Haunter Records

La label di Milano nata dall'esigenza di sperimentare forme nuove di coinvolgimento sonoro, dall'ascolto al ballo

Foto di Piotr Niepsuj

Scritto da Emanuele Zagor Treppiedi il 31 ottobre 2019
Aggiornato il 5 novembre 2019

Francesco “Birsa” Alessandri e Daniele “Dan” Guerrini sono i nomi che si “nascondono” dietro questa label che, nel giro di 6 anni, si è ritagliata un interessante e dignitoso posto nella panoramica della musica elettronica sperimentale (e non solo). Vanta recensioni su The Wire e serate al Berghain sempre all’insegna del far crollare ogni tipo di equilibrio sonoro, tra l’apocalisse e la ricerca di nuove forme ed esperienze sociali, non per forza legate al dancefloor.

Haunter Records è atmosfere oscure, decostruzioni ritmiche, post-rave, musica senza regole, richiami techno, a rituali e tradizioni popolari. Una delle label che fa un lavoro sulla sperimentazione, che ci permette di capire quando il lavorare su qualcosa di non convenzionale sia utile per aprire nuovi scenari e nuovi approcci alla musica.


Chi siete? Da dove venite? Perché siete qui?

Siamo Daniele e Francesco. Veniamo rispettivamente dal continente perduto di Lemuria e dalla città-cadavere di R’lyeh. Daniele fa musica col nome di Heith, Francesco col nome di Sense Fracture. Abbiamo una label chiamata Haunter Records. Siamo qui per generare caos e gioia.

Come vi siete conosciuti?

Nella maniera più semplice possibile: frequentando gli stessi posti e situazioni, tramite un amico comune, parlando di musica e scambiandoci esperienze.

Qual è il vostro background e quali sono le vostre fonti di ispirazione?

Entrambi abbiamo un background abbastanza variegato, che ha origine in senso generico e attitudinale dal punk hardcore ma passa per la cultura industrial, il noise, e molti altri campi della musica sperimentale (elettronica e non), oltre che la cultura dei rave illegali e le frange più “off” della musica da club. Detta così è un po’ come non avere detto niente, ma è piuttosto difficile riassumere tutte le esperienze che ci hanno portati a creare la label quando l’abbiamo creata, per non parlare di tutto quello che è successo dopo.

Per quanto riguarda l’ispirazione… be’, quella arriva da qualsiasi cosa: tipo io (Francesco) ti posso dire che al momento sono ispirato molto dall’idea di traslare idee ritmiche della musica popolare e tradizionale delle mie parti (tipo il salterello) all’interno delle strutture della musica elettronica “pesa” come hardcore e footwork. Che poi è un po’ quello che stanno facendo molt* artist* in Cina, in Indonesia , in Meso/Sud America e in diversi paesi africani. Daniele dall’aspetto cinematografico e ritualistico della musica folk e dei videogame contemporanei.

In un'altra intervista ho letto che la vostra musica non può prescindere dall'ambiente che vi circonda a livello sociale, politico e di costume. Dal 2013 (anno di nascita della label) a oggi riuscite ancora in questo intento? É fondamentale per la vostra label questo legame con la realtà?

Come dicevamo proprio in quella intervista, non si tratta affatto di un “intento”, non è una scelta programmatica, ma qualcosa appunto, da cui non possiamo affatto prescindere. Come artisti e come curatori della label abbiamo anzitutto la responsabilità di essere onesti verso quello che ci attraversa, i nostri interessi, le nostre preoccupazioni, le nostre esperienze. Il lato politico viene fuori spesso perché tanto noi quanto molte delle persone che abbiamo fatto uscire sulla label ne siamo evidentemente interessati o quantomeno ci troviamo in delle condizioni che, volenti o nolenti, ci costringono a confrontarci con esso. Anche nel creare qualcosa che sia di pura evasione ci si deve inevitabilmente confrontare con la realtà.

Ha senso e credete ancora nella musica come forma di rivoluzione?

Oddio, non sappiamo bene cosa rispondere… Dovremmo prima definire cosa significa “rivoluzione”. La musica è “rivoluzionaria” quando è organica a un’urgenza creativa o distruttiva che non può prescindere dal manifestarsi, quando si confronta con la realtà in maniera critica e consapevole, ma anche quando nasce in maniera sradicata, spontanea e “innocente”. Ma, a essere sinceri, non ci piace nemmeno molto la parola
“rivoluzione”, a meno che non sia una rivoluzione permanente, un continuo mettere in discussione gli assunti del presente e lo stato di cose. In ogni caso, tutto questo vale per ogni tipo di creatività, e non staremmo ad affermare nessuna particolare superiorità della musica su altre forme d’arte. Può accompagnare mutamenti personali o sociali, innescarli o rinforzarli, ma non è certamente l’unica forza in grado di farlo.

