10 anni di Electric Campifre

Il prossimo 8 settembre ci sarà la decima edizione dell'Electric Campifre e sarà anche l'ultima. O forse no. Abbiamo tracciato un bilancio di questo evento e del percorso di Villa Massimo in queste due interviste con il suo direttore, Joachim Blüher, e con Carsten Nicolai, in arte Alva Noto.

© Alberto Novelli
venerdì 1 settembre 2017
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In dieci anni abbiamo imparato a conoscerlo, apprezzarlo e anche ad aspettarlo con una certa trepidazione, dovuta soprattutto all’esaurimento posti sempre più veloce. Ci ha fatto (ri)scoprire un’istituzione bella e di valore come l’Accademia Tedesca di Villa Massimo e ci ha fatto interessare anche alle sue altre attività, meno legate al mondo dell’elettronica. L’Electric Campfire, showcase dell’etichetta Raster-Noton – da poche settimane divisa in raster–media e NOTON – è stato un unicum che Roma ha potuto mettersi all’occhiello. La sua decima edizione sarà anche l’ultima con la forma fino’ora conosciuta. Un mutamento che deriva da un cambio di rotta generale di tutte le attività di Villa Massimo. Ne abbiamo parlato e tracciato un bilancio direttamente con le due menti dietro il Campfire: il direttore dell’Accademia, Joachim Blüher, e Carsten Nicolai, in arte Alva Noto, fondatore della Raster-Noton.

Il Campfire del 2016 a Villa Massimo. Foto di Alberto Novelli
Il Campfire del 2016 a Villa Massimo. Foto di Alberto Novelli

 

JOACHIM BLÜHER

ZERO: Siamo arrivati a un momento di cambiamento Direttore, purtroppo questa sarà l’ultima edizione dell’Electric Campfire che abbiamo conosciuto e apprezzato in questi anni.
Joachim Blüher: “Purtroppo” è una parola che mi piace, perché vuol dire che il Campfire è stato un evento che è stato apprezzato. Quando arrivai a Villa Massimo come direttore, mi accorsi in fretta che c’erano veramente poche attività e che l’opinione sulla Germania non era molto alta, per cui lo sforzo, il mio sforzo, per aumentare l’interesse degli italiani per la cultura tedesca e la Germania doveva essere maggiore. Io conosco il nostro Paese, le sue bellezze e le bellezze della sua cultura, ma qui tutto questo non veniva percepito, per cui ero fortemente spinto a cercare il plauso degli italiani. Non volevo offrire la Germania come fosse “birra acida”, come si dice da noi, piuttosto volevo che la Germania mi venisse strappata dalle mani. Da questo punto di vista il Campfire ha assolutamente funzionato, come dimostra la prenotazione on line per partecipare che si esaurisce in pochi minuti, tant’è che abbiamo usato la stessa formula anche per la nostra festa dell’estate.

La festa dell'estate 2017 a Villa Massimo. Foto di Alberto Novelli.
La festa dell’estate 2017 a Villa Massimo. Foto di Alberto Novelli.

Prima di diventare direttore di Villa Massimo sono stato commerciante d’arte, per cui so perfettamente che chi compra la merce deve essere veramente interessato all’inizio e soddisfatto alla fine dell’acquisto. Con Villa Massimo penso di esserci riuscito. Dopo dieci anni, però, il contenuto, la formula con cui abbiamo dato vita alle nostre attività si è consumata. Allo stesso tempo, anche altri hanno preso spunto da quello che abbiamo fatto qui, per cui, se vuoi essere quello che sta più avanti, devi muoverti, devi cambiare. Come se Villa Massimo fosse un albergo che funziona sempre bene, ma in cui, a un certo punto, si sente l’esigenza di rinnovare tutte le stanze.

