Marco De Rossi

Cosa vuol dire “aumentare” la scuola?

Scritto da Andrea Pagano il 25 maggio 2020

Cosa vuol dire “aumentare” la scuola? Come la nuova idea di piattaforma scolastica può passare da mero strumento di apprendimento e supporto allo studio a community immersiva e potenziante per gli studenti, ma anche per il personale docente? Ce ne parla Marco De Rossi, fondatore di WeSchool, forse il migliore esempio di “scuola aumentata” che abbiamo oggi (e avremo domani) in Italia.


Ammetto di essere stato un utente WeSchool durante un master ormai 4 anni fa, e di aver saggiato una prima versione della piattaforma. Apprezzo come, a differenza della stragrande maggioranza delle piattaforme di edutech, il vostro processo si posizioni prima di tutto come un facilitatore del personale didattico e, di prevedibile conseguenza, degli studenti. Quali sono i “superpoteri” che promettete di insegnare agli insegnanti?

Siamo partiti dando lezioni gratuite video e testuali ai ragazzi: oggi aiutiamo ogni anno 2 milioni di studenti che ripassano con noi. Poi ho capito che non bastava e che la chiave era il docente. Per cambiare la scuola dovevo cambiare i Prof, e ho creato WeSchool, facilissima da usare, pensata per dare i superpoteri ai docenti. Da nerd pensavo che avere il software migliore avrebbe risolto tutto: mi sbagliavo. La svolta è stata quando abbiamo capito che i Prof avevano bisogno di sentirsi parte di una grande comunità di colleghi che hanno deciso di mettersi in gioco, e non invece sentirsi soli a scuola a combattere contro i mulini a vento. Abbiamo creato corsi per docenti, sviluppato contenuti, li abbiamo sentiti e aiutati. Uno per uno. È come un grande movimento, senza colore politico, dedicato al rinnovamento della didattica: ed è bellissimo vedere migliaia di Prof nella stessa classe virtuale che chiacchierano, si aiutano e scambiano dritte. A dare energia insieme a noi a questo movimento di grande cambiamento della scuola ci sono molti degli editori italiani, Google for
Education, i genitori, il mondo delle scuole serali: tutti usano WeSchool. Il 25% dei docenti italiani è sulla nostra piattaforma.

Più che di scuola digitalizzata, qui si parla di “scuola aumentata”. Credi che, facendo un ardito parallelo di mercato, si possa paragonare la differenza fra una didattica totalmente digitale e una didattica ibrida/aumentata a quella che intercorre fra la realtà virtuale e quella aumentata? Anche in termini di concreta integrazione con le esigenze di mercato e società

l 99% dell’idea che abbiamo di scuola è legata a una particolare fase della vita in cui, tra la sveglia e i Simpsons delle ore 14, ci rechiamo tra quattro pareti, sempre le stesse, sempre con le stesse 20 facce addormentate intorno, ad ascoltare qualcuno che parla. Poi studiamo e infine c’è la “valutazione”. Infinite loop. Altro che “aumentare”: qui andrebbe fatta tabula rasa. Vi sembra una cosa normale che la gran parte della gente smetta di studiare dopo la
laurea? Credete che tra un secolo un modello di società del genere sia sostenibile? Detto questo dobbiamo misurarci con la scuola che abbiamo davanti ora: io sono un paladino del “Fatto è meglio che perfetto” e quindi mi va bene fare un piccolo passo per volta… L’aspetto interessante è che i docenti bravi serviranno sempre di più. Il fatto che con AI e tecnologia i Prof non serviranno più è una grande allucinazione collettiva.

Indiscutibili buzzword degli ultimi anni sono AI e Machine Learning (sempre che di Intelligenza Artificiale si possa già legittimamente parlare): rilevi che la formazione italiana stia andando in quella direzione ed efficacemente? Vedi scenari verosimili di applicazione virtuosa all’ambito edutech?

Il trend di inizio Anni Dieci, chiamato “adaptive learning”, dell’usare l’AI per creare dei Prof virtuali che ti danno suggerimenti personalizzati in base alle tue conoscenze, è in parte superato e non ha dato i frutti attesi. Ora l’innovazione sull’EdTech è tutta su interfacce, Mobile e contenuti.
Io credo invece che l’AI possa aiutare ad aprire la mente come materia di studio, e metterei obbligatoriamente in tutte le Triennali di ambito scientifico un esame base di machine learning a fianco di “Analisi 1”. Così usciamo dalla situazione attuale, in cui “Artificial
intelligence is like teenage sex: everyone talks about it, nobody knows how to do it, everyone thinks everyone else is doing it & so claims to do it”.
A volte nei contesti di fuffa galoppante in cui si fa name dropping a caso su “reti neurali” e “machine learning” mi viene voglia di fare il professorino e mettermi a interrogare e smascherare gli impostori. Poi mi freno.