Unplugged In Monti e Church Sessions: intervista ad Alessio Pomponi

Seconda edizione delle Church Sessions alla Chiesa Evangelica Metodista, mentre la stagione di Unplugged In Monti al Black Market prosegue il suo corso: il momento giusto per tracciare una linea che parte dagli mp3 blog dei primi Duemila e arriva ai concerti in chiesa di Greg Dulli e Lee Ranaldo

Scritto da Chiara Colli il 20 gennaio 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Alzi la mano chi, in vita sua, non ha mai desiderato vedersi un concerto nel salotto di casa propria. Seduto, rilassato, senza casino attorno. L’intuizione e la sfida di Unplugged In Monti nasce, in realtà, da una visione più ampia e da un’esigenza meno strettamente “privata” di quelle dei cosiddetti “house concert”, eppure i live acustici al Black Market lasciano una inusuale sensazione di familiarità che isola dal caos esterno. Dove troppo spesso i concerti iniziano tardi e il pubblico chiacchiera come se fosse al bar. La storia dei set acustici nel Rione Monti ha le sue radici nell’esperienza della webzine Indie For Bunnies, si sviluppa nel confronto/scontro fra la realtà romana della musica live e alcune alternative virtuose scovate all’estero, prende forma nell’agosto del 2011 con i primi concerti, si consolida nel corso di quattro anni e alza la posta in gioco con le Church Sessions, portando il concept di Unplugged In Monti in uno spazio e a un pubblico più ampio. Alessio Pomponi, classe 1980, è la persona che unisce tutte e tre queste esperienze, coadiuvato da Emanuele Minuz, fondatore insieme ad Alessio di entrambe le rassegne, a cui si aggiungono Vieri Santucci (del blog Triste Sunset) ed Emanuele Chiti (come CutPress) per le Church Sessions. Dopo il successo della prima edizione delle sessioni alla Chiesa Evangelica Metodista, l’inizio della seconda – che il 22 febbraio ospiterà nientepopodimeno che la data unica italiana di Greg Dulli – è l’occasione per tracciarne tutta la storia e fare il punto su alcuni temi cari a chi vive a Roma (ma pure in Italia) e frequenta i concerti: gli orari, il pubblico e la sua fidelizzazione, le difficoltà, le location, la possibilità di trasformare la musica scritta in musica live. In una parola, l’identità di una rassegna.

ZERO: Domanda di rito, per cominciare: quando e come hai iniziato ad appassionarti di musica?
ALESSIO POMPONI: Ho iniziato ad ascoltare assiduamente musica con il Britpop, quindi primi anni 90: tutto è partito dagli Stone Roses, poi Madchester e in maniera più massiccia subito dopo, con Oasis e Blur.

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“The most (in)famous singles chart battle of the 1990s”
Ascoltavo pochissima roba americana, poi allora c’era anche una sorta di contrapposizione… Magari sentivi tonnellate di musica inglese e, quasi per riflesso, schifavi qualsiasi cosa venisse dall’altra parte dell’Oceano. Me la ricordo un po’ così quella fase, anche molto legata a come si fantasticava su Londra e l’Inghilterra: non ci si fermava agli ascolti, ma si apprezzava uno stile di vita che immaginavamo e legavamo alla musica e ad alcune band in particolare.

Ci sono dei luoghi, dei locali o delle realtà a Roma che sono stati formativi per te?
Nella seconda metà degli anni 90 ho iniziato a frequentare le serate dell’epoca, Pop Venue e più avanti Screamadelica, le serate che facevano Andrea Esu e Fabio Luzietti agli Ex Magazzini, in zona Ostiense. Tra le altre, ho una memoria un po’ sfocata di una serata mitica proprio qui, se non sbaglio, dopo il concerto di Richard Ashcroft al Palladium (correva l’anno 2000, NdR).

so 90s
so 90s
Diciamo che mi colloco in quel periodo là, che credo abbia formato molte persone nate a inizio Anni Ottanta. Successivamente il riferimento per la musica live è diventato il Circolo degli Artisti in via Casilina Vecchia, una fase, quella dei primi Duemila, che associo all’esplosione dei blog americani. Fin da allora al Circolo ho visto parecchi concerti, anche da solo, nomi come Broken Social Scene, Patrick Wolfe… Situazioni che andavano da parecchie presenze a concerti di 20/30 persone.

