Roma a 360°. Outdoor racconta il progetto Stories

La tradizione orale, le tecnologie di ripresa di ultima generazione, la Silicon Valley e la spiaggia di Ostia. Outdoor racconta Roma via Google.

Scritto da Nicola Gerundino il 8 maggio 2018
Aggiornato il 15 maggio 2018

Tra le tante opere e installazioni che vi sarà capitato (o vi capiterà) di vedere al Mattatoio di Testaccio per l’edizione 2018 di Outdoor, ce n’è una che forse sarà meno colorata e luccicante, ma è certamente di interesse, perché ha come protagonista la città, Roma, ed è anche il primo tentativo di registrare e custodirne un patrimonio di esperienze e vissuti attraverso tecnologie di nuovissima generazione, tra cui le videocamere a 360° e la VR. Il progetto si chiama Stories ed è realizzato da Outdoor stesso in collaborazione con la piattaforma Google Arts and Culture e con la partecipazione di Fake Factory. Ne abbiamo parlato con Francesco Dobrovich, direttore artistico di Outdoor e fondatore del collettivo NuFactory.
DSC_0039

 

Come nasce il progetto Stories? È un’idea che avete sviluppato per Outdoor o fa parte di un percorso parallelo che in Outdoor ha trovato uno sbocco importante?
Stories è un’esposizione inserita all’interno di un museo virtuale sul quale lavoriamo dal 2013 chiamato Outdoor Project. Possiamo dire che è una “profanazione digitale” della ricerca che conduciamo attraverso il festival e che quest’anno per la prima volta ha trovato spazio fisico nella sua programmazione.

In cosa consiste?
Si tratta di un racconto che mette in luce la vita in quartieri non centrali della città di Roma attraverso l’utilizzo delle tecnologie più moderne che oggi si hanno a disposizione. Un modo per immortalare il tessuto sociale che anima questi luoghi attraverso video, fotografie e dei video-racconti descrittivi in realtà virtuale.

Stories è un progetto in partnership con Google Arts and Culture. Come siete entrati in contatto con Google e come siete arrivati a proporglielo?
Outdoor Project è inserito nella piattaforma Google Arts & Culture dal 2013, anno in cui fummo chiamati a partecipare al lancio internazionale della sezione dedicata alla street art. Selezionare 16 progetti nel Mondo, tra cui il nostro, devo dire che fu una scommessa grande anche per noi. Oggi è un punto di osservazione privilegiato che ci dà modo di avere un occhio ulteriore sulla città, la società che la vive e le sue sottoculture.

Di che tecnologia di Google vi avvalete?
Ne utilizziamo diverse. Sicuramente la realtà virtuale è l’elemento che ci affascina di più. A oggi, oltre Stories, abbiamo due tour che permettono al pubblico di rivedere le mostre Moving Forward (Dogana 2014) e Here, Now (Guido Reni 2015). Quello che ci affascina di questa tecnologia è il fatto che siamo nell’anno zero: immortalare il presente con la tecnologia che Google ci mette a disposizione equivale a quegli scatti che nella metà dell’Ottocento furono fatti con le prime macchina fotografiche: la tecnologia migliorerà, ma quelli che stiamo facendo saranno gli unici video-racconti in 360° della società odierna in circolazione. Trovo tutto questo di una potenza incredibile.

Come avete scelto i quartieri che avete deciso di raccontare?
Abbiamo scelto tre quartieri, ognuno per una caratteristica specifica.

Torpignattara rappresenta oggi la parte più viva della città, l’unico luogo in cui si ha l’impressione di essere in una città cosmopolita, Qui il tessuto sociale è in continua evoluzione e immortalare questo momento che sta vivendo questo quadrante ci sembrava irrinunciabile.

Ostia è al centro dell’attenzione mediatica e nessuno ne racconta il lato migliore, fatto di persone che vivono un rapporto straordinario con questo territorio che ha una risorsa dal valore inestimabile: il mare. Ostia è il solo quartiere della città che può vantare un fattore specifico di così alto potenziale, pensare che questa piccola città nella città non possa avere un giorno un futuro rigoglioso è impensabile. Ostia ha il mare e per questo il futuro sarà qui.

