Sporco Impossibile

Nel 2006 nasceva Sporco Impossibile, agenzia di comunicazione con base a Roma che in 10 anni si è occupata di ideare e divulgare alcuni dei progetti più interessanti legati alla musica alternativa della città: ne abbiamo ripercorso la storia.

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Sporco Impossibile
giovedì 15 dicembre 2016
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Lo sappiamo (quasi) tutti: le parole sono importanti. Così tanto che, dieci anni fa, quello che poteva sembrare solo un acuto gioco di parole ha preso rapidamente le sembianze di una strategia comunicativa con un’identità ben precisa, spesso ironica e creativa, sempre fatta “dal basso” e, visti i tempi che corrono, inaspettatamente duratura. Chi vive a Roma e si interessa di musica “alternativa” forse avrà visto almeno una volta quel logo, sicuramente avrà intercettato qualche concerto, progetto, band o intuizione “contaminata” dalla comunicazione di Sporco Impossibile. L’anno di nascita è il 2006 e basterà qualche nome per accendervi più di una lampadina: il Circolo degli Artisti e le serate dedicate alle band italiane più o meno emergenti, la web tv Soluzioni Semplici con i suoi live e le sue interviste in location inusuali, le domeniche del “vieni con chi vuoi, porta da bere o da mangiare” di Prodezze Fuori Area fatte di “concerti intimi” legati a un immaginario calcistico di culto, la comunicazione non convenzionale per le strade del Pigneto (o fuori dai concerti all’Eur) e la più recente sinergia con Bomba Dischi e i suoi fenomeni pop non esattamente trascurabili. Dopo vari cambi di formazione, oggi la squadra è composta da Alessandro Ricci, Emmanuele Di Giamberardino e Christian Briziobello, noto ai più come Brizio. A partire da una réclame anni 80 fino ai sold out di Calcutta, ci siamo fatti raccontare la storia di Sporco Impossibile e la loro visione sul fare comunicazione musicale oggi: mettetevi comodi, ché di cose da raccontare ne hanno un bel po’.

ZERO: Partiamo con quel genere di domanda che non si deve mai fare alle band, ma che in questo caso è parte integrante di un approccio e di un metodo: da dove arriva il nome Sporco Impossibile e perché avete scelto questo nome?
ALESSANDRO RICCI: Il nome viene fuori da una suggestione legata alla società dei consumi. L’espressione si rifà a una pubblicità degli anni 80 – in cui Franco Cerri, uno dei chitarristi jazz italiani più apprezzati di sempre, diventa “l’uomo in ammollo” – a sua volta ripresa dalla canzone dei CCCP Sono come tu mi vuoi. È un’espressione materica che si presta a più interpretazioni e proietta su di sé molteplici significati. “Sporco Impossibile” come qualcosa di difficile da cancellare, come destinato a restare ma anche come imperfezione che arricchisce. Una volta scelto il nome, fra di noi si scherzava dicendo che Sporco Impossibile sarebbe stato una miniera d’oro… di significati.

Quando nasce Sporco Impossibile e quale era la sua ragion d’essere iniziale?
AR: Sporco Impossibile nasce nell’estate del 2006. Il gruppo si costituisce come associazione culturale a seguito di un master in “Management, comunicazione e marketing della musica”. Un’occasione – il master – per approfondire e avviare una discussione tra di noi sui concetti di produzione culturale, discografia, diritto d’autore, promozione musicale, organizzazione di eventi dal vivo. Un’occasione che a nessuno di noi ha dato lavoro, ma che ci ha permesso di strutturarci per crearlo.

Chi faceva parte del nucleo iniziale e con quali compiti?
sporco-impossibile
AR: Il gruppo era inizialmente composto da nove persone intraprendenti e appassionate di musica. Oltre al sottoscritto c’erano Emmanuele Di Giamberardino, Enrico Calligari, Simona Pastorelli, Simone Marengo, Lorenzo Monachesi, Roberto Calabrò, Mirco Ceci e Alfredo Pulvirenti. Il gruppo si è via via assottigliato ma in corsa sono subentrati altri elementi fondamentali come Daniele Babbo, ovvero Dandaddy, e Brizio. Ancor prima dei compiti da assegnare a ognuno, ci siamo spesi in lunghe e coinvolgenti discussioni – chiamali, se vuoi, brainstorming – sul terrazzo condominiale di Simone in Via della Madonna dei Monti. Il tutto inframmezzato dalla visione collettiva dei Mondiali di calcio in Germania. Non guardavamo solo l’Italia, eh… Abbiamo iniziato organizzando serate al Circolo degli Artisti, di fatto il primo format targato Sporco Impossibile. Noi la chiamavamo “Struttura permanente di management temporaneo”, che stava a significare abbracciare la causa di talenti musicali emergenti a Roma e su tutto il territorio nazionale. Con l’aiuto di Myspace selezionavamo le band e condividevamo con loro un percorso di tre mesi in cui coprivamo tutte le fasi: comunicazione sul web, ufficio stampa, produzione discografica, video promo e infine l’evento live al Circolo. Realizzavamo campagne di comunicazione virali, guerrilla per strada, lasciando tracce promozionali che portassero ai gruppi e alla serata. La sera dei concerti distribuivamo piccole produzioni discografiche sotto forma di compilation gratuite per tutti. Ai primi avventori toccavano quelle speciali con funambolici packaging da conservare e collezionare. Fu un periodo molto divertente, rigorosamente low budget, in cui entrammo in contatto con diversi musicisti oggi affermati come Le Luci della Centrale Elettrica, Dente, Bud Spencer Blues Explosion, Bugo, The Niro, Albanopower (poi Colapesce), Masoko. Collaborammo con tanti progetti musicali interessanti come Amycanbe, Lasertag, Fitness Forever, Fake P, Bugo, EildentroeilfuoriilBox84, per dirne alcuni. Per diversi di loro furono i primi live a Roma in assoluto. All’epoca inviavo all’impazzata comunicati di questi gruppi assolutamente sconosciuti e nessuno mi si filava.