Quando vi siete conosciuti, tu ed Emanuele?
Ci conosciamo da molto tempo, da quando entrambi eravamo grandi appassionati di Britpop. Credo intorno ai 16/17 anni, ricordo esattamente la prima volta che ci siamo incontrati: eravamo di fronte a Checco allo Scapicollo (ristorante che il lettore di Roma Sud conoscerà sicuramente, NdR) – entrambi siamo di quella zona di Roma, ma solo io ci abito ancora – ci aveva dato appuntamento lì un nostro amico che consegnava le pizze per loro. Finimmo subito a parlare di musica e ho questa chiara memoria – che lui nega – di Emanuele che si professa un grande fan dei Pulp e mi smonta completamente i Belle & Sebastian. Una delle primissime cose che abbiamo fatto insieme, poco tempo dopo, è stato andare al concerto dei Radiohead a Firenze, nel 1997.

Sei uno dei due fondatori di Indie For Bunnies, webzine dedicata alla musica che nel 2015 ha compiuto dieci anni. Credo che la storia di Unplugged In Monti e Church Sessions non possa che partire da qua.
Indie For Bunnies l’ho fondata insieme a un ragazzo di Rimini, Francesco Piersimoni, con cui ho un contatto epistolare da secoli ma che in realtà non ho mai conosciuto di persona. A quei tempi, andavano molto i blog americani con gli mp3 e con Francesco passavamo le ore su questi siti. A un certo punto ci venne spontaneo pensare che fosse una cosa che potevamo fare anche noi, qualche riga su un disco che ci piaceva e poi l’mp3 per ascoltarne un brano. Il nome iniziale era Indie For Dummies e aveva come logo quello dei libri della collana For Dummies – manuali per neofiti in qualsiasi materia – con l’omino con i capelli sparati.

"Per negati"
“Per negati”
Tempo sei mesi e arrivò una lettera di denuncia da uno studio di avvocati di New York, in cui ci dicevano che rappresentavano la società di questa collana, che il nostro sito era molto bello ma che se non cambiavamo il logo e il nome entro un mese sarebbe partita la causa. Nell’arco di un’ora cambiammo il nome in Indie For Bunnies e anche il logo. Tutto sommato, foneticamente erano simili e all’epoca lo vedevamo veramente come un cazzeggio, come il blog di un ragazzino, quindi il nome era appositamente ironico, per prendersi poco sul serio.

Indie For Bunnies come ha contribuito a formarti e a dare l’input per cominciare l’esperienza di Unplugged In Monti?
Indie For Bunnies è partito come blog gestito solo da noi due, poi si sono fatti avanti altri collaboratori e quindi abbiamo iniziato a dargli un’impostazione diversa, più da webzine. Ho sempre pensato che senza questa esperienza non avrei mai cominciato quella di Unplugged In Monti, perché la rete di conoscenze che ho creato grazie al sito – oltre a formarmi dal punto di vista pratico e operativo – mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto conoscere realtà che probabilmente non avrei mai conosciuto, o che avrei scoperto più tardi: cominci a interessarti a cosa c’è dietro a un festival perché conosci chi ci lavora, vedi cosa c’è dietro la realizzazione di un disco.
Indie-For-Bunnies
D’altra parte, iniziare a organizzare concerti è stata anche un’esigenza, dopo dieci anni hai bisogno di stimoli, il lavoro della webzine può diventare ripetitivo, anche perché andando avanti ho avuto sempre di più il ruolo di coordinatore, finendo con lo scrivere davvero poco. Tutt’ora, vedo Unplugged In Monti come un passaggio immediatamente successivo a Indie For Bunnies, tanto che mi piacerebbe vederle come una cosa unica, come l’estensione di uno stesso concetto.