Parliamo di questo cambiamento allora.
Il nostro è stato un percorso. L’anno scorso, a causa dei lavori di ristrutturazione, abbiamo spostato l’inizio dell’anno accademico da febbraio a settembre e questo ha cambiato molte cose. Siamo arrivati a Natale senza un evento, evento che invece tutti aspettavano, come la lettura sull’Aventino, la festa di addio dei borsisti o il concerto all’Auditorium. Ho mandato una lettera per scusarmi, dicendo che questi eventi sarebbero stati spostati a maggio. Poi lo staff ha inventato qualcosa senza di me: gli incontri negli atelier, in cui si invita un curatore italiano a presentarsi con e insieme ai nostri borsisti. Abbiamo fatto questa cosa tre volte e il pubblico è passato subito da una cinquantina di interessati a oltre 100 persone. In quel momento ho capito che dovevamo ridiventare piccoli. Il nuovo motto di Villa Massimo è: essere piccoli. Non dobbiamo più dimostrare che possiamo attirare grandi numeri. Ho avuto un’ulteriore conferma della necessità di questo cambiamento il giorno del nostro tradizionale grande concerto all’Auditorium. L’ho capito, pensi, nel momento in cui ero sotto la doccia. Pensavo a cosa avrei detto nel discorso che normalmente precede il concerto e non mi veniva in mente nulla. Era un segnale chiaro. Quella sera allora ho fatto un discorso molto diverso: ho detto che l’arte deve essere festeggiata e ho raccontato il perché del nuovo motto di Villa Massimo. L’arte non ha mai avuto bisogno di un grande pubblico, solo recentemente si pensa che l’arte debba fare gli stessi numeri di uno sport come il calcio. Dopo il discorso qualcuno è venuto a dirmi che era dispiaciuto che avessero tagliato i fondi, io ho risposto che nessuno aveva tagliato niente: la decisione di ritornare a essere piccoli è una scelta libera e volontaria. Questo nuovo corso lo abbiamo sperimentato già con la festa dell’estate lo scorso giugno, con un numero ridotto a un terzo del normale. Abbiamo respirato: è stata una bella festa, con una bella atmosfera che era andata un po’ persa. L’atmosfera, la poesia, non si possono misurare con i numeri. Insomma, la grande nave di Villa Massimo diventerà piccola, vale a dire più agile, più governabile, con la possibilità di fare eventi più mirati, per un pubblico interessato.

Il Concerto di Villa Massimo all'Auditorium. Foto di Alberto Novelli.
Il Concerto di Villa Massimo all’Auditorium. Foto di Alberto Novelli.

Le dimensioni ridotte porteranno una modifica ai contenuti che proporrete quindi?
Sì, ma la qualità, ovviamente, rimarrà la stessa. Per esempio, il Campfire sarà legato a una delle nostre borse di studio delle arti pratiche. Noi abbiamo nove borse di studio di un anno e cinque borse di studio di due mesi – cosa abbastanza unica – attraverso cui invitiamo artigiani, persone che lavorano al lato pratico dell’arte. Se gli artisti hanno bisogno di tecnici per realizzare le proprie opere, allora è giusto che anche loro vengano, perché sono una parte fondamentale del processo artistico. La musica elettronica ormai fa parte del mondo accademico e a livelli molto alti, come abbiamo scoperto lo scorso anno quando, il giorno prima del Campfire aperto al pubblico, abbiamo fatto una giornata di studio dedicata ai soli addetti ai lavori. La cosa che ci interessa dell’arte elettronica – che poi è l’idea alla base di tutto ciò che succede in questa Accademia – è di essere presenti nel momento in cui qualcosa nasce: io non voglio che Villa Massimo ripeta le cose, a Villa Massimo le cose devono nascere. Per cui abbiamo deciso di chiamare un professionista legato alla musica elettronica proposto da Carsten e da un’altra persona come borsista delle arti pratiche – che avrebbe già accettato, ma di cui non posso rivelare l’identità. Di conseguenza ci sarà un concerto, ma sarà più simile a un concerto segreto, una cosa molto più ridotta insomma: musica contemporanea scritta e prodotta nelle settimane precedenti, qui, a Villa Massimo. Sarà qualcosa che nasce e la nascita è una cosa piccola, ma molto emozionante.

Gli atelier degli artisti in mostra. Foto di Alberto Novelli.
Gli atelier degli artisti in mostra. Foto di Alberto Novelli.

Immagino che il Campfire sia stato uno degli eventi che più ha contribuito a forgiare Villa Massimo in questi ultimi dieci anni.
Sì. Il Campfire ci ha aiutato tantissimo nel nostro standing a Roma. E pensare che è cominciato tutto in maniera veramente buffa.

