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VEGA

Un duo di artisti che è come la città: un archivio potenzialmente infinito di storie.

Scritto da Annika Pettini il 20 settembre 2021

VEGA - Ph. Posch

VEGAFrancesca Pionati e Tommaso Arnaldi – un duo di artisti romani che sono approdati, con il progetto Ultradim a cura di Davide Giannella e in collaborazione con Barocco Elettronico (Elena Rivoltini), in Triennale. Siamo andati a farci due chiacchiere per sfogliare, petalo dopo petalo, il bocciolo della loro ricerca. Si tratta infatti di un percorso stratificato, un archivio di sensibilità e conoscenze che si stanno costruendo per raccontare situazioni di sorprendente complessità. Ovvero la vita. Ovvero le città.
Siamo andati a cogliere una storia.

“Abbiamo questa sorta di motto: progredire conservando. Se ci ragioniamo è la città in cui viviamo che ci ha reso così.”

 

Partiamo dal fatto che vorrei davvero sapere tutto di voi. Chi siete, da dove venite, come vi siete conosciuti, da quanto lavorate insieme, gusto di gelato e, ovviamente, colore preferito.

Francesca: (tanto inizio sempre io, lol) Mi sono formata nel cinema mentre Tommaso nella grafica e nella musica. Ci siamo conosciuti sul set di una serie documentaria e poi sai, sono quelle cose che lavorando insieme intuisci. Abbiamo capito di avere una visione affine, la nostra estetica un pò si sposa, condividiamo un approccio e un’idea progettuale simile, forse anche dovuti al fatto che siamo cresciuti nella stessa città .

Sia io che lui abbiamo sempre voluto fare cose nostre, abbiamo sempre condiviso questi valori… Insomma, ci siamo trovati.

Quando abbiamo iniziato a lavorare a VEGA eravamo di più, il video in qualche modo ci univa e ci siamo lanciati a fare cosette, insieme ad amici che facevano di tutto, le professionalità più disparate. Pian piano abbiamo definito cosa volevamo fare, la nostra identità artistica e creativa ed è nato un duo.

Come siete arrivati al nome che vi unisce?

Il nome non se lo è inventato nessuno di noi, ma questa amica carissima, Paula, che è bravissima a inventarsi i nomi e ci sembrava perfetto: corto, di impatto, e quindi niente, non ce lo siamo inventato noi.

 

So che la vostra ricerca vi lega molto al territorio e alle sue storie. Come si è sviluppato in voi questo interesse? e in che modo si è sviluppato e intessuto negli anni?

Siamo romani e molto legati alla città: Roma ha molto di nascosto, è piena di contrasti, è decadente e sfarzosa. Ricca in tutti i modi.

Forse siamo molto ispirati da questo, senza neanche rendercene conto. Quando scavi una buca a Roma trovi sempre qualcosa di sepolto, antico, marcio e il nostro lavoro in qualche modo si struttura in modo simile, man mano che lo scopriamo.

Le immagini che creiamo sono un pò alienanti, la carica emotiva, l’idea che si portano dietro sono il centro e quindi i colori, le forme, la definizioni non servono: distruggere un’immagine è il nostro modo di veicolare un messaggio

È come se ci fosse una ricerca stilistica che arriva in un secondo momento rispetto al concetto e alle idee. La nostra ricerca indaga sempre anche il passato (l’archivio) e anche in quello c’è l’influenza di Roma. Siamo sempre legati al passato e non riusciamo a liberarcene. Ma vogliamo riattualizzarlo, legarlo al fatto che ci rende così.

Abbiamo questa sorta di motto: progredire conservando. Se ci ragioniamo è la città in cui viviamo che ci ha reso così. Ti raccontiamo questa immagine che abbiamo scattato e che usiamo spesso come riferimento: una pista ciclabile moderna interrotta bruscamente da 2 metri quadrati di antica strada romana.  Le pietre romane non si riescono a sommergere. È inutile e disprezzabile, difficile per i ciclisti. È tutto disfunzionale: per conservare il passato si ostacola la vita presente. Rispetto a questo ci siamo abituati e innamorati di Roma. Anche negli aspetti più degradati a livello estetico ci trovi qualcosa di piacevole

Roma la amiamo molto e la odiamo molto. Lo dicono tutti i romani ma è proprio così, arrivi a odiarla così tanto che hai bisogno di andartene, prendere aria. Non abbiamo intenzione di lasciare la città, ma tende a chiudersi in se stessa. E per noi è importante che si creino dei ponti. La sentiamo come una responsabilità.

Non è solo uscire dalla città e fare cose, il nostro progetto è legato alla città e ovunque andiamo la portiamo con noi. In modo da creare ponti e porte.

 

Avete un’estetica molto particolare, create mondi leggermente deviati rispetto alla realtà e per questo destabilizzanti. Avete voglia di accompagnarci, un passettino alla volta, attraverso il vostro approccio e la traduzione visiva ed estetica?

La parte estetica del nostro lavoro è sempre secondaria, nel senso che emerge in modo spontaneo in successione ai valori su cui stiamo lavorando. Il video è la materia che riusciamo a trattare meglio. Io (Francesca) ho una famiglia fissata con il cinema, di brutto. Fin da piccola sono stata abituata a quel linguaggio, mi ci confronto e crescendo ho voluto capire le vie più sperimentali. Mi parla, è come se visualizzassi le cose con quel linguaggio. La ricerca insieme però è più ibrida: ci interessa anche il corpo, includiamo noi stessi, insieme a discorsi multimediali e sonori.