Come un sito che poi si impegna non solo nella musica scritta, ma anche nella musica dal vivo?
Sì, e ti dirò di più: anche di recente mi è capitato di leggere riflessioni in merito al giornalismo musicale su internet, al fatto che troppo spesso si parli delle stesse cose, al fatto che sia omologato. Secondo me, una cosa che manca a webzine anche importanti è fare un passaggio successivo, che vada oltre la pubblicazione di articoli estendendosi anche alla realizzazione di concerti, all’impegno in altri settori. Credo che se certi percorsi non li fa chi ha un buon seguito e una reputazione, è difficile che li possa fare chi parte da zero. È una considerazione personale, però se ci sono siti, anche in Italia, con un numero di visite importanti e costi di mantenimento non altissimi, trovo un’idea valida che questi si impegnino anche in altri settori della divulgazione musicale. Ci si lamenta sempre che c’è poca gente ai concerti, che in alcune città ci sia poca musica live, oppure che alcune webzine siano statiche, che presentano sempre gli stessi articoli e artisti: forse si potrebbero conciliare questi due aspetti, forse ne gioverebbero entrambe le parti. Personalmente, l’esperienza dei concerti mi ha dato di nuovo l’input per concentrarmi su Indie For Bunnies, il coinvolgimento in altre attività musicali diventa quasi naturale. Che poi se ci pensi è quello che ha fatto Pitchfork, partita come webzine e poi passata a fare festival. Ovvio che i budget sono diversi, però la struttura ha senso: hai creato una base di persone che ti segue e poi hai cercato di spostarla in un altro ambito, che è quello degli eventi. Lo trovo interessante come concetto.

Black-Market-Monti
La sala concerti del Black Market (vista dal palco)

Entrando più nello specifico, quando ha cominciato a delinearsi l’idea e la reale fattibilità di una rassegna di concerti?
Il sogno che avevamo si è potuto concretizzare quando Emanuele è diventato uno dei gestori del Black Market, dove c’è una sala che fin da subito ci è sembrata perfetta per quello che avevamo in mente. Lo spunto è arrivato da alcune situazioni in cui ci eravamo trovati nel Nord Europa – Scott Matthew che suona in una sala da tè a Londra, oppure al Way Out West, in Svezia, dove c’è tutta una parte di club in location minuscole e magari ti becchi un live dei Timber Timbre davanti a 40 persone. La sfida è stata applicare alcune regole o concetti che da frequentatori di concerti a Roma sapevamo essere rari, come quella di un orario di inizio adatto a chi lavora durante la settimana. Del resto, quando vado al cinema e pago un biglietto c’è un orario di inizio, un posto a sedere e una sala in cui nessuno fiata: lo faccio al cinema e a teatro, non capisco perché lo stesso metodo non si possa applicare a determinati concerti che si adattano a questa situazione. Le condizioni ottimali che avrei voluto erano proprio queste – un orario di inizio non tardo, silenzio tombale nel rispetto di chi suona e degli altri che ascoltano. Forse per l’età, forse perché non sopportavo più situazioni in cui c’è magari uno come Micah P. Hinson che suona davanti a 400 persone di cui la metà chiacchierano, ho iniziato a stufarmi di alcuni contesti in cui mi ritrovavo a Roma. Il mix di queste cose hanno portato a concepire Unplugged In Monti come è adesso, molto legato all’atmosfera e al tipo di musica che viene proposta.

Quanto ci avete messo a educare il reticente pubblico romano all’orario “svizzero” di Unplugged In Monti?
Premessa: secondo me questo tipo di format è applicabile su un numero ristretto di persone, quando aumentano è praticamente impossibile replicarlo; nel nostro caso, quindi, ci viene incontro il fatto che educarne 50 è più facile che 200. Non c’abbiamo messo tanto perché secondo me non abbiamo fatto altro che rispondere a un’esigenza, con una formula che un po’ di persone desideravano. E poi, fin dall’inizio abbiamo cercato di fidelizzare una nicchia, che abbiamo sempre creduto di avere e a cui ci rivolgiamo. Siamo molto precisi e anche pressanti nelle comunicazioni, specifichiamo l’orario di inizio, il fatto che se si arriva tardi non si vede il live. E questo è stato premiato, le persone vengono in un posto dove sanno come vanno le cose. Si tratta di un modello vincente per determinati generei di musica, il folk e il cantautorato, che magari hanno anche una fascia d’età più alta.