Bugo disegnato dalla matita di Alessandro Baronciani nel primo pieghevole mensile a tema
Bugo disegnato dalla matita di Alessandro Baronciani nel primo pieghevole mensile a tema “artisti passati al Circolo degli Artisti”

Che cos’è oggi Sporco Impossibile e di cosa vi occupate?
AR: Nel tempo abbiamo progressivamente abbandonato l’organizzazione delle serate e ci siamo concentrati sempre più sul lavoro di comunicazione. A questo punto la questione si fa più articolata essenzialmente per il modo che abbiamo di intendere la comunicazione, non suddivisa in compartimenti ma con un approccio omnicomprensivo, a 360 gradi. Ad esempio, per riuscire a lavorare bene su un progetto discografico, è necessario avere una visione complessiva, ancor meglio avere la possibilità di maneggiare tutte le fasi della realizzazione.
La definizione dell’immagine di copertina di un disco, la redazione di un comunicato stampa, la realizzazione di un videoclip di lancio, le foto promozionali di un musicista, la promozione di un tour, la produzione del merchandising, sono tutte parti di uno stesso ingranaggio che deve muoversi in maniera coerente e coordinata. Più riusciamo ad avere il possesso di tutte questi aspetti, meglio riusciamo a sviluppare un progetto. Diciamo che ci piace mettere bocca praticamente su tutto.

Belli e impossibili (ca. 2010)
Belli e impossibili (ca. 2010)

C’è stato un passaggio importante, una trasformazione/evoluzione, e se sì come è avvenuta?
AR: Un passaggio chiave è stato iniziare a lavorare per il Circolo degli Artisti. Dall’organizzazione delle serate, Raniero Pizza ci ha proposto di cominciare ad occuparci della comunicazione e della promozione del Circolo stesso. È stata in quell’occasione che sono entrato in contatto con Brizio che si occupava dell’ufficio stampa del Circolo, mentre Emma ed io seguivamo gli aspetti legati alla comunicazione visiva e ai nascenti social network. In quegli anni fu molto divertente e importante riuscire ad entrare in contatto con tanti nuovi grafici e fotografi da coinvolgere nella traduzione di visioni: questo ci ha permesso di sperimentare stili comunicativi differenti e arricchire gli immaginari.

Più riusciamo ad avere il possesso di tutte questi aspetti, meglio riusciamo a sviluppare un progetto. Diciamo che ci piace mettere bocca praticamente su tutto.

Chi fa parte oggi di Sporco Impossibile e con che ruoli?
AR: Il cerchio, come spesso accade, si è ristretto e oggi siamo rimasti in tre con ruoli complementari.

Presentatevi: quando e dove siete nati, come avete cominciato ad appassionarvi di musica e qual è stato il primo e l’ultimo disco che avete comprato?
AR: Sono calabrese, anzi cosentino da 36 anni. Ho cominciato ad appassionarmi alla musica essenzialmente ascoltandola dai dischi che diffondevano in casa i miei fratelli più grandi. Su tutti The Cure, The Clash, Talking Heads. A Cosenza c’era un negozietto che noleggiava – più o meno legalmente – compact disc che io copiavo su musicassette. Senza scrivere troppo sulle custodie, la cosa fondamentale era trascrivere i titoli delle canzoni. Se intendi dischi fisici – oddio, vado a memoria – forse il primo è stato Vitalogy dei Pearl Jam su cassetta; l’ultimo, non molto tempo fa in autogrill, una compilation “Tutto in 3 CD” sul beat italiano.

