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Invisible Ecologies: Tevere

L'installazione audiovisiva immersiva di Tommaso Cherubini per Videocittà esplora oltre un secolo di storia ambientale del fiume di Roma

Geschrieben von Giulio Pecci il 2 Juli 2026

Quanti sono i romani che possono dire di avere una reale familiarità con il Tevere? Il fiume di Roma è il secondo dei corsi d’acqua italiani per bacino e il terzo (dopo Po e Adige) per lunghezza e portata. Ma soprattutto è, appunto, il fiume della Capitale: una memoria storica che scorre indietro nel tempo, fino ai fasti dei nostri antenati. Wikipedia si spinge addirittura a definirlo „l’anima di Roma“.

Eppure, con il passare delle ere, il rapporto tra i romani e il Tevere ha iniziato a slabbrasi. Oggi, per la maggior parte di noi, non è altro che un corso d’acqua verdognolo e imponente, incastonato da altissimi muraglioni; perfetto per offrire scorci meravigliosi a milioni di turisti, itinerario da sogno per corsette e giri in bici per i fortunati che vivono sulle sue sponde; luogo in cui si è nati senza averne alcuna memoria per molti, per tutti invece il testimone di un passato condiviso e allo stesso tempo lontanissimo, poco più di un’ombra.

Per Videocittà 2026 l’artista Tommaso Cherubini ha provato a ricucire queste slabbrature. Il suo è un lavoro immersivo: un’installazione nel simbolo post-industriale di Roma, il Gazometro, proprio a pochi passi dal Tevere. Con l’utilizzo delle ultime tecnologie Cherubini ricuce lo scollamento tra passato e presente, provando a donare ai romani una nuova versione intellegibile e sorprendente del nostro fiume. Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare meglio il suo lavoro.

 

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Ci racconti un po' il tuo percorso: come, quando e perché?

Vengo da un background IT: ho studiato Informatica all’Università di Bologna per la triennale, poi Digital Skills for Sustainable Societal Transitions, magistrale interateneo tra Politecnico di Torino e Università di Torino. Un percorso tecnico, da programmatore, da sviluppatore. Mi piace definirmi un informatico che odia l’informatica, o almeno odia il lavoro standard che si associa a questa figura: la programmazione d’ufficio, la routine. Durante la magistrale ho capito che quel background tecnico poteva diventare lo strumento per sfogare una creatività che avevo sempre avuto. Ho scoperto l’arte generativa, TouchDesigner, e mi sono avvicinato all‘AI generativa agli albori, quando l’unico modo per lavorarci erano Stable Diffusion, A1111 e ComfyUI. Sono partito dal mondo della notte: club, serate, visual a Torino.

C’è un momenti preciso in cui ti sei avvicinato alle new media arts e l'intelligenza artificiale?

L’avvicinamento a TouchDesigner e all’AI generativa, con Stable Diffusion, A1111 e ComfyUI, è arrivato nel 2022. La scintilla vera è partita dagli eventi notturni a Torino, una città con una scena di new media art molto attiva. Ho ammirato per anni collettivi come HighFiles, Sintetica e Spime.IM, frequentando quel mondo da spettatore, fino ad avere la fortuna di collaborare con loro su progetti come il visual design del tour di Lazza. La scena torinese è stata uno stimolo fortissimo per immergermi in quel mondo e trovare finalmente un canale per la creatività che avevo sempre avuto, senza ancora gli strumenti giusti per tirarla fuori. Da una parte la curiosità nel vedere grandi artisti e amici lavorare a Torino, dall’altra il mio background informatico, che mi ha permesso di mettere subito le mani in pasta e iniziare a sperimentare senza troppi ostacoli tecnici.

Come si approccia lo studio di un corso d'acqua perenne in chiave artistica? Come ti sei preparato, quanto c'è di studio chimico, biologico, storico, culturale?

Il mio approccio in questo lavoro e in tutti i miei progetti parte dallo studio dei dati a disposizione. Leggo, mi informo sul tema, cerco le cose particolari da raccontare. Il mio lavoro è data-driven, parte tutto dai dati. I dati sono ovunque, tutto può essere raccontato attraverso di essi. Per questo è necessario scegliere, selezionare ciò che ispira di più, ciò che aiuta a raccontare qualcosa di specifico. Per Roma e il Tevere mi sono concentrato su due filoni. Il primo è il rapporto tra la popolazione e il fiume. Il secondo è lo stato di salute del fiume stesso. Fin da subito ho pensato a questo progetto come un regalo ai romani. Passo spesso per Roma a trovare amici, da quando ero piccolo, e ho sempre ammirato il grande attaccamento della popolazione alla città. Ho quindi deciso di raccontare più di un secolo di storia del Tevere, così che i romani possano specchiarsi nella storia del loro fiume, rivivendo e ricordando gli eventi più importanti che Roma e il Tevere hanno condiviso. Il mio interesse per l’ecosistema mi ha portato a raccontare anche lo stato di salute del fiume, attraverso i dati idrologici e di qualità dell’acqua che ho studiato, organizzato, raccolto e trasformato in opera visiva. Questa installazione racconta due cose insieme: la storia recente del Tevere e il percorso del cambiamento della sua salute, le cause di quel cambiamento, l’intervento umano, le costruzioni, le distruzioni.