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Quilt live @ Unplugged In Monti

Il fatto di avere in testa un concept piuttosto chiaro e con dei confini precisi è stato un vantaggio o un limite nel creare un rapporto solido e duraturo con il pubblico?
Una delle cose che ci fa più piacere è constatare come nel tempo si sia creata una nicchia di appassionati che si fida di quello che portiamo anche se non lo conosce, come il pusher del negozio di dischi che ti consiglia che album comprare. Spesso viene gente che ha ascoltato solo due canzoni su Youtube postate da noi, rimanendo incuriosita. Credo che uno degli aspetti che può aver determinato la crisi di certi live e location è stato il pensare che bastasse dire, come si faceva anni fa, «Stasera suona questa band, punto». Ora che di band ce ne sono a quintali, serve uno step successivo, serve lavorare un po’ più sull’identità di quello che si propone. Una delle realtà che mi è sempre piaciuta molto da questo punto di vista è stata L-Ektrica. Fin dall’inizio, da quando portavano i Justice all’Akab in tempi in cui non li conosceva quasi nessuno, avevano questo approccio molto peculiare… E non credo sia un caso che dietro ci sia, lo cito di nuovo, una persona con esperienza e passione come Andrea Esu. Forse, anche in modo riflessivo, ho pensato a realtà come quelle, che fin dall’inizio anche quando suonavano in posti piccoli avevano un’identità precisa, sapevi cosa andavi a sentire, la gente che trovavi, ti fidavi del loro gusto musicale. Hanno lavorato sul lungo termine e quando vedo lo Spazio 900 stracolmo per gruppi che magari, in altre serate, non farebbero quei numeri, capisco che tutto torna. Quello che stimo e mi piace è la loro coerenza nell’evoluzione, se pensi a un festival come Spring Attitude è proprio il tipo di atteggiamento che condivido e apprezzo nella divulgazione musicale.

C’è stato un momento di svolta, in cui hai capito che Unplugged In Monti era diventato un appuntamento, un riferimento per un determinato tipo di pubblico?
Devo dire che al Black Market, anche per via della capienza, sin dall’inizio le cose sono andate abbastanza bene: non che già dal primo concerto ci fossero cinquanta persone, ma non eravamo neanche in tre, come temevamo. Il polso di una situazione che stava migliorando l’ho avuto in due occasioni. La prima, in scala ridotta, quando abbiamo cominciato a chiamare gente sconosciuta, che magari avevamo ascoltato su Bandcamp, e c’erano comunque 100 persone che avevano provato a prenotarsi per il concerto (la capienza effettiva è di 50 persone circa, NdR); ad esempio con Steve Folk: un musicista inglese che vive su una barca, a Londra magari suona davanti a 20 persone e a Roma si è trovato davanti a quasi 60 persone. Il passaggio ancora più importante è stato con le Church Sessions, la nostra paura era che dopo tre anni di Unplugged In Monti non andassimo oltre quel format, che magari funzionasse solo perché la capienza era ridotta. Il tentativo di spostarsi in una location più grande e uscire dalla logica dell’aperitivo a Monti è stata un po’ la sfida, superata alla prima Church Session con un sold out in prevendita per Lee Ranaldo – che è pur sempre Lee, certo, ma a Roma aveva suonato con la band pochi mesi prima e da noi veniva in acustico, senza aver ancora mai pubblicato nulla in quella versione. A quel punto ci siamo resi conto che se sceglievamo con attenzione l’artista, avevamo un pubblico che comunque ci seguiva, un buon 40% delle persone veniva da Unplugged In Monti e non credo fossero tutti fan dei Sonic Youth, ma persone che avevano sposato un progetto.