BRIZIO: Sono nato a Rieti nel 1978, a luglio. Ho cominciato ad ascoltare musica grazie a uno dei fratelli di mia madre, che era l’unico stimolante in famiglia da questo punto di vista. Stava vivendo un’adolescenza “alternativa”, diciamo, e avendo solo cinque anni più di me è stato un punto di riferimento in quella fase della mia vita. Le prime sollecitazioni furono in realtà visive più che musicali; quando andavo a pranzo o a cena dai nonni mi chiudevo nella sua cameretta a sfogliare i vinili che aveva – tra cui c’era nascosto anche un Le Ore che col tempo ho imparato a memoria: principalmente dischi metal, punk o dark, sottoculture che avevano un forte appeal. Tutte cose comunque con un’iconografia molto forte, da guardare o ascoltare quasi di nascosto, e verso cui provavo un misto di attrazione e repulsione. Mi ricordo questa copertina dei Christian Death in cui c’era un Gesù Cristo che si fa una pera, una roba violentissima per un ragazzino delle medie che quasi andava ancora a catechismo. Comunque tutto è partito da qui, però non so dire con esattezza perché poi sono finito con l’ascoltare certa musica invece di altra, questo rimane un mistero. Un po’ come quando ti innamori di qualcuno, non riesci mai a spiegarlo fino in fondo in maniera che ti soddisfi pienamente e che non risulti troppo razionale. Il primo disco che ho comprato è stato il Black Album dei Metallica in cassetta, l’ultimo una ristampa in vinile di Breakfast Club degli Eversor. Ma la mia vita di ascoltatore bulimico è legata alla masterizzazione e al download selvaggio, altrimenti avrei ascoltato nemmeno un quarto dei dischi a cui le mie orecchie sono potute giungere.

EMMANUELE DI GIAMBERARDINO: Sono nato nel 1978 a Roma. Mia madre e mio padre suonavano entrambi, piano e chitarra rispettivamente, e gli strumenti musicali a casa non sono mai mancati. Ho tanti ricordi legati alla musica, ma quello che mi viene per primo in mente e dove credo sia tutto iniziato è quando nella metà degli anni 80 con i miei fratelli tornavamo di corsa a casa il sabato per ascoltare la classifica settimanale dei dischi più venduti, registrare su musicassetta i singoli che ci piacevano di più ed avere poi alla fine quella inossidabile conferma: The Final Countdown degli Europe sempre al primo posto. E noi a festeggiare… Non so quanto durarono primi in classifica, ma quando furono scalzati dall’ennesima hit di Michael Jackson o di Madonna fu un giorno molto triste per me. Credo che il primo disco che ho comprato fosse proprio una raccolta di hit di Radio Deejay in vinile insieme a un disco di Adriano Celentano. L’ultimo, Skeleton Tree di Nick Cave & The Bad Seeds.

Per i non romani, Alessandro e Brizio: quando siete arrivati a Roma che impressione vi ha fatto?
AR: Mi sono subito innamorato della città, altrimenti sarebbe stato impossibile viverci, ma diciamo che ho iniziato a scoprirla davvero solo dopo essermi laureato. Negli anni dell’università, qui a Roma, in realtà ero molto più concentrato sugli Ultrà Cosenza, poi ho deciso di dare seguito alla mia passione per la musica cercando di farne un lavoro. Devo dire che in questa città, dove sono sempre rimasto, ho trovato le persone e le situazioni giuste per farlo. La mia base oggi è qui, ma la passione per le trasferte – anche se questa volta di lavoro – è rimasta intatta.
B: Sono arrivato in città sul finire degli anni 90, ufficialmente per iscrivermi alla facoltà di Sociologia della Sapienza, in realtà per cercare di dare una svolta alla mia vita e soprattutto procrastinare il più possibile la partenza per il militare/servizio civile. Ci venivo già alle superiori, quando facevamo sega a scuola e per concerti in posti occupati con gli amici più grandi, ma l’idea di viverci mi spaventava ed eccitava contemporaneamente. Avevo letto questo libro uscito per DeriveApprodi, Storie Di Assalti Frontali, di Militant A, ed ero carichissimo all’idea di poter fare finalmente politica attiva “seria”. Ovviamente la realtà che mi aspettava era molto diversa, e non è accaduto nulla di tutto quello che immaginavo… Ero molto timido e incapace di inserirmi in qualsivoglia contesto, frequentavo pochissimo l’università, non avevo mai una lira, ho trovato il giro extraparlamentare che tanto avevo anelato che stava già in parte esaurendo la sua spinta propulsiva e si andava via via “normalizzando”: una piccola tragedia personale, insomma. I primi anni sono stati molto complicati: nonostante ne fossi irrimediabilmente innamorato, Roma mi rifiutava… Poi per fortuna, col tempo, sono riuscito ad aprire una breccia nel suo cuore ed eccoci qua. Al netto dei suoi evidenti limiti è una città incredibile, che non cambierei mai e poi mai, ma è anche un luogo a suo modo spietato. E se sei in difficoltà può finire con lo stritolarti.