Un fiume conserva tracce del territorio che attraversa: secondo te quali memorie di Roma emergono dai dati del Tevere?

Studiando i dati e tutto ciò che ne ha provocato l’evoluzione ho scoperto cose che non conoscevo, rivissuto eventi fondamentali per Roma e per la sua popolazione. Ho viaggiato nel tempo: da prima dei muraglioni, quando le rive erano ancora aperte e il fiume faceva parte della vita quotidiana della città, fino ai fiumaroli, i romani che negli anni Cinquanta vivevano il Tevere ogni giorno tra stabilimenti balneari galleggianti, pesca e vita sulle rive. Ho attraversato le grandi alluvioni che hanno segnato la memoria collettiva di Roma e le secche più recenti, oggi diventate quasi la norma. Una delle scoperte che mi ha colpito di più riguarda la Prima Guerra Mondiale. Il conflitto porta le prime industrie belliche nella valle dell’Aniene, l’ultimo grande affluente del Tevere prima di Roma. Stabilimenti metallurgici e chimici iniziano a scaricare reflui non trattati nel fiume: è l’inizio dell’inquinamento industriale del bacino, un inquinamento invisibile, inodore nelle stagioni fredde, letale per la fauna acquatica nelle magre estive. Una guerra combattuta lontano dai confini di Roma lascia comunque un segno diretto e duraturo sul fiume che la attraversa. Anche i muraglioni, costruiti per proteggere Roma dalle inondazioni, portano un effetto collaterale che mi ha colpito: separando fisicamente la città dal fiume rendono invisibili le rive, e gli scarichi abusivi nei tratti nascosti si moltiplicano senza controllo sociale. Proteggere Roma dalle piene rende più facile inquinare il fiume lontano dagli occhi dei romani. C’è poi il 1960, una data spartiacque culturale: le autorità sanitarie rilevano il batterio della leptospirosi nelle acque urbane e i primi avvisi ufficiali sconsigliano la balneazione. Da quel momento un’intera generazione di romani cresce senza mai vivere il Tevere come spazio pubblico.

Quanto il paesaggio urbano romano è entrato nella costruzione dell’opera?

Come detto ho attraversato il paesaggio romano vivendone il passato e il presente attraverso gli eventi più importanti legati al fiume. Ho anche giocato in parte con le forme e le architetture che circondano il Tevere, portandole dentro il sistema visivo dell’opera. C’è poi un elemento centrale: l’opera sarà esposta al Gazometro di Roma un luogo incredibile di archeologia industriale. Mostrare un’opera sul fiume in un ex impianto industriale romano crea un dialogo tra due strati della storia urbana della città.

Quali sono le "ecologie invisibili" del Tevere che ti hanno colpito di più durante la ricerca?

Sono un grande appassionato di organismi, microorganismi, funghi, piante. Per questa opera ho deciso di rappresentare e raccontare alcuni tra gli organismi più importanti per la vita del fiume e per il suo ecosistema. Se la prima parte dell’opera è un racconto cronologico della vita del fiume e dei romani, la seconda parte è dedicata agli organismi viventi fondamentali per l’ecosistema fluviale. Ho deciso di metterli in luce, rappresentarli con il mio stile visivo e raccontarne le caratteristiche, dal fitoplancton alla Vorticella, passando per le efimere, organismi piccolissimi ma essenziali per leggere la salute reale del fiume.

Se non ho capito male questo progetto nasce su un altro fiume dalla memoria storica incredibile, l'Arno. Quali sono state le differenze e le similitudini del lavorare sui due fiumi?

Sì, Invisible Ecologies nasce a Firenze, un progetto realizzato con Forma Edizioni, che ci ha fatto vincere il premio PerChiCrea di SIAE e Ministero della Cultura. Dopo l’esposizione al Bright Festival 2026, insieme a VIDEOCITTÀ abbiamo deciso di realizzare una nuova versione del progetto, dedicata al Tevere. Il lavoro parte dalle stesse basi: dati scientifici, l’ecosistema fluviale con i suoi organismi, la volontà di superare la visione antropocentrica che riduce il fiume a uno strumento da sfruttare. Il fiume è un ecosistema vivente, molto più antico di noi, e questo resta il nucleo concettuale di entrambi i progetti. Nonostante queste basi comuni, i due lavori sono molto diversi. A Firenze ad esempio ho dato grande importanza all’alluvione del 1966, un evento che ha sconvolto la popolazione fiorentina e meritava di essere raccontato attraverso i dati. Per Roma, come ho già detto, ho viaggiato nel tempo e ho cercato di raccontare un secolo intero di storia del fiume.