Macao è uno spazio fisico e un contenitore di idee importante a Milano che non solo ha molti punti di contatto in termini di attitudine (inclusiva, ibrida, di ricerca) con Haunter, ma che è proprio materialmente spesso il luogo dove prendono/prendevano forma le serate e le idee dell’etichetta (del resto voi siete entrambi parte attiva di questa realtà, o comunque lo siete stati). In che modo Macao ha influito sulla nascita di Haunter e sulla sua crescita, che tipo di rapporto/legame c’è, anche reciproco, in termini di scambio e circolazione delle idee?

Haunter è nata prima del nostro coinvolgimento diretto con Macao, ma il rapporto con quello spazio e i suoi presupposti è stato fondamentale per la nostra crescita. Al momento Francesco è ancora direttamente coinvolto nell’organizzazione di Tavolo Suono/Saturnalia, mentre Daniele non ne fa più parte in pianta stabile ma continua a gravitarvi attorno. C’è quindi tuttora un legame fortissimo, fin da quando siamo entrati lì dentro la prima volta ci è interessato farne parte per costruire uno spazio di collaborazione e supporto reciproco, un laboratorio aperto e inclusivo in cui fare ricerca musicale e provare a influenzare, “infettare” la realtà circostante.



È stato un processo molto faticoso e difficile, ma oramai lì ci sentiamo realmente a casa, è stata una risorsa fondamentale per la creazione di una vera e propria comunità di persone che sapevano di avere qualcosa da dire e da scambiare, ma che non avevano a disposizione i mezzi per farlo. Che poi è esattamente quello che dovrebbe fare uno spazio sociale.

Come intercettate chi arruolate sulla vostra label? Come costruite e alimentante il processo creativo che poi vi porta a stampare determinati artisti?

Non c’è un metodo preciso, avviene tutto in maniera molto spontanea. Di norma non facciamo quasi mai uscire qualcuno con cui non abbiamo un rapporto diretto, o con cui non c’è stato un avvicinamento più profondo. Non è neanche una questione di tempo, ma sicuramente di sinergia, visioni e intesa su svariati piani.

Cos'è più importante oggi per una label sperimentale e di nicchia come la vostra? Un formato di stampa che sia un artwork (su cassetta o vinile), la promozione su diversi media o con un buon managment che riesce a proporvi sul mercato macinando date su date?

A livello strettamente “mercatizio” non abbiamo molti consigli da dare, purtroppo. Per noi è sempre stato importante soprattutto essere coerenti con i presupposti da cui è nata Haunter (che poi è sempre importante negare anche quelli), essere aperti verso l’esterno e andare nella direzione che di volta in volta ci sembrava più interessante ed eccitante. Certo, ovviamente di volta in volta ci dobbiamo confrontare con la realtà di dovere portare avanti la label in una maniera che sia economicamente sostenibile, ma la cosa più importante rimane il nostro continuo processo di ricerca.

A Club to Club avrete l'arduo compito di chiudere il Crack Stage. Che rapporto avete con il clubbing? In realtà il festival, lavorando da anni sul concetto di avant-pop, si è parecchio staccato da questo mondo, soprattutto in questa edizione: voi vi sentite più parte dello spirito club, di quello avant-pop o di una di nicchia post-punk-rave che il festival cerca di intercettare come trend?

Onestamente non sappiamo bene dove collocarci né, dopotutto, crediamo abbia troppa importanza, no? Forse dovresti chiedere direttamente ai curatori di Club To Club quali sono le motivazioni che li hanno spinti a invitarci. Noi siamo solo contenti di farne parte.
Il clubbing ci appartiene e fa parte del nostro bagaglio di influenze, ma non è qualcosa in cui ci interessa necessariamente collocarci. Ci piace confrontarci col dancefloor, ma non ci interessa necessariamente farlo in maniera “funzionale” e accomodante, secondo i codici convenzionali della musica da ballare, né ci interessa troppo parteciparvi secondo le modalità “regolari”.



L’aspetto inscindibile che ci lega al club è la capacità di unire, di creare autonomia di pensiero e esperienze collettive, oltreché individuali. Anche quello deve essere un territorio di ricerca, altrimenti finisce solo per essere una roba stantia e conservatrice.

Festival per noi di Zero deriva da festa, da rituale del ballo: voi che rapporto avete e come concepite il ballo? La vostra musica con continui cambi di ritmo e di atmosfere ha qualcosa di viscerale quanto il ballo, ma è a tratti respingente e difficile da ballare.

Ecco, per collegarci anche alla domanda precedente, forse ci interessa più l’idea di rave o di “festa” che di clubbing. Ma festa intesa come spazio di rottura con le convenzioni, che si può attraversare in maniera libera e sperimentale, e in cui ci si può e deve confrontare con il nuovo, l’inaspettato. In fondo quasi tutte le serate che abbiamo organizzato avevano questo carattere. Ballare ci interessa in quanto reazione fisica e spontanea alla musica, è un gesto totalizzante e collettivo, ma non è certo l’unico possibile, né deve assolutamente esserlo. Di solito la musica che ci interessa è molto immersiva. Ci si può entrare dentro e muoversi senza ballare. Poi va be’, ci sta che non piaccia a tutti.