"Ciclo Delicati" – promozione per l'evento musicale realizzato nel novembre 2007 al Mattatoio di Testaccio  all’interno del Festival Enzimi. Con: Amycanbe, The Niro e Fake P
“Ciclo Delicati” – promozione per l’evento musicale realizzato nel novembre 2007 al Mattatoio di Testaccio all’interno del Festival Enzimi. Con: Amycanbe, The Niro e Fake P

Ci sono stati dei luoghi, delle persone o delle esperienze a Roma che sono state di riferimento per voi o che sono state importanti rispetto a quello che fate oggi?
AR: In generale mi sono sentito attratto dai posti in cui andare a sentire i concerti, anche perché arrivavo da una realtà in cui la carenza di musica dal vivo è, ahimè, strutturale. A inizio Duemila la forbice di interesse per un “calabrotto” arrivato da poco a Roma era abbastanza ampia, dai “concertoni” di The Cure e Rage Against The Machine al Palaeur alla fascinazione del Forte Prenestino alla nascente offerta del Parco della Musica. Chiaramente era tutto molto divertente ma stava anche alimentando una passione che viaggiava parallela a un desiderio di approfondire e provare a farne parte. Ricordo anche la parabola di Enzimi. Decentrare/spostare gli eventi in spazi periferici, dismessi, deputati solitamente ad altro utilizzo è una pratica assolutamente sana per rendere davvero la cultura parte attiva rispetto al processo di crescita di un territorio e di un tessuto sociale.
B: Se devo menzionare una persona, sicuramente Manlio (Massimetti, NdR), con cui in realtà ci conosciamo da quasi trent’anni. Oltre a essere un fratello non di sangue, è un fiancheggiatore, ma non solo, di Sporco Impossibile da quando ne faccio parte io. È anche il professionista che si occupa dei nostri siti e di quelli dei progetti da cui veniamo ingaggiati, dal Siren Festival, a Soluzioni Semplici, passando per This Is Not A Love Song, Pigneto Spazio Aperto e Prodezze Fuori Area, giusto per fare qualche nome. È stato lui a introdurmi nel 2004 in Kick Agency, l’agenzia di Enrico Giannone che si occupava principalmente di organizzare concerti punk, metal e hardcore su Roma, e che oggi invece gestisce la produzione di grandi eventi anche nazionali. È stata un’importante palestra professionale, ma anche attitudinale. Grazie alla Kick inoltre ho cominciato a occuparmi nel 2007 dell’ufficio stampa del Circolo – dove sono rimasto fino alla chiusura – che in quegli anni di gestione Raniero, Lorenzo (De Angelis, NdR) e Francesco (Castro, NdR) era il posto migliore, per tante ragioni, dove trovarsi a lavorare nel mondo dei concerti romani e italiani. Il mio luogo preferito in assoluto invece è il Forte Prenestino, ha la capacità di rimettermi in pace col mondo. Oltre al Forte, che ho sempre frequentato da “spettatore” e che considero alla stregua del Colosseo come simbolo della città, ci sono altri due posti a cui sono legato in particolare. Uno non esiste più ed è Disfunzioni Musicali, negozio di dischi leggendario che stava a San Lorenzo – che poi è diventato il “mio” quartiere romano – e che era una delle mete di pellegrinaggio di quando venivamo a Roma con i miei amici delle superiori.
AFFLUENTE-moltitudine-suina
Ci passavamo dentro ore e ore a spulciare tra i computer dove c’era tutto il loro archivio per poi uscire di solito con un misero cd o spesso senza nemmeno quello. L’altro è Hellnation, sempre un negozio di dischi, ma non solo, gestito da Robertò (Roberto Gagliardi, NdR), un “padrino” un po’ burbero a volte, ma estremamente magnanimo e generoso. Credo che senza la sua perseveranza e il suo amore la scena punk, hardcore e oi! romana sarebbe stata molto meno coesa e duratura di quanto è stata ed è. Anche se non ci vado quasi mai e lui odia la musica che produciamo come Bomba Dischi, eheheh, è una persona che rispetto moltissimo per la coerenza con cui porta avanti la sua esistenza e che soprattutto mi ha venduto uno dei dischi più importanti della mia vita che è Moltitudine Suina degli Affluente.
EDG: In generale tutto ciò che era le gato alla musica dal vivo a Roma è stato importante per me, inutile dire Circolo degli Artisti o Traffic, La Palma o Zoobar, ma soprattutto ero affascinato da ciò che c’è dietro all’identificazione e alla comunicazione attraverso gli ascolti: passare dalle serate al Villaggio Globale a quelle del venerdì dello Zoobar, fino a quelle del Blue Cheese a Testaccio; oppure gli stessi pomeriggi da Disfunzioni Musicali a San Lorenzo, dove ti mettevi al computer a cercare titoli nuovi e a leggere la bacheca degli annunci, e poi suonare, le sale prove. Lì si conosceva sempre un sacco di gente… Questa passione poi è diventata pian piano un lavoro in maniera del tutto fisiologica, senza via di scampo, e l’esperienza di Sporco Impossibile è stata cruciale in tutto questo prima dell’altrettanto importante passaggio ed esperienza successiva a DNA concerti.

