Una città di luce e di persone: la Roma di Giovanna Silva

A pochi giorni dall'uscita del volume Never Walk on Crowded Streets per NERO Editions, abbiamo intervistato la fotografa milanese che ci ha raccontato del suo forte legame con la città, maturato nel corso del 2020.

Scritto da Nicola Gerundino il 17 febbraio 2021
Aggiornato il 19 febbraio 2021

Luogo di residenza

Milano

Attività

Editrice, Fotografa

Si dice spesso di Roma che sia una città ferma, immutabile, dove gli strati della Storia, così presenti e ubiqui, rendano impossibile ogni forma di cambiamento. In tempi di pandemia e lockdown, dove la sospensione del tempo e del movimento diventa condizione universale, ecco allora che Roma si trova nella posizione paradossale di avanguardia metafisica. “Never Walk on Crowded Streets”, non camminate mai nelle strade affollate, scriveva Alberto Savinio citando Pitagora e la peste di Atene. A camminare per strade spopolate ci si è ritrovata anche Giovanna Silva, che ha da poco pubblicato per NERO un libro dove ha raccolto gli scatti fatti per la Capitale in un 2020 diviso a metà dall’irrompere di un virus, il Covid. Un racconto della città dove la voce di chi ci vive si incontra con gli occhi di la vede (quasi) come se fosse la prima volta.

“Never Walk on Crowded Streets”, foto di Giovanna Silva
“Never Walk on Crowded Streets”, foto di Giovanna Silva

L'antefatto di questo libro è una borsa assegnata dallʼAmerican Academy in Rome in “Architecture, Urban Design, and Landscape Architecture”. Da Milano a Roma passando per una residenza in “territorio” statunitense. Ci puoi raccontare com'è andata quest'esperienza?

Quando ho saputo che avevo vinto la residenza allʼAmerican Academy e che ci avrei dovuto trascorrere tre mesi, ho pianto dalla disperazione. Quando è finita prematuramente il sette marzo (2020) a causa del lockdown e sono dovuta tornare a Milano, ho pianto dalla disperazione. Per la serie: mai contenta! Il cinque giugno successivo sono tornata a Roma, ho affittato una casa, ed è la città dove mi sento in pace con me stessa. Il lascito più grande.

"Never Walk on Crowded Streets" è nato durante questa residenza o avevi in mente questo progetto già da tempo?

Il progetto è nato durante la residenza perché “dovevo” fare qualcosa su Roma. Faccio tante cose nella vita, ma prevalentemente fotografie, quindi, guarda caso, ho deciso di fotografare Roma. Ho chiesto a delle persone – intellettuali, artisti, amici e amici di amici – suggerimenti su dove andare e cosa vedere. Ero diventata l’incubo di qualsiasi incontro sociale con la mia serie di domande sui must see! Ho preso una mappa di Roma, l’ho divisa in quadranti e ho iniziato a girarla a piedi per conoscerla, seguendo tutti i suggerimenti raccolti. Non mi sono più fermata, sto ancora camminando. Anche se il libro è uscito continuo a tornare in quei posti: cambia la luce, il mio stato d’animo, noto delle differenze nell’immobilità dei quartieri.

Oltre alle foto, nel libro c'è anche un testo di Alberto Savinio, perché lo hai scelto?

Quando sono rimasta chiusa a casa a Milano durante il primo lockdown non potevo camminare, non potevo stare a Roma, e allora leggevo su Roma. Questo racconto mi ha particolarmente colpito, anche perché Savinio è uno dei miei autori preferiti: racconta la sensazione di essere straniero a Roma passeggiando. Il titolo del libro viene da questo racconto in cui Savinio cita Pitagora che consiglia di non camminare in strade affollate durante la peste. Dato il momento storico, mi sembrava appropriato. Nelle mie foto in realtà non ci sono mai persone, ma, in particolare dopo giugno, da Roma erano scomparsi i turisti e la città era deserta. Il testo di Savinio è in mezzo, a dividere il primo periodo dal secondo. Il sette marzo sono andata a Corviale, da lì in stazione diretta a Milano perché quel giorno per puro caso avevo una cena. Quando la sera ho visto il telegiornale ho capito che sarei rimasta a Milano per un po’. Avevo lasciato tutto a Roma e quando a giugno sono rientrata allʼAmerican Academy per riprendere le mie cose, tutto era rimasto cristallizzato a quella mattina pre lockdown. Quindi ho ripreso esattamente dove avevo lasciato, da Corviale.

Quante immagini hai raccolto in totale e come le hai scelte per la pubblicazione?

A oggi credo di aver raccolto più di cinquemila foto, selezionate poi in base ad accostamenti formali – tutto il libro funziona in dittici – e al soggetto. Alcuni dei palazzi hanno una storia che probabilmente conoscono in pochi, ma non posso prescindere dall’oggettivizzare quei luoghi e riconoscerne un racconto, benché sia chiaro solo a me.

Chi hai scelto per farti accompagnare in giro per la città?

Tutti quelli nella lista dei ringraziamenti. Sono tanti.

