La rivincita del Poeta, Andrea Chénier

Un racconto fantastico in occasione della Prima Diffusa

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Scritto da Mario Macchitella il 2 dicembre 2017
Aggiornato il 17 ottobre 2018

In questi giorni di Frimaio mi aggiro per Milano… oh, pardonnez-moi, in questi giorni tra novembre e dicembre. Cercate di comprendermi, ho ancora in testa quel pomposo calendario rivoluzionario, per quel che può avere “in testa” uno che è stato ghigliottinato, naturalmente.

Se posso tenere questa mia giacca lunga con panciotto e coulottes senza dare troppo nell’occhio, è perché la gente, per nulla sorpresa, mi prende per un commediante di strada: però mi si avvicinano, mi puntano addosso degli incredibili oggetti, piccole lanterne magiche che fanno un ritratto perfetto in un istante, poi mi sorridono e se ne vanno soddisfatti.

Ma io non sono un commediante: sono proprio André, André Chénier, il Poeta, in persona.

Non so chi, se Dio, oppure l’Essere Supremo venerato da quel maledetto Robespierre, o forse Calliope, musa di noi Poeti, mi abbia dato la chance di risorgere, per qualche tempo, dopo tanti anni, per assistere a qualcosa di straordinario, che dà senso alla mia esistenza breve e sfortunata. A soli 31 anni, infatti, sono stato giustiziato, sotto il Terrore, dai
Giacobini. Era il 1794.

È il sogno di ogni Poeta la Gloria, e questa città mi sta celebrando.

In verità, ad essere pignoli, non sta celebrando proprio me, ma un’opera lirica che porta il mio nome e di me parla, scritta 102 anni dopo la mia morte, nel 1896, da un certo Umberto Giordano, un musicista definito “verista”. Chissà cosa vorrà mai dire…

Dal 7 dicembre, sarà in scena nel più grande ed importante teatro della città, il Teatro alla Scala. Non vedo l’ora di sentirla.

La Scala, quella almeno, c’era già quando io ero ancora vivo: l’hanno fondata nel 1778 e grazie a lei non mi sento del tutto solo e spaesato in questo futuro in cui mai avrei pensato di essere catapultato.

Io la mia testa l’ho persa perché avevo capito, e scritto dappertutto, sui giornali, che la Rivoluzione stava prendendo una piega sbagliata e violenta: e avevo ragione, ma, ahimè, i miei nemici non me l’hanno perdonata.

L’opera invece parla di me più che altro come di un Poeta innamorato, che ha perso la testa… Merde! Non riesco a staccarmi da questa benedetta faccenda della testa! Insomma, volevo dire invaghito della dolce e nobile Maddalena.

Una fanciulla così devota che, come gesto di supremo trasporto, decide di morire con me sul patibolo dopo aver provato in ogni modo a salvarmi: “Amor, amor, infinito amor!” canteremo insieme sul palcoscenico, prima del finale.

Verità o finzione? Che importa! Non ve lo dirò, ché quando si tratta di Poesia tutto si mescola, mentre eterno resta il Sentimento.

Ma la vera Rivoluzione, e se uso io questa parola potete fidarvi che me ne intendo, è che tutta la bellezza di quest’opera non vivrà solo a teatro, ma raggiungerà l’intera città e sarà per tutti: nobili, clero e pure il terzo stato… mon Dieu, come lo chiamiate voi adesso? Popolo?

Questa grande festa, i Milanesi l’hanno denominata “Prima Diffusa”.

Dalle veloci carrozze di metallo che corrono sopra e sottoterra, li chiamano tram e metropolitana, al sobborgo di Malpensa, dove si levano in cielo enormi e rumorose mongolfiere a forma di freccia, ovunque risuoneranno le note dell’opera: grazie a giovani musicisti, ma anche senza di loro, perché questi uomini del XXI secolo hanno trovato il
modo di catturare l’energia del fulmine per trasmettere immagini e suoni a distanza. Così almeno mi dicono, ma secondo me hanno rinchiuso degli abilissimi Lillupuziani dentro a piccole cassette di metallo da cui la musica scaturisce.

La sera del 7 dicembre, questo miracolo chiamato “diretta”, Lillupuziani o no, apparirà in 27 luoghi della città, dai più lussuosi e centrali fino a una Casa dell’Accoglienza per chi non ha fissa dimora e a un Istituto Penitenziario Minorile, una specie di Bastiglia. Chapeau, altro che Secolo dei Lumi… ai miei tempi era il buio più totale a confronto!

E poi, ancora, tanti miei eredi, Poeti come me, incroceranno i versi, propri e altrui, leggendo e declamando in ogni dove, in una laica cerimonia e grande festa che non speravo mai di meritare.

Non mancheranno poi simposii di sapienti, che sveleranno a chi vorrà ascoltare i misteri della musica, del canto, del teatro e della storia.

E quel che mi è successo a Palazzo Litta? Men che meno me lo spiego. Entrando in un apparato portentoso, sono quasi trasalito: d’emblée, mi sono ritrovato alla Scala tra musici e cantanti, sipari, palchi e quinte… ma vi giuro sul mio onore, che dal Palazzo io non credo di essermi mai mosso. Mai visto un passaggio segreto così ben celato!

Che meraviglia questa Milano, che per qualche giorno, dal 30 novembre al 10 dicembre, mi ha strappato dall’oblio e dalla morte, concedendomi più luce di un sovrano. Quanta poesia nell’aria, che gioia per chi come me fu vittima di un tiranno tagliagole, che osò dare al mio persecutore un biglietto con su scritto “Perfino Platone bandì i Poeti dalla sua
Repubblica”.

Come si sbagliava quel tiranno, oggi finalmente la storia ci rende giustizia!

C’è però una sola gioia che questa grande Milano, o Dio, o Calliope o l’Essere Supremo o chi per loro non hanno potuto darmi: rivedere per un momento, anche un solo istante, tra la folla, sorridente, il volto della mia bella, amata Maddalena.

Hélas! chez ton amant tu n'est point ramenée. Ahimè! dal tuo amante non hai fatto ritorno.