Saranno Famosi (2006)
Saranno Famosi (2006)

Di cosa vi occupate oggi, oltre a essere parte di Sporco Impossibile?
AR: Oggi sono uno dei quattro componenti attivi di Bomba Dischi e mi occupo dell’ufficio stampa del Monk – Circolo Arci. Le mie competenze e attività ruotano sempre intorno al lavoro di ufficio stampa e comunicazione. Non disdegno, tuttavia, come agli esordi, lo scouting musicale. Mi piace sempre ascoltare cose nuove, demo per intenderci. Lavorare con giovani musicisti poco noti ti permette di immaginare e costruire un percorso artistico ancora non contaminato… Perché piace contaminarlo a me (risate, NdR).
B: Di Bomba Dischi e This Is Not A Love Song. Mi piace fare fotografie.
EDG: Oggi il mio tempo si divide tra tutte le produzioni di 3D, il reparto elettronico e dance di DNA concerti di cui seguo la parte organizzativa, tecnica e logistica dei suoi eventi, l’attività di tour manager, con cui ho iniziato e a cui sono affezionato, e come nucleo di Bomba Dischi mi occupo anche qui di mettere un po’ “ordine” tra i reparti.

Qual è stata la primissima attività – relativa alla produzione o alla comunicazione di un evento – organizzata da Sporco?
vietato sporcare
AR: Una delle primissime che ricordo fu andare in giro per Roma incollando manifesti bianchi con scritto “Vietato Sporcare” sui muri. Il risultato fu che su alcuni di essi furono lasciate scritte, disegni, peni stilizzati. Questa, a memoria, la prima traccia tangibile della presenza di Sporco Impossibile. Giocare con le parole e i loro opposti, associarle tra loro in locuzioni sensate, mescolare i significati con associazioni di idee ed immagini è sempre stato l’input da cui sono partiti i progetti e lo sviluppo delle attività.

Come Sporco Impossibile ci sono stati dei “modelli” che avete come riferimento per il vostro modo di fare comunicazione?
AR: I modelli sono tutti quelli che sono venuti prima di noi, in positivo e in negativo. Questo per dire che non bisogna mai perdere l’occasione per capirli, i modelli, per studiare e reinventare. Se devo pensare a dei modelli in termini di lettura dei fenomeni, oltre che di comunicazione in senso stretto, mi butto decisamente sui testi acquisiti durante la formazione accademica, che ogni tanto riprendo in mano di gusto. La gratitudine è sempre per le avanguardie storiche, Walter Benjamin su tutti. E poi La Società dello Spettacolo di Guy Debord e Forme Estetiche e Società di Massa del Prof. Abruzzese.

Here you are
Here you are

Pensando al periodo del Circolo, credo che come “strategie di comunicazione” vi siate inventati parecchie cose, anche divertenti – del resto sul sito di Sporco si fa menzione dell’importanza della capacità di lettura del reale per comunicare qualsiasi cosa, ma anche alla centralità della fantasia. C’è stata qualche trovata o intuizione particolare che per voi ha fatto scuola o che volete menzionare in particolare?
AR: La lettura del reale è fondamentale. Dal mio punto di vista è insita nel nome stesso Sporco Impossibile, ma soprattutto in quello che facciamo. Tutte le “cose” e le attività divertenti con cui ci siamo resi ridicoli, eheheheh, sono “semplicemente” il frutto di una strategia di comunicazione. Ricordo che una volta, per promuovere una serata, andammo all’uscita di un concerto dei White Stripes al Tendastrisce con degli stendini su cui avevamo appeso flyer promozionali con delle mollette. Diciamo che all’inizio era quasi un’ossessione: ogni nostra trovata promozionale alternativa doveva essere rigidamente coerente con il “concept sporco impossibile”: le macchie che non andavano via dal bucato, il giocare sporco, avere la coscienza sporca etc…

Prodezze Fuori Area feat. Iosonouncane: guerrilla communication
Prodezze Fuori Area feat. Iosonouncane: guerrilla communication

Quali sono le vostre linee guida, la parte di identità sempre in divenire che si adegua alla repentina trasformazione sia del contesto in cui viviamo sia dei canali di comunicazione?
AR: Per provare a semplificare, ci si muove su un doppio binario: una metodologia fissa nell’organizzazione del lavoro da una parte e la creatività dall’altra. Sul primo binario ci sono le scadenze le regole fisse, una meccanica delle attività. Per farti un esempio, il rispettare le scadenze nell’invio di un comunicato o di un progetto grafico. Sul secondo binario trovi l’altra faccia della medaglia, quella che spariglia, l’intuizione che cercavi e che quando non arriva te la inventi. Non esiste un’unica strategia, il nostro lavoro si applica a prodotti culturali, di per sé sempre differenti. In realtà la strategia è la capacità di mutare e di adeguarsi. E anche il linguaggio si adatta in maniera naturale ai tempi, senza perdere mai però di vista la visione complessiva.