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Neil Halstead: anche lui protagonista di un live memorabile per le Church Sessions dello scorso anno

Passando alle Church Sessions, uno dei punti forti della rassegna è la location, la Chiesa Evangelica Metodista. Come l’avete scelta?
Qui, è giusto sottolinearlo, l’idea arriva grazie a Chorde (rassegna di concerti nata nel 2011, che per prima ha portato concerti “inusuali” nel contesto della Chiesa Evangelica Metodista di Roma, NdR). Come location l’abbiamo scoperta grazie a quella rassegna, ricordo un concerto di The Tallest Man On Earth con la chiesa gremita di persone non sedute ma in piedi. Qui hai la possibilità di vedere un qualcosa che se non è unico poco ci manca, a Roma location così non ci sono. Devo anche aggiungere che Mamo (Giovenco, ideatore della rassegna Chorde e in seguito direttore artistico di varie location e rassegne musicali a Roma, NdR) è sempre stato molto disponibile a consigliarci, cosa che tra persone che organizzano concerti non è per nulla scontata.

Immagino però che una location del genere comporti anche una certa complessità logistica…
Ovviamente. In primo luogo dovuta al fatto che a parte le panche, tutto quello che vedi – dal palco all’impianto – deve essere montato il giorno stesso, perché la chiesa è vuota e, peraltro, tutto quello che porti lo devi prendere a tue spese, mentre in un’altra location queste cose le trovi già. A mio avviso ci sono anche dei limiti legati all’acustica, che non è da concerti con più di una o due chitarre acustiche e una batteria leggera. Questo è un limite, per cui concerti con cinque/sei musicisti sul palco sono più complicati, sia per una questione puramente organizzativa che di sonorità. Più cresce l’ampiezza del suono più è difficile fare qualcosa di adatto alla location.

E come sono i rapporti con i “padroni di casa”?
Se cerchi un po’ su Google, scoprirai che all’estero le chiese protestanti, luterane o metodiste organizzano abitualmente concerti. Ovviamente non di heavy metal, ma sono molto aperti a iniziative private, anche se poi chi in genere si rivolge alla chiesa o ha un coro o un ensemble jazz. Ovviamente bisogna rispettare le loro regole, in particolare legate a limiti di orari, comunque ce ne sono diverse aperte a queste iniziative culturali, ad esempio a Roma – mi dicono – ce n’è anche un’altra in via Nazionale disponibile ad essere affittata per la musica dal vivo. Sono spazi che vanno rispettati, secondo me sono comunque location in cui si devono portare solo alcuni tipi di concerti, magari non troppo rock, altrimenti anche chi viene ad ascoltare non sente il concerto ma le vibrazioni dei vetri delle finestre.

Quali sono i fattori che concorrono alla scelta dei musicisti che ospitate, sia per Unplugged In Monti che per le Church Sessions?
La prima cosa che cerchiamo di fare è legarci al concept alla base di Unplugged in Monti. Io non ascolto solo quel tipo di musica, ma Unplugged In Monti si muove in un’area di interesse tra folk, cantautorato, indie pop e musica acustica, quindi questa già è una traccia per muoverci. All’inizio la scelta era guidata molto dai nostri gusti personali, da quello che ci sarebbe piaciuto sentire. Poi col tempo stringi rapporti con i promoter e magari alcune cose le scopri e apprezzi grazie al fatto che ti vengono proposte. Per le Church Sessions, l’attenzione va al tipo di artista che ci piace ma anche che riesca a fare i numeri della chiesa. La bravura, da parte nostra, è cercare di astrarci dai nostri gusti personali, bilanciare ciò che ci piace con quello che è adatto alla location e può arrivare a fare certi numeri. Da una parte, facendo pochi concerti si tratta di un aspetto che dobbiamo sempre valutare; dall’altra, non avendo la necessità di farne uno dietro l’altro, possiamo prenderci la libertà di stare fermi per un paio di mesi e poi, quando si creano le occasioni, fare qualcosa che ci convince pienamente, magari anche con qualche data ravvicinata, come succederà nei prossimi mesi.

Ci sono altre realtà romane con cui collaborate?
Il Monk in particolare. Non solo avevamo fatto con Raniero (Pizza, oggi direttore artistico del Monk, NdR) dei concerti quando c’era SuperSanto’s a San Lorenzo, ma abbiamo organizzato anche la scorsa estate tre concerti estivi di Unplugged In Monti nel giardino del Monk (Badly Drawn Boy, Ben Seretan e Miles Cooper Seaton, NdR). Collaborazione che spero rinnoveremo.