Corviale invece rappresenta la forza delle persone, le sole in grado, attraverso azioni sociali aggregative, di poter migliorare la vita in questo luogo così discusso.

Stessa domanda, ma riguardante i “narratori” di questi tre quartieri.
Amir Issaa è stato fonte di ispirazione con il suo libro Vivo per questo. Lui, come tutti gli altri, hanno un rapporto speciale con i territori in cui vivono. Volevamo trasmettere vitalità, raccontare quella gioia di vivere che permette di gettare il cuore oltre l’ostacolo e lanciare sfide, tutti attori con un un forte spirito di resilienza.

I narratori sono riusciti a integrarsi da subito con il progetto, in particolar modo con la tecnologia alla sua base?
La regia di Lorenzo Sportiello è stata molto naturale e i narratori hanno potuto interagire con la camera con disinvoltura. Il set è stato gestito in maniera tradizionale, per questo credo che i narratori non abbiamo sentito la pressione di lavorare con uno strumento nuovo: è il risultato a essere sicuramente innovativo rispetto a un video tradizionale. Ciò che trovo molto accattivante nell’approccio che il regista ha adottato è stata l’interazione che il narratore ha con la camera 360°: chiedendogli di avvicinarsi e di guardare fisso nell’obiettivo si ha davvero la sensazione di essere presenti sulla scena e di condividere con il narratore quel momento specifico.

Narrazione umana – quindi fattore umano – e tecnologia: cosa vi dice questo binomio? Quanto pensi sia importante in generale e quanto è costitutivo di Outdoor e dei progetti a firma NuFactory?
Credo che la tecnologia debba poter essere utilizzata come uno strumento in grado di amplificare le esperienze, non di sostituirle. Con questo progetto, ad esempio, l’intenzione è da un lato fotografare in realtà virtuale la società contemporanea, dall’altro dare a un pubblico che non ha l’abitudine di frequentare questi luoghi la possibilità di conoscerli nella loro intimità e attraverso il contatto umano che si crea con i narratori, di subire attrazione e decidere, perché no, di visitarli personalmente. Outdoor nasce come un festival che punta a creare nuova socialità, a far crescere l’interesse di incontrarsi, di condividere passioni, emozioni e interessi.

Che idea ti sei fatto di Roma dopo tutte le riprese? Che città è? Di cosa ha bisogno e cosa invece può dare?
Della città che conosco sono un buon osservatore e i luoghi descritti con Stories sono tutti quartieri nei quali ho speso parte della mia vita. Corviale è sicuramente il luogo che conosco meno. L’aspetto a prescindere che mi ha colpito – e che conferma quanto personalmente penso della città – è che c’è bisogno di resilienza e di persone che amano il territorio in cui vivono per permettere a questo di migliorarsi. Roma è una città addormentata, credo ci sia bisogno di un risveglio di orgoglio civico, per questo i protagonisti dei nostri video sono dei “paladini”, perché producono e promuovono buone pratiche, alimentano sogni.

In generale,Cosa ti è piaciuto e ti ha colpito di più di questo lavoro?
Roma e la sua capacità di essere una città dai mille volti.

Un aneddoto divertente che è successo durante le riprese?
Be’, quello dello squalo che abbiamo visto ad Ostia mentre provavamo a fare delle riprese dal pattino…

Tutti i video realizzati a Roma per il progetto Stories dove e come saranno raccolti?
Tutto il progetto è raccolto all’interno del nostro museo Outdoor Project, qui si può fruire non solo dei racconti di Stories, ma di tutta la storia di Outdoor, dal 2010 ad oggi.

In futuro realizzerete nuovi progetti in collaborazione con Google?
Stiamo partecipando a un lancio internazionale per il 2019, ma anche il progetto Stories sarà ampliato con racconti dedicati ad altri luoghi.