Quali sono le soddisfazioni più grandi che Haunter Records vi ha portato?

Tutto il percorso fatto finora per noi è stato una bellissima soddisfazione.

Entrambi non siete di Milano, ma vivete a Milano. Come questa città supporta label come la vostra? Quali sono le realtà milanesi e italiane, tra musica, clubbing e spazi sociali che trovate più interessanti?

Come dicevamo prima riguardo Macao, noi ci siamo impegnati molto per ricavarci uno spazio e poter proliferare all’interno di questa città, e l’abbiamo fatto unendoci e collaborando con altre persone e realtà, sostenendoci a vicenda. Questo perché quando abbiamo iniziato non c’era per nulla terreno fertile per quello che facevamo, salvo poche esperienze fondamentali che a volte ci hanno anche ispirati.



Ora invece la situazione sembra essersi ribaltata, e Milano è tra i pochissimi luoghi in Italia in cui si riesce a portare avanti un percorso così ibrido e trasversale come il nostro, e allo stesso tempo entrare in contatto con un pubblico più o meno ampio. Questo però non vuol dire che sia facile o poco impegnativo. Parliamo di un equilibrio che si regge sul durissimo lavoro di tante persone che animano la scena, motivate solo dalla propria passione e urgenza, e che si traduce continuamente in uno scontro con la realtà di una città sempre più costosa, superficiale, esclusiva e competitiva. Quindi diciamo che quello che c’è e resiste lo fa grazie a certe caratteristiche intrinseche di Milano, in aperto contrasto con altre. Come dicevamo prima, l’esistenza di Macao è stata salvifica per molti e ci piace pensare di avere, facendone parte, contribuito un po’ a cambiare le cose.



Al momento la città è un vero vulcano di esperienze e realtà interessantissime che la attraversano: dagli eventi di Communion, Rissa, occult Punk, Cryzyed, ad altri più “club” come Spritual Sauna di Virginia W e Rapala 700, Rete Neurale, Survive; label/collettivi come Realia, di cui fanno parte i nostri amici Noumeno (artista Haunter) e Raw, Artetetra, Clam di Kuthi Jnani e Krolik; artist* come Katatonic Silentio, Train To Eltanin, Voronoi, Wisecrack… e i dj resident, tra cui Arcangelo e M.Nuella, che stanno in Dance Affliction con Francesco, Asmir /Bosnian Hashisheen, Primordial ooze…
Fuori da Macao ci piace molto il lavoro che sta facendo Hazina (Tadleeh, anche lei su Haunter) con Sine Confine al Cox 18; il collettivo Ultracare; le serate di Lobo al Leoncavallo; Kreggo e le sue duecento label, Terraforma e Spazio Maiocchi. Ci piace tutto quello che succede da Standards e portiamo una gran stima e affetto a Michele e Nicola che lo animano.



Nel resto d’Italia ci sentiamo vicini a realtà come Phase/Spazio Materia e Disconnect in Toscana, Amen a Roma e Paynomind a Torino. Altri artisti che consideriamo amici sono Lorem, Bienoise, Caterina Barbieri, Furtherset, OOBE, Luca Garino, gli oramai ex-Father Murphy. Poi ci sono i ragazzi di Gang of Ducks, che sono da sempre un pezzo di famiglia. Li amiamo e sono stati una ispirazione negli anni.



Probabilmente abbiamo dimenticato qualcosa, speriamo nessuno se ne abbia a male.


Cosa vi piace invece di Torino?

Abbiamo frequentato tanto Torino. A livello puramente architettonico e urbanistico ci piace il modo in cui il carattere più industriale e proletario della città e quello più “regale” convivano in una tensione conflittuale che non si risolve mai, ma resta viva. Ci piacciono le vinerie, i vecchi bar, le simbologie massoniche, le luminarie, il fatto che in pieno centro ci sia una foresta come il Valentino, che gli interni dei palazzi siano sempre interessanti, pure quando sono squallidi, e che all’orizzonte si vedano le Alpi. Ci piace il fatto che ci siano ancora quartieri tutto sommato popolari in posizione più o meno centrale, a differenza di quanto è successo a Milano, tra gentrificazione e “vetrinizzazione” selvaggia della città che hanno spinto la gente sempre più in periferia.

Dopo Club to Club quali sono i prossimi step produttivi e di live di Haunter Records?

Abbiamo parecchie nuove release in cantiere, ad alcune delle quali teniamo in maniera particolare. Non vogliamo anticipare nulla, però. Vedrete…