L’ultimo appuntamento della scorsa edizione è stata una doppia data sold out di Micah P. Hinson. Come è stato lavorare con lui?
Beh, ti parlavo prima di acustica in chiesa e lui, ad esempio, per quei concerti si mise in testa che doveva essere sul palco con un amplificatore e un microfono davanti alla chitarra. Quando apriva la distorsione faceva una caciara… E poi a mio parere rappresenta uno dei casi più particolari che abbiamo in Italia in ambito di musica live: per dire, The Tallest Man on Earth che citavo prima ha un pubblico ampio anche all’estero, mentre Micah P. Hinson ha questo successo clamoroso solo qui. Mi sono reso conto che abbraccia un’enorme quantità di pubblico che in genere non ascolta il folk, un pubblico indie/alternative di persone che non frequentano assiduamente i concerti. Questa cosa non me la sono mai spiegata e, ad esempio, noi non volevamo fare una seconda data, ma la prima andrò sold out così velocemente che lui ci fece capire che voleva farne una seconda. E aveva ragione, perché anche la seconda andò sold out in pochissimo tempo, mesi prima dei concerti.

Organizzare concerti, al Black Market o con le Church Sessions, è un lavoro o un hobby?
Con Unplugged In Monti siamo solo Emanuele ed io, per le Church Sessions siamo in quattro e tutti facciamo altro nella vita: questo è effettivamente un hobby ed è forse uno dei motivi che ci permette di viverla con poche pressioni, perché riusciamo molte volte a fare quello che ci piace in maniera più serena. Certo, con le Church Sessions bisogna farsi bene i conti, in genere cerchiamo di prendere in considerazione artisti che riescano a farci andare in pari con le spese. Ovvio che anche nel caso di un guadagno, i margini sono davvero minimi.

Qual è il peggior imprevisto che ti è accaduto da quando organizzi concerti?
Torno a far riferimento alle due date di Micah P. Hinson. In programma c’era che suonasse l’esordio, Micah P. Hinson and the Gospel of Progress – che portava in tour per il decennale – e poi brani sparsi da altri quattro album, due diversi per ciascuna sera. Lui non si era preparato nulla e, prima del soundcheck, venne da me per sapere cosa dovesse suonare; nonostante io sia piuttosto preciso su queste cose, ricordo di essere andato in confusione rispetto alla suddivisione dei vari album e mi ricordo la scena di noi due, nella chiesa, nel panico totale mentre tentavamo di connetterci a internet, col telefono che non prendeva, per cercare il programma della serata. Una situazione folle da cui non so come siamo riusciti a uscire. Un altro episodio abbastanza surreale risale a una primissima data di Unplugged In Monti, la seconda effettiva ma in realtà la prima che organizzavamo. Si trattava di Darren Hayman, cantante degli Hefner, quindi anche un nostro mito. Tra il pubblico, al concerto di Darren venne Sir Peter Tapsell, un politico del partito conservatore inglese. Fatalità vuole che uno dei pezzi più famosi degli Hefner è The Day That Thatcher Dies, brano che Hefner suona sempre dal vivo e finisce con un ritornello che fa all’infinito “The witch is dead”. Quando, prima del live, abbiamo allertato Hayman che c’era un politico importante del partito conservatore tra il pubblico ricordo esattamente la sua espressione. E il fatto che sbiancò.

E l’imprevisto più divertente?
Quando suonò Lee Ranaldo, per la prima Church Session, dopo il concerto era gasatissimo, lo definì il live migliore dell’intero tour, in termini di suono e atmosfera. Era così preso bene che ci regalò una bottiglia di vino biologico preso il giorno prima a Milano… Ci disse una cosa del tipo «L’ho preso a Milano, è un vino buonissimo», insomma ne parlava strabene e se non ricordo male ne portò diverse bottiglie a casa per lui. L’ho aperto qualche giorno dopo, a cena, ed era terribile, imbevibile. Non ci crederai, e non ci credevo neanche io, ma mi sono trovato costretto a buttare un regalo di Lee Ranaldo.