Parliamone allora.
Più che dialogo, all’inizio con Carsten c’è stato quasi un litigio. Lui viveva qui con tanta distanza, e io pure. Un giorno abbiamo iniziato a parlare del Campfire, della possibilità di fare un festival che lui già faceva nella Germania dell’Est, a Chemnitz. Lo facemmo e andò bene. Mi ricordo che doveva iniziare alle 20:00. Alle 21:00 chiesi se eravamo finalmente pronti per cominciare e qualcuno mi disse che i concerti erano partiti già da un ora. Non ci avevo capito molto… Due settimane dopo Carsten venne da me e mi disse qualcosa di questo tipo: «Sa direttore, una cosa che mi secca è che sì, facciamo delle belle cose qui a Villa Massimo, ma alla fine devo sempre pagare io!». Dopo questa discussione, anche accesa, realizzò un’opera per un altro evento sempre qui all’Accademia: tutti gli atelier erano occupati dai lavori degli artisti, lui prese un angolo di 15 centimetri in cui mise solo dei dadi da gioco. Io gli chiesi: «Dov’è il lavoro?», lui: «È qui». Ho riso, mi era piaciuto davvero quel lavoro e quella risposta era una sfida, una provocazione, come a dire che la vita è una scommessa. Gli artisti sono così. Poi tra di noi si è consolidata una stima reciproca, tant’è che ormai da qualche edizione mi prende sempre in giro mettendo un pezzo di James Brown alla fine del Campfire. Io da giovane sono stato dj e batterista, vengo da Magonza che è sull’altro lato del Reno rispetto a Wiesbaden dove c’è il più grande quartier generale di forze militari statunitensi in Germania. Quindi le nostre discoteche erano piene di americani e afroamericani che ballavano in una maniera incredibile, assolutamente erotica. Sono stato molto influenzato da James Brown, Marvin Gaye etc. Così, a mezzanotte, prima di staccare la spina, diverse volte Carsten ha chiuso il suo dj set con Sex Machine di James Brown.

Momenti di festa durante il dj set finale del Campfire. Foto di Alberto Novelli.
Momenti di festa durante il dj set finale del Campfire. Foto di Alberto Novelli.

A proposito di Germania, Carsten Le ha mai parlato di Chemnitz, della sua Germania dell’Est?
No, non ne abbiamo mai parlato a dir la verità. C’è da dire che lui chiama sempre Chemnitz, la sua città natale, con il nome che veniva usato nella DDR, Karl-Marx-Stadt, per far capire la sua provenienza. Io conoscevo un po’ la scena artistica della Germania dell’Est, già a partire dagli anni ‘70 e ’80. Me ne parlavano soprattutto A.R. Penck e i suoi amici musicisti: tutti lì cercavano una propria posizione artistica, ma anche un po’ di piacere, di divertimento all’interno di quello che fondamentalmente era uno Stato di cemento.

Come ha reagito Carsten quando gli avete parlato del nuovo corso che avreste voluto intraprendere?
Quando lo abbiamo chiamato per spiegargli cosa volevamo fare ha subito capito e lo ha subito sposato.

Un ultima domanda che è anche un’occasione per un bilancio: com’è cambiata Villa Massimo in questi dieci anni?
È cambiata molto: è cresciuta con questi eventi e le necessità che questi eventi hanno portato con sé. Siamo un organizzazione professionale. Ma la cosa più importante, che mi rende più orgoglioso, è che tutti quelli che lavorano qui dentro ormai possono camminare con le proprie gambe. Quando lavoravo alla Galerie Michael Werner, Michael Werner in persona mi spiegava e ripeteva che c’era una piramide: la galleria era ovunque in quella piramide, ma la punta è l’artista. Tutti in galleria devono fare il possibile affinché quella punta nasca. È una cosa che non ho mai scordato ed è il principio che applichiamo anche a Villa Massimo: la nostra punta, i nostri artisti sono i borsisti, noi facciamo quello che serve loro. Siamo come un fiore, una pianta, ogni punto è in grado di crescere e di prendere una propria forma. Recentemente un’istituzione in Germania mi ha chiesto come facciamo a fare con così poche persone quello che loro fanno con tante persone in più. Ogni volta che me lo chiedono, sono veramente felice perché vuol dire che abbiamo fatto un buon lavoro. Alla base di tutto per me c’è l’educazione che danno i genitori, poi il carattere e infine il temperamento. Le persone che lavorano qui hanno imparato da me un certo atteggiamento professionale che io, a mia volta, ho imparato appena finito il dottorato di ricerca. I quattro anni più duri della mia vita sono stati quelli trascorsi nella Galerie Michael Werner: tornavo spesso a casa con forti mal di pancia e dicevo che volevo smettere. Mi sentivo spesso umiliato, non capivo il duro mondo degli artisti della galleria, volevo andarmene, ma i miei amici mi dicevano di restare e di trasformare il negativo in qualcosa di positivo. Anche lavorare con me non è sempre stato facile, ma oggi abbiamo un’Accademia che non è solo la mia, ma anche quella delle mie collaboratrici: abbiamo quattro, cinque Ville Massimo e riusciamo ad andare tutti nella stessa direzione.

Villa Massimo. Foto di Alberto Novelli.
Villa Massimo. Foto di Alberto Novelli.