Immagino che ognuna di queste persone ti abbia fatto vedere un suo volto della città, ma c'è un tratto comune che hai notato?

Roma funziona per macro aeree, per quartieri. Chi sta in centro sta in centro, chi sta ai Parioli sta ai Parioli. I gruppi non si toccano, o se si toccano è sempre in zona neutra. Quasi tutti mi hanno mostrato quindi i luoghi che conoscono, o i luoghi a cui sono legati per motivi personali. Mi indicavano la strada, spesso venivano con me, per poi ricevere svariate foto nei mesi a seguire ogni volta che sono tornata su quelle stesse storie. Solo poche persone hanno avuto uno sguardo trasversale, ma sono persone ossessionate come me, con cui mi ritrovo a parlare di Roma ancora oggi. Persone per cui la conoscenza della città non è una necessità, ma l’obiettivo primario.

Dal tuo punto di vista, come vivono i romani la propria città e cosa ne pensano?

Non voglio vantarmi, anzi, so di essere odiosa, ma credo che, come a volte succede a chi viene da fuori, ormai conosco la città meglio dei romani stessi: è il bello di non appartenere ai luoghi, ti spinge a un’esplorazione che la quotidianità spesso impedisce.

Avevi già in mente cosa ritrarre, anche se vagamente, o sei andata completamente a braccio?

Totalmente a braccio, grazie a Google Maps.

Chi è riuscito a sorprenderti di più tra i tuoi accompagnatori?

La persona a cui devo di più è un architetto, Luca Galofaro. Non solo è merito suo se sono finita a Roma, perché mi ha candidato allʼAmerican Academy, ma soprattutto con lui ho fatto i giri più lunghi, intensi e tematici. Anche io di formazione sono architetto, per cui inizio a pensare che gli architetti siano inclini a una certa ossessione nei confronti della mappatura. Un’altra persona a cui devo molto è Letizia Muratori. Lei invece non si muove mai di casa, ma è sicuramente la persona a cui ho raccontato di più, come se camminare fosse un po’ una necessità per descriverle la città, così che lei ne potesse scrivere.

La pandemia e il lockdown hanno modificato il tuo lavoro?

Mentalmente il lavoro è stato diverso. Esteticamente molto simile, ma è cambiata la luce, ovviamente. E i luoghi si sono spopolati.

Never Walk on Crowded Streets è uscito per Nero. Hai volutamente deciso di non pubblicarlo con la tua Humboldt Books?

Cerco di non pubblicare i miei libri con la mia casa editrice e poi mi sembrava doveroso pubblicare un libro su Roma con un editore che ha sede in città. Inoltre sapevo mi avrebbero dato carta bianca: non sono incline al compromesso grafico.

Oltre che per "Never Walk", nel 2020 ti sei legata a Roma anche per una collaborazione molto importante con il MACRO, con i tuoi scatti che fanno parte di una “rubrica” permanente del nuovo museo, "Retrofuture", dedicata agli archivi del Museo. Innanzitutto ti chiedo com'è nato questo lavoro.

È stato tutto merito di Luca Lo Pinto. Mi ha chiamato per chiedermi se volessi fotografare gli archivi del MACRO, che fisicamente si collocano sotto lʼedificio del museo. Il MACRO ha una collezione che purtroppo viene esposta raramente. L’idea di Luca è stata quella di mostrare la collezione originale attraverso le mie fotografie, che avrebbero tappezzato lo spazio e fatto da sfondo alle nuove
acquisizioni del MACRO.

Come hai interpretato lʼarchivio del MACRO? Cosa ci hai trovato e cosa hai voluto far emergere?

Ho lavorato più sugli spazi che sulle opere. In realtà gli shooting sono stati pochi, sono “scesa” solo tre volte. È stato più un lavoro di montaggio, concepire ogni parete come un tema, creare qualcosa che avesse significato dal punto di vista del contenuto ma che fosse anche bella da guardare. Quando hanno montato tutto e sono entrata nello spazio per me è stata una grossa emozione: quello che avevo fatto funzionava in tre dimensioni!

Visto che l'editoria fa parte del tuo quotidiano, cosa pensi di un museo concepito come una rivista, con editoriali e rubriche?

Penso che Luca sia uno dei migliori curatori italiani e che sia riuscito a trovare una chiave espositiva in linea con la sua storia personale, essendo uno dei fondatori di NERO, e che per un museo così grande, dall’articolazione spaziale frammentata, l’idea di lavorare per rubriche sia non solo la soluzione più giusta, ma anche l’unica.

Alla fine di questʼanno di lavoro intenso in città, cosa ne pensi di Roma?

Che è fatta di luce e di persone.

Se mai ti trasferissi qua, in che quartiere vorresti vivere e che mestiere vorresti fare?

Ci penso spesso, ma non ho una risposta. Ora credo in centro, perché si sta bene, ma forse un giorno torneranno i turisti, e allora mi sposterei verso Colle Oppio credo, una buona via di mezzo tra centro e pendolarismo. Continuerei con il mestiere che già faccio.