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Peter Greenaway

di Ilaria Bartolozzi

Intervista a Peter Greenaway
Sono circa 150 i dipinti realizzati da Greenaway tra il 1963, quando era studente a Londra, a quelli fatti lo scorso anno ad Amsterdam. Si sente più un regista, un pittore o un autore multimediale?
Mi piacerebbe essere considerato semplicemente un “creatore di immagini”. Voglio cercare di esprimere le mie idee attraverso tutte le forme del linguaggio visivo. Così, che si tratti di pittura su tela, di luce sulla celluloide, di creare immagini tridimensionali su un palcoscenico o di allestire delle mostre in maniera accademica, il mio desiderio è quello di comunicare tramite immagini. Ho cominciato la mia carriera cercando di fare il pittore, ma non sono convinto di esserci pienamente riuscito e sono diventato famoso come regista di film. Credo, però, che il cinema, se mai è esistito, adesso è veramente morto. Rappresentare le idee sulla tela è sempre una attività viva. Se il primo gesto compiuto da un uomo è stato quello di dipingere, credo che l’ultima immagine che perverrà della nostra civiltà sarà un dipinto. La pittura non morirà mai.
Cosa sta ideando come pittore?
Attualmente sto lavorando ad un progetto ambizioso chiamato semplicemente 92, che è il numero atomico dell’uranio. Si tratta di una collezione di 92 quadri correlata, non letteralmente ma metaforicamente, con questo elemento su cui si basano, nel bene e nel male, la maggior parte degli avvenimenti politici, sociali e culturali del XX secolo, che ho delimitato considerando gli anni dal 1928 al 1989, dalla prima manifestazione di questo elemento, responsabile del fissaggio nucleare, all’anno in cui è stato abbattuto il numero di Berlino che ha posto fine alla Guerra Fredda.
E il progetto multimediale-cinematografico “Tulse Luper Suitcase” che ha presentato al Festival di Venezia sta procedendo?
Alla fine, dopo averne parlato così tanto da perdere ogni credibilità, il progetto finalmente parte: la pre-produzione inizia all’inizio di novembre con il lavoro sul casting. Inizieremo a girare in Colorado alla fine di febbraio, poi in Galles e in Lussemburgo. E’ un progetto molto complesso, con quattro film di due ore, internet, cdrom, dvd, libri, una serie televisiva in 24 episodi… Tulse Luper è un personaggio di finzione che ha elementi autobiografici. Quando ero giovane ero troppo timido per parlare ad un pubblico, così ho inventato Tulse Luper come una sorta di alter-ego per poter esprimere le mie idee. Tutti, credo, da piccoli inventano dei personaggi fittizi, con i quali confidarsi, a cui attribuire colpe. - Ilaria Bartolozzi

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