 

CARSTEN NICOLAI

ZERO: Iniziamo dal principio. Quando e come è nato l’Electric Campfire.
Carsten Nicolai: è nato circa 13 anni fa, come meeting, molto informale, di tutti gli artisti dell’etichetta raster- noton. La prima edizione si è tenuta a Chemnitz – il quartier generale dell’etichetta – in una specie di fattoria e in un club chiamato Voxxx. Con la mia residenza da borsista a Villa Massimo ho deciso di spostare l’Electric Campfire a Roma e nel 2007 c’è stata la nuova prima edizione. L’idea di base era quella di riunire tutti gli artisti della raster-noton e creare per un week end una situazione e un atmosfera familiare in cui ritrovarsi. Una notte del week-end è sempre stata pubblica per permettere di assistere alle esibizioni live. Nel tempo per tutti noi questo appuntamento è diventato una tradizione, un’occasione molto importante e speciale per rivedersi, oltretutto in un posto così bello come Villa Massimo.

Joachim Blüher, il direttore di Villa Massimo, ci ha raccontato che vi ritrovate spesso a parlare di questo evento.
Sì, le nostre conversazioni spesso vertono sulla bellezza dell’atmosfera che si crea durante i due giorni del Campfire. Il venerdì è sempre stata la giornata aperta al pubblico: il primo anno ci furono circa trecento persone con un grandissimo feedback da parte di tutti, siamo stati travolti dalla curiosità e dai commenti positivi sull’evento. Con nostra grande sorpresa il pubblico è addirittura aumentato negli anni, a testimonianza del grande interesse che c’è a Roma per la musica elettronica.

Carsten Nicolai (aka Alva Noto) al Campfire 2016. Foto di Alberto Novelli.
Carsten Nicolai (aka Alva Noto) al Campfire 2016. Foto di Alberto Novelli.

C’è un’edizione che ricordi particolarmente?
Be’, sono state tutte fantastiche e di ognuna ho ricordi meravigliosi. Un’edizione importante è stata quella in cui abbiamo utilizzato un palco più grande messo al centro del giardino della Villa: lì abbiamo capito tutti che questo tipo di evento ha bisogno di intimità per scatenare la sua magia. In ogni caso, sono state tutte edizioni bellissime, è davvero difficile sceglierne una.

Di chi è stata la decisione di mettere il palco in quella porzione così particolare e piccola del giardino?
Ho vissuto circa un anno a Villa Massimo e in questo periodo sono sempre stato alla ricerca di un luogo perfetto per godere di un’esperienza audio e video. Nelle prime edizioni poi il numero di partecipanti era ridotto quindi l’atrio del giardino era perfetto. Ora che le persone sono aumentate può sembrare uno spazio troppo piccolo, ma l’atmosfera e l’energia che si creano lì dentro sono insostituibili.

Ricordi gli artisti invitati per la prima edizione?
Certo, me li ricordo bene! Ryoji Ikeda, William Basinski, Senking, Nibo, Kangding Ray poi i fondatori della label Byetone, Frank Bretschneider, i membri dello staff e altri amici ancora…

Byetone. Foto di Alberto Novelli.
Byetone. Foto di Alberto Novelli.

Il Campfire era stato immaginato per durare 10 anni? A pensarci, non sono affatto pochi.
Be’, effettivamente siamo tutti sorpresi dal fatto che sia durato per così tanto tempo. Ci sono diversi motivi che ci hanno portato a decidere che questa del 2017 sarà l’ultima edizione, per quel che ci riguarda in particolare, il motivo principale è legato alla decisione di dividerci e ritornare alle due label originarie, la Raster e la Noton. 20 anni assieme sono stati tanti e abbiamo tutti sentito la necessità di cambiare per aprirci a prospettive diverse.

C’è una tua performance preferita tra tutte quelle a cui hai assistito in queste 10 edizioni?
Sono state tantissime, è difficile scegliere. Ricordo la prima volta degli Emptyset, di Dasha Rush, Ornament & Verbrechen, Kyoka… Davvero tante.

Diresti che il Campfire è stato qualcosa di unico, che non si verificherà mai più?
Non bisogna mai dire mai! In ogni caso, penso anche che sia giusto cambiare e aprirsi alle cose nuove.

Quale sarà l’eredità del Campfire?
Penso che in un modo o nell’altro manterremo la tradizione. Il prossimo anno stiamo programmando un format assieme a Villa Massimo e altri partner, sarà una sorta di continuazione del Campfire.

Quindi ti rivedremo anche nel 2018?

Certamente! Venire a Roma è un piacere incredibile per me.

Alva Noto e il pubblico del Campfire. Foto di Alberto Novelli.
Alva Noto e il pubblico del Campfire. Foto di Alberto Novelli.
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