vuole studio, rispetto e costanza, non “vale tutto”. L’esercizio costante della propria arte si risolve direttamente nell’onestà con cui la riporti al pubblico. È vero che l’arte, ma del resto qualsiasi linguaggio, ha alla base un patto menzognero, una sospensione dell’incredulità e della diffidenza, eppure, da questo fidarsi e lasciarsi ingannare, qualche volta scaturisce l’effimera verità dell’arte.

Milano è casa per te in qualche modo. Che ruolo ha avuto per te la città? Come dicevo all’inizio ti ho conosciuta in Triennale, ci racconti della performance con i Vega a cura di Davide Giannella?

Vengo dalla campagna e da una famiglia operaia. Sono legata alla mia provenienza, ma Milano è stato il posto in cui ho potuto nutrire i miei desideri culturali. Quando sono arrivata qui ho visto che esisteva tutto quello di cui avevo bisogno e mi sono dedicata con spietata testardaggine alla mia formazione. 

La performance in Triennale è stata il risultato dell’incontro con Davide Giannella che ha subito creduto in questa ricerca “incollocabile” e mi ha proposto di presentarla all’interno di Ultradim, il suo progetto sulle relazioni tra analogico e digitale. Così sono entrata in contatto anche con i Vega, un duo artistico formato da Tommaso Arnaldi e Francesca Pionati.Abbiamo cercato di ragionare sul rito: volevo creare una struttura di performance simile a quella della liturgia cristiana delle origini, prima del Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha abolito gli elementi più arcaici del rito. All’inizio per ispirarci li ho portati ad ascoltare tre messe tridentine (in latino, cantate, con il celebrante rivolto verso l’altare). Poi abbiamo indagato forme di ritualità contemporanea, come quelle legate al clubbing, ad alcune community on line e al concetto di festa.

Cosa vuol dire per te performare?

Quando sono sul palco, come per Ultradim in Triennale, mi sento come un tramite. Sento qualcosa che mi attraversa, che inizia prima di me e prosegue oltre me. Mentre in teatro l’attore di solito cerca di affermare se stesso tramite il personaggio, io vivo la performance quasi per negare me stessa e mettermi al servizio di forze che, appunto, esistono al di là di me e del mio corpo. Con la performance in Triennale ho cercato di unire la potenza arcaica dello strumento vocale a un linguaggio elettronico più contemporaneo e riconoscibile da un pubblico di miei coetanei.

Mi hai raccontato che sei in una fase vagabonda. Come mai? Dove stanno andando le tue strade?

Ho vissuto il secondo lockdown in una deserta e metafisica Venezia. Nel frattempo ho fondato insieme a Pietro Bonomi “X4” , un’associazione curatoriale che punta a unire festa, ritualità e performance. Il 5 novembre a Venezia, grazie al prezioso aiuto di Edoardo Lazzari e Cosimo Ferrigolo (del collettivo Extragarbo) e ArtEvents, c’è stato il primo evento in una ex abbazia sconsacrata con performance coreografiche, sound-poetry, live-set musicali e video proiettati. Hanno partecipato Danila Gambettola, Furtherset, Francesco Tosini, Michele Zanotti, Miami Safari e Daniele Costa, VEGA, Gaia Ginevra Giorgi e Riccardo Santalucia, RITO, Aniello e Compulsive Pene Madonna.
Settimana scorsa ha debuttato a Cremona per il Festival Monteverdi 2022 il mio progetto di regia, composizione ed esecuzione: un lavoro per voce, clavicembalo e live electronics in cui ho reinterpretato le polifonie vocali seicentesche del Vespro della Beata Vergine di Monteverdi in chiave contemporanea. Il live era all’interno della cappella dell’istituto Stradivari, con una drammaturgia luminosa ideata da Andrea Sanson e il disegno sonoro a cura di Claudio Tortorici.
Ho rimesso radici a Milano ma in questo istante mi trovo alla Biennale Teatro di Venezia e debutto stasera insieme a Serena Dibiase, Martina Ruggeri e Nico Guerzoni con “Veronica”, testo di Giacomo Garaffoni, regia di Federica Rosellini e sound direction di Nicola Ratti.
Durante l’estate affinerò le mie ricerche vocali dedicandomi alla scrittura di un manuale dedicato al fenomeno della vocalità che racconta il mio personale approccio all’organo fonatorio e in cui esercizi di tecnica vocale vengono trasformati in poesie visive. In autunno continuerò una collaborazione recentemente avviata con Threes e, tra tournée teatrali e festival musicali, porterò avanti i miei progetti performativi usando la voce come unico strumento generatore di universi sonori.