Tommaso: guardavo videoclip musicali da mattina a sera, vedevo sempre cose legate alla musica. Orbitavo nel mondo visivo e poi un giorno mi sono trovato su questo set in cui ho messo alla prova delle qualità che non sapevo di avere, ed è stato lo stesso set in cui ho conosciuto Francesca. Da lì abbiamo iniziato a fare video insieme. È successo. Non l’ho scelto fino in fondo. È arrivato. Immagine e musica diventano un video da soli, quasi automaticamente

Anche quando pensiamo alle cose non le pensiamo in modo bidimensionale, c’è sempre un elemento temporale e il video ci permette una narrazione più ricca.

Poi c’è l’aspetto performativo, in cui siamo un pò incappati. Quando lavori spesso ti trovi ad avere bisogno di un corpo che racconta e interpreta. E poi c’è l’idea di archivio, che unisce bene tutta la parte di ricerca tra passato e presente: usiamo spesso immagini di repertorio e magari le reinterpretiamo.

 

Avete appena chiuso un progetto in Triennale, Ultradim, curato da Davide Giannella e in collaborazione con Barocco Elettronico (Elena Rivoltini). Una performance audiovisuale a quattro (sei, otto) mani, che so avervi coinvolto molto, portandovi a riflettere su dinamiche e restituzioni inaspettate. Ci raccontate meglio?

Abbiamo conosciuto Davide Giannella in occasione di un progetto che abbiamo realizzato al MACRO a Roma. Era una video installazione di circa 40 minuti in cui abbiamo rielaborato un archivio fotografico molto grande. Un video con una enorme quantità di materiali: scene che abbiamo selezionato da documenti video  già esistenti e abbiamo rimesso in atto, GIF, fotografie, interviste, immagini casuali…un calderone. Davide ha visto questo lavoro (Ultradim si basa sull’ibridazione di analogico e digitale), ci è venuto trovare e ci siamo subito trovati bene. Alla fine ci ha proposto di partecipare al nuovo capitolo di Ultradim qui a Milano, In Triennale. È un progetto che si sviluppa a 4 (6) mani, in questo caso in collaborazione con Barocco Elettronico (alias Elena Rivoltini) e non ci abbiamo pensato un secondo.

Abbiamo lavorato molto insieme a Elena e allo stesso tempo sviluppato una struttura su cui ognuno potesse lavorare in modo autonomo. Volevamo che le immagini e la musica fossero percepibili come due entità connesse ma distinte (la musica non è stata pensata per essere colonna sonora del video, né le immagini una serie di visual che accompagnano i brani).

Abbiamo fatto dei ragionamenti rispetto al rito, che cosa è il rito oggi e a cosa serve. Lo abbiamo fatto nostro, provando a immaginare elementi di una ritualità futura , unendo storie del passato e del presente più recente. Siamo partiti creando un archivio sul rito, focalizzandoci sul concetto di festa, che forse è il rito in cui ci troviamo di più. Catartico a livello sociale.

Lo abbiamo denocciolato, osservando i comportamenti di chi vi prende parte. Sul palco è stato messo in scena un rito futuro. Viviamo in un momento storico particolare: quello che conoscevamo sta crollando e volevamo immaginarci elementi interessanti del rito e restituire quello che per noi è il suo vero cuore, ovvero incontrarsi con l’altro. È un’azione che ti trasforma e questo prevede per forza l’incontro con lo sconosciuto, il diverso da te. Abbiamo sviluppato una performance audiovisiva che per noi forse è l’inizio di un percorso che proseguirà.

Che progetti avete tra le mani e nel cuore? In che direzione puntano le vostre strade?

Resteremo un po’ a Milano per un progetto performativo a cui teniamo moltissimo, che è nato a Roma e che stiamo sviluppando da quasi un anno assieme ad altre persone.

Rielaborare un archivio non è solo raccontare una storia ma è fare un’esperienza e renderla possibile anche per gli altri. La spontaneità e la libertà sono contagiosi e i nostri progetti esistono per – fare cose. Per sperimentare, per esserci di nuovo. Mischiamo persone, luoghi, linguaggi, di tutto e ciascuno è portato a confrontarsi con cose diverse, idee. Crediamo nella comunicazione fugace per lasciare libera la volontà. Quindi stiamo lavorando su un progetto che possa essere strutturato ma mutevole. Iniziative, azioni performative in posti in cui passiamo e a cui siamo legati. Qualcosa che in qualche modo lasci una traccia. 

L’idea dell’azione è quella di portare fuori il fatto che a Roma sta succedendo qualcosa e aprirla il più possibile. 

Inoltre stiamo lavorando su un progetto che prenderà forma da MEGA a metà ottobre. Presenteremo un video e il libro, nati insieme a Miniera e con la collaborazione della Fondazione John Giorno. Come sempre nel nostro lavoro si tratta di un progetto stratificato, che mette insieme tanti elementi per andare a fondo ad un tema che abbiamo sentito vibrare molto. I fiori come simbolo dei riti necessari per incontrare e superare la morte.

Stiamo anche collaborando con il MACRO a un progetto di cui faremo parte a febbraio 2022, dove racconteremo alcuni degli angoli più “dark” della città. Vi terremo aggiornati!