Sara Schiano

Quanto è ormai necessario bilanciare le necessità di sostenibilità economica con quelle di sostenibilità socio-ambientale?

Scritto da Andrea Pagano il 25 maggio 2020

Cosa significa fare imprenditoria nel 2020 e quanto è ormai necessario bilanciare le necessità di sostenibilità economica con quelle di sostenibilità socio-ambientale? Di questo e dello stato di salute dell’imprenditoria sociale in italia ci parla Sara Schiano, referente dell’area progetti e formazione di MicroLab e co-founder della rete Italiana Social Innovators Community.


Il nome è già decisamente emblematico, ma di cosa si occupa Social Innovators Community? Cosa intendiamo per “imprenditoria sociale”?

Social Innovators Community nasce dalla grinta e dall’entusiasmo di spiriti innovatori, amanti del sociale, forieri di una nuova idea di cittadinanza, più cosciente e consapevole, attivisti che hanno a cuore le sorti dei propri territori e che credono che lavorare per produrre un impatto positivo sia più motivante che produrre esclusivamente per se stessi. La Social Innovators Community aggrega persone intorno ai valori comuni del benessere economico sostenibile e mette in rete competenze, istanze e progettualità che impattino positivamente sulle comunità attraverso i suoi membri.
La storia recente dell’andamento economico globale dimostra che l’economia è, forse, sempre meno adatta ai bisogni umani e al bene comune ed emerge, dunque, la volontà di adottare modelli economici che rispondano a bisogni e sfide collettive. L’imprenditoria sociale fa questo: parte da un modello imprenditoriale tradizionale, ma ha come obiettivo il trovare una risposta a un problema sociale attraverso anche la vendita di beni e servizi. Gli imprenditori sociali, attraverso i loro progetti di impresa, migliorano la fruibilità di alcuni servizi, come per esempio quelli sanitari o educativi, includono nei processi categorie svantaggiate di lavoratori o ridisegnano prodotti, servizi o modelli che migliorino le condizioni di vita delle comunità in cui operano. Supportare l’imprenditoria sociale significa promuovere quindi quelle attività imprenditoriali che cercano di coniugare il rendimento commerciale alla risoluzione dei problemi a carattere sociale.

Credi che un fine più alto, una coscienza sociale più radicata e critica possa essere anche un “antidoto” alla legittima - ma non necessariamente spontanea nel contesto italiano - “fuga dei cervelli”?

Credo che la nostra sia la generazione che si sta riappropriando della consapevolezza sociale e che è pronta a lottare contro la rassegnazione e la fuga, in un tempo, questo, che mortifica le competenze, che vanifica gli sforzi e che non si apre a visioni e progetti di lungo termine. Ed è per questo che ci siamo noi, giovani convinti che solo rianimando una coscienza sociale intorpidita, solo trovando, ritrovando e unendo animi affini, si possano trovare l’entusiasmo, la bellezza e la forza di r-esistere. Emerge la necessità di ricostruire narrazioni collettive capaci di motivare le persone. Credo che la costruzione di nodi, piccoli punti di contatto tra persone animate dagli stessi valori e dalle medesime aspirazioni
trasversali, sia l’antidoto contro l’apatia. L’apatia di intenti e valori in grado di contrastare il peso del moderno progresso, che sacrifica le comunità in nome di interessi economici maggiori, trascurando il benessere comune e non coltivando i talenti individuali. L’attivazione di comunità di persone come le nostre, che sono vicine anche se lontane, che sono online ma soprattutto on-life, è l’unica difesa, prima personale e poi collettiva, che abbiamo per ristabilire relazioni sane e immaginare nuove forme di benessere e di collaborazione.

Parliamo di smart working e di lavoro aumentato e diminuito (a livello di monte ore) al tempo stesso. Se ne parla molto, con esempi e proposte prevalentemente estere: che diffusione e impostazione hai rilevato nelle realtà con cui sei venuta a contatto?

È sempre più frequente intercettare organizzazioni che ritengono che la produttività non vada ricercata solo nel monte ore di lavoro settimanale, quanto piuttosto nella qualità del lavoro stesso e nel raggiungimento di obiettivi. E con qualità mi riferisco all’importanza del life-work balance, nel miglioramento complessivo dei contesti lavorativi e del team di lavoro. Per far crescere una realtà organizzativa è necessario poter far crescere la motivazione dei collaboratori e prevedere un percorso di crescita personale continua. Siamo convinti che i talenti, così come le passioni di ogni individuo, vanno alimentati. Non è la rigidità del monte ore lavoro ad aumentare la produttività, bensì flussi e processi flessibili adatti a favorire la creatività e dunque la competitività e in ultima istanza il fatturato. Questo richiede sicuramente un grande sforzo nel modificare le abitudini e i processi lavorativi. Le persone troveranno sicuramente maggior giovamento da questo rinnovamento in termini personali e con ricadute positive sul lavoro.