La home del sito di Soluzioni Semplici
La home del sito di Soluzioni Semplici

Impossibile non parlare di Soluzioni Semplici. Come è nato quel progetto, che senso aveva allora nel panorama della comunicazione e dei contenuti musicali anche nazionale e cosa vi ha lasciato/insegnato?

C'è (ancora) bisogno di Soluzioni Semplici
C’è (ancora) bisogno di Soluzioni Semplici

B: Soluzioni Semplici è un’esperienza a cui siamo stati molto legati, per quanto mi riguarda una delle cose più belle a cui ho partecipato in questi anni di lavoro con la musica. Nasce nel 2011 grazie ad uno spunto di Lorenzo De Angelis, che da sempre aveva cercato di dare un approccio multidisciplinare al Circolo degli Atisti. Voleva realizzare una web tv del locale e ci propose di occuparcene, lasciandoci, cosa assolutamente non scontata, la piena libertà creativa. Alla fine quindi, più che una web tv del Circolo, realizzammo una web tv di cui il Circolo era editore e presenza molto discreta. L’idea di base era creare una piattaforma video in cui la musica “altra” trovasse lo spazio che non aveva né in televisione né altrove, e soprattutto permettesse agli utenti di osservarla da un’altra prospettiva. Nel giro di pochi giorni ci trasformammo in redazione, noi ci siamo reinventati autori e ci occupavamo della promozione, Dandaddy curava la parte video, Roberto (Calabrò, NdR) l’audio, Manlio il sito, Chiara Fazi i disegnini, te, Nicola Gerundino (come si dice in questi casi, l’attuale redazione romana di Zero c’ha messo anche la faccia, NdR) e poi Enrica Murru le interviste, Anna Fellet sottotitolava, e così via. È stato un esperimento divertente e stimolante che abbiamo vissuto molto intensamente e che ricordo con grande dolcezza. Su youtube c’è ancora il canale attivo.

Credete sarebbe ancora possibile, oggi, qualcosa del genere? Oltre a essere molto più diffuso il mezzo video per veicolare contenuti, con i social network le strategie sono completamente cambiate e l’attenzione è precipitata… Vogliamo anche dire perché quell’esperienza si è esaurita (troppo) presto?
B: Soluzioni Semplici è nata in un momento in cui non c’erano né programmi tv, né piattaforme video che mettessero al centro la musica, soprattutto certa musica – non credo in Italia qualcuno avesse mai intervistato in video Four Tet o Emidio Clementi a spasso per la Stazione Tuscolana, giusto per fare due esempi. L’unico progetto simile veramente valido era Pronti Al Peggio di Andrea Girolami, che anzi ci aveva preceduto temporalmente. Parliamo di soli sei anni fa, eh, anche se a guardarli da qui sembra quasi stia parlando di un medioevo tecnologico… Youtube doveva ancora esprimere appieno le sue potenzialità e il suo suprematismo assoluto, quindi in quel preciso momento a modo nostro abbiamo anticipato un po’ i tempi. Oggi ci sono migliaia di video in rete con approfondimenti, interviste, live, anche realizzati in maniera professionale grazie ad un iPhone o una GoPro, quindi un progetto del genere avrebbe sicuramente meno senso, al netto di un’autorialità forte, che comunque rimane l’elemento che a parità di contenuti fa sempre la differenza. Purtroppo la tv durò solo un anno, forse anche meno, travolta da questioni interne al Circolo, di cui noi eravamo solo spettatori poco partecipanti, e non potemmo fare nulla per salvarla.

il dream team
il dream team

Capitolo Prodezze Fuori Area. Un’esperienza ancora più unica, indimenticata e quasi leggendaria, qui a Roma, rispetto a Soluzioni Semplici. Come e quando è nata l’idea, dove si svolgeva l’appuntamento, per quante stagioni è andata avanti e quale era il “concept” di quell’appuntamento?
B: Il primo appuntamento musicale di Prodezze Fuori Area – perché in realtà c’era stata il mese prima la proiezione/presentazione di Crollo Nervoso, un documentario sulla new wave italiana – è datato febbraio 2010 con il live della Brunori Sas e la mostra di Fabio Gaudio, un amico di Ale che aveva anche realizzato il logo sia di Prodezze che di Sporco. L’ultimo è stato il concerto di Adriano Viterbini, di cui non esistono testimonianze video perché a Dandaddy rubarono il pc in ufficio con dentro il girato. Le cose andarono più o meno così, anche se lavoravamo tutti al Circolo, ancora ci conoscevamo poco con gli Sporchi. Mi invitarono a questo concerto degli Albanopower, la fu band di Colapesce, che organizzavano nel loro ufficio, un seminterrato con uno spazio comune enorme all’isola pedonale del Pigneto, in via Fivizzano. La cosa mi piacque molto, si respirava un bel clima informale, era una festa in casa praticamente.
prodezze

Va detto che ero anche un grande fan dell’Half Die, il festival che Gianni Rosace organizza sul tetto di casa sua ogni anno le domeniche di luglio, l’ho sempre trovata una cosa bellissima: un privato che mette a disposizione casa sua, investendo di tasca propria, per far stare bene gente random senza chiedere nulla indietro. Mi eccitano le robe un po’ situazioniste, stravolgere le regole del gioco, cose così. Quindi dopo quel concerto degli Albanopower andai da Ale, che era ed è per vocazione una persona molto più aperta di me e di altri alle collaborazioni con “esterni”, e gli proposi di rifarlo, magari in maniera più strutturata. In quel periodo credo che le serate di Sporco Impossibile fossero in una fase di stallo, quindi anche loro avevano bisogno forse di un nuovo modo per giocare con la musica, insomma ci sedemmo a tavolino e creammo Prodezze Fuori Area. Come Soluzioni Semplici, anche PFA, vista dal 2016, sembra una cosa quasi banale e scontata, perché nel frattempo sono nate centinaia di situazioni simili. Non che anche all’epoca fosse una cosa così originale, alla fine si trattava di un concerto per pochi intimi – non uso l’espressione “secret concert” che sennò mi vengono degli eritemi su tutto il corpo – in una cornice non ortodossa. È stata davvero un’esperienza bellissima, però dopo tre anni di appuntamenti una volta al mese anche Prodezze cominciò a dare segnali di stanchezza e cedimento, un po’ legati al riprodursi sempre uguale della cosa che aveva fatto perdere a qualcuno stimoli – provammo a confrontarci sul come farla evolvere e renderla qualcosa che ci facesse monetizzare mantenendone intatto lo spirito, ma non riuscimmo a trovare una linea comune – un po’ ad altri problemi di natura lavorativa su cui non ha senso dilungarsi.
AR: Prodezze Fuori Area si svolgeva nel nostro studio di Via Fivizzano 27 al Pigneto, uno spazio con un valore per me anche simbolico: era il primo “hideout” di Sporco Impossibile, dove si trascorrevano anche le notti a lavorare e cercare gli spunti giusti per concretizzare le idee. Era un ex convento, poi scuola di danza, c’era un discreto puzzo dovuto al fatto che i bagni avevano scarichi chimici. In compenso la grande sala all’ingresso ospitava divani molto grandi su cui ragionare e sbraitare.

Via Fivizzano 27: interno
Via Fivizzano 27: interno

Oltre a unire musica e calcio in maniera ironica – un’intuizione che ad esempio nel Regno Unito è parte della collettività e forse lo sarebbe anche in Italia se qualcuno ogni tanto si lanciasse a fare cose diverse, sfruttando un traino reciproco di fenomeni pop ma senza sfociare nel grossolano – Prodezze è stato un capitolo esemplare di comunicazione alternativa, con un’identità profondamente originale e, non dimentichiamolo, quasi un’attitudine filantropa – gli appuntamenti erano gratuiti e lo spirito per certi versi carbonaro. Come avete studiato la comunicazione di Prodezze, quali erano i tratti caratteristici, l’attenzione ai particolari, la scelta dei protagonisti, che ha reso quell’esperienza così unica?
tonino-carino
B: PFA era una sorta di grido “modern life is rubbish”: un invito a rallentare, vivere in maniera diversa un’esperienza condivisa. Intorno alla musica, che era comunque il collante del progetto, costruimmo questo immaginario legato al calcio e alle sue icone, un tributo ad un mondo che il famigerato calcio moderno aveva spazzato via – non a caso la serata si svolgeva rigorosamente di domenica durante l’orario di 90° Minuto. Le figurine dei musicisti che partecipavano vestiti da calciatori, le lampade da terra che erano una riproduzione in piccolo dei riflettori degli stadi, i posaceneri a forma di omino del subbuteo, sono tante le trovate che sono uscite da Prodezze Fuori Area. Era tutto gratuito, le band dormivano a casa mia e non prendevano cachet, noi nemmeno, la gente non pagava per vedere i concerti, bastava che portasse qualcosa da mangiare o da bere da condividere con gli altri, tutto molto semplice e senza pose. Le cose andavano così: intercettavamo musicisti in day off o che passavano per Roma, li convincevamo a partecipare, a loro abbinavamo degli artisti visivi, o fotografi o illustratori, di cui realizzavamo una mostra, qualche giorno prima dell’evento attaccavamo dei rudimentali tentativi di street art – che prodezza dopo prodezza abbiamo affinato sempre più – che annunciavano in maniera criptica l’evento, e infine c’era il concerto, di cui riprendevamo tre brani che poi facevamo uscire le settimane seguenti. Sono passati in molti da noi, da Dente a Mp5, da Iosonouncane, Makkox, Teho Teardo, BSBE e tanti altri.

prodi testimonial
prodi testimonial

Più avanti come Prodezze Fuori Area avete anche intessuto collaborazioni extra G.R.A., penso ad esempio a Tutto Molto Bello. Quali sono state le più grandi soddisfazioni che vi siete presi con quell’intuizione?
B: A parte la relativa visibilità mediatica che Prodezze ci ha dato allora, la cosa che più mi piaceva era vedere le persone felici all’interno della piccola cosa che avevamo confezionato per loro e per noi. Il motivo principale per cui ho scelto questo lavoro e non ho fatto il concorso alle Poste è proprio questo, l’ambizione di creare cose belle che facciano stare bene chi ne fruisce. Questa va dritta dritta su “Preti Del Laicismo”, mi sa…

In questi dieci anni di attività come Sporco Impossibile c’è stato un particolare “momento di svolta”, o comunque dei passaggi importanti che hanno contribuito profondamente a mandare avanti il progetto e a renderlo come è oggi?
AR: La nascita di Bomba Dischi, che negli ultimi tre anni è stato il progetto che ci ha impegnato di più, ha segnato un passaggio importante. Non a caso, il lavoro con Davide Caucci ci ha uniti in un vero e proprio nuovo nucleo operativo; il suo entusiasmo e le sue capacità e anche una sostanziale affinità di vedute che abbiamo trovato nel portare avanti l’etichetta, hanno fatto sì che arrivassero buoni risultati. Spero che anche lui, in cuor suo, si senta un po’ Sporco Impossibile; io, di mio, sento di bruciare ardentemente per questa città (risate, NdR).
B: Il momento più alto della mia vita professionale è stato quando un bangla di Via Malatesta mi ha scambiato per Andrea Marziano del DalVerme. Stronzate a parte, abbiamo passato momenti molto difficili negli anni passati, credo che ci siano stati giorni in cui l’ultima cosa che volevamo era stare nello stesso luogo contemporaneamente, eppure abbiamo resistito e la cosa, ad oggi, sta pagando. Quindi la vera svolta, se c’è, è non perdere mai fiducia nei tuoi compagni di “lotta” quotidiana e cercare di resistere sempre. Pure questa su “Preti Del Laicismo”, e andiamo.

Ci sono delle realtà sul territorio romano con cui collaborate in particolare?
AR: Sarà una banalità ma con le nostre – passami il termine – “mini economie” il concetto di rete è fondamentale. Aver creato negli anni dei rapporti professionali e soprattutto umani con DNA Concerti, Monk, Ausgang – ma anche con altri spazi per la musica a Roma, come Fanfulla, DalVerme, Le Mura… – ha permesso a Sporco Impossibile di crescere, avere visibilità per offrire competenze, trovare un mercato a Roma e non solo. La miglior moneta di scambio resta sempre quella di fare le cose per bene per colpire nel segno o, per dirla alla nostra, lasciare tracce indelebili.
B: Tra le varie collaborazioni c’è anche This Is Not A Love Song, che è un progetto che unisce musica, cinema, serie tv ed illustrazioni, ideato dal nostro amico comune Andrea (Provinciali, NdR) e a cui partecipano attivamente anche Manlio, Liborio Conca e Chiara Fontana.

This Is Not A Lovesong @ Roma Brucia
This Is Not A Lovesong @ Roma Brucia

Vi occupate anche di ufficio stampa per le band, ovviamente indipendenti. A Bomba ci arriviamo dopo, ma qual è la parte più difficile – nella bulimia discografica dei nostri tempi – nel comunicare progetti, magari emergenti, nel contesto affollato in cui viviamo oggi? Ci sono dei gruppi per cui avete lavorato che vi piacciono in particolare?
AR: Bisogna rivolgersi con il disco giusto alle persone giuste, questo ti permette di fare una prima selezione e trovare così le chiavi per fare in modo che il disco arrivi alle orecchie interessate. Non sento di inventarmi nulla ma un disco pop ovviamente segue una strada differente da uno noise o da uno folk. Chiaramente la cosa fondamentale è partire con un buon disco in mano. Mi sono molto appassionato al lavoro sul disco di Alfio Antico. È stato interessante vedere