Flavio Angiolillo

«Il Mag l'ho aperto insieme a Marco Russo dopo avere saputo che il posto si stava liberando: siamo arrivati il giorno giusto al momento giusto, con tante idee e tantissima voglia di fare»

Scritto da Simone Muzza il 4 marzo 2016
Aggiornato il 10 maggio 2018

Flavio Angiolillo (Roma, 1984) è il bar manager e proprietario di Mag, 1930, #Backdoor43, Barba.
Se non siete habituè del bancone ma preferite il divano di casa, lo conoscete perché lavora con la Campari Academy e ha partecipato in qualità di coach a «Mixologist, la sfida dei cocktail», talent show dedicato al bartending a cura di Campari.
Lo abbiamo intervistato in occasione della sua partecipazione a Zero Design Festival al Plastic, dove venerdì 18 marzo parteciperà al talk sui musei d’impresa di Branca e di Campari e alla maratona di barman.

Come e perché hai iniziato a lavorare al bancone?
Ho iniziato ai Caraibi. In cucina mi annoiavo e, da cameriere, non potevo creare: il barman, alla fine, è un insieme di tutti e due.

Chi è stato il tuo maestro?
Non ne ho avuto uno solo, ho provato a prendere il meglio da tante persone; in qualche modo anche il mio socio, Marco Russo, è un mio maestro.

Qual è il primo drink che hai preparato? Com’era?
Il primo drink che ho preparato era un analcolico. Una merda! Però l’ho bevuto lo stesso, a me piaceva, ma non faccio testo: sono cresciuto in Francia… ahahahhahah.

Puoi raccontarci la tua esperienza professionale?
La prima esperienza lavorativa la feci a 12 anni, in una panetteria: per una settimana ho fatto il pane, una figata, ma con orari di lavoro assurdi. Sono dei santi, i panettieri!

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Come sei arrivato ad aprire il Mag?
Il Mag l’ho aperto insieme a Marco Russo dopo avere saputo che il posto si stava liberando: siamo arrivati il giorno giusto al momento giusto, con tante idee e tantissima voglia di fare.

E come, dal Mag, avete deciso e siete riusciti ad aprire il primo speakeasy milanese, e poi il primo locale per sole due persone?
1930 e Backdoor43 sono nati dopo, per necessità, per follia o solo per la voglia di far qualcosa di qualità più alta anche rispetto al Mag. I motivi sono tanti.

Com’è la linea dei vostri locali?
3 locali, 3 linee diverse.
Mag: bella musica, bell’ambiente, divertimento, tanta gente e zero stress.
1930: come per un ristorante stellato Michelin, ci vai per assaggiare quello che ha preparato lo chef.
Backdoor43: un’esperienza unica, da brividi, non posso spiegarvelo… prenotate!

Quali sono i prodotti ai quali non rinunceresti mai?
Campari, assenzio, mezcal, vermouth, whisky, spezie, ginger beer.

Per Zero Design Festival ti abbiamo chiesto di partecipare alla chiacchierata con i direttori dei musei d’impresa di Branca e Campari (di cui hai scritto per noi la recensione). Puoi raccontarci il tuo rapporto con Campari?
Sono molto affezionato a Campari, perché siamo stati una delle prime realtà con le quali hanno voluto lavorare e poi nel frattempo sono nate tante amicizie: professionalmente sono proprio avanti e mi trovo molto bene a lavorare con loro.

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Qual è l’oggetto a cui non rinuncereste mai mentre lavori, che hai scelto per la mostra “Bar Tools/Cose da bar” che stiamo allestendo alla galleria Plasma del Plastic?
Il nostro anello di famiglia: quando non ce l’ho, mi sento nudo. Per noi che lavoriamo qui è proprio molto molto importante averlo, significa tanto per noi.

Uno degli altri temi di Zero Design Festival è la possibilità di bere bene di notte, nei club e nelle discoteche. Come la vedi? È un progetto fattibile? Molti a Milano stanno lavorando in questa direzione.
È un discorso molto lungo, che non si può esaurire in due righe, comunque noi l’abbiamo fatto l’anno scorso a Courmayeur con il Club House ed è andata molto bene.

Che cosa preparai da bere a Zero Design Festival al Plastic?
Sorpresa…

È un periodo parecchio favorevole per il mondo dei bar e dei barman a Milano: aprono sempre più locali, alcuni anche di qualità. Qual è il tuo punto di vista? Li frequenti? Quali frequenti? Ti piacciono?
Una domanda bella complessa, odio quando uno che non fa questo mestiere dice: dai, perché non apriamo un locale così ci divertiamo e facciamo un po’ di soldi… Questa gente la detesto proprio, perché non sanno quanto lavoro c’è dietro un locale. Ho in antipatia anche le brutte copie, i fake. Invece mi piace molto quando un posto apre con una nuova idea, un nuovo concetto, così aiuta anche la città di Milano a crescere.
Apprezzo molto il lavoro che si fa da Carlo & Camilla in Segheria; trovo che il bar del Mandarin sia molto bello e ci si senta bene; il Dry è unico a Milano, e il Pinch lo adoro! Però se dovessero chiedermi: «Tu da grande chi vorresti essere?», io risponderei Edo del Rita.

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Quali sono i ristoranti di Milano che frequenti?
Vado a pranzo all’Indiana Post quasi tutti i giorni. Il sushi, per me, è Famoso Fusion in via Vigevano. Amo come mi fanno sentire da Trussardi alla Scala, e ogni tanto vado al Giacomo Bistrot: top! Ma la cosa più bella è cucinare a casa.

Che città consiglieresti per un weekend dedicato al bere bene? Perché?
Berlino: bellissime idee, bellissimi concetti. Però se me lo chiedi oggi allora ti dico Bordeaux perché è diventata stupenda, perché mi manca il mare adesso e un po’ la mia famiglia.

Tu cosa bevi di solito?
Bevo varianti di americano, margarita, Manhattan morbido.

Bevi tutti i giorni? Cosa significa per te bere responsabilmente?
Bevo tutti giorni, sì, ma per assaggiare tutti cocktail che faccio. Bere responsabilmente, per me, significa conoscere i propri limiti.

E qualora avessi esagerato, qual è il rimedio per riprendersi da una sbronza?
Vomitare… no scherzo! Bere tanta acqua il giorno dopo e dire «basta, non berrò mai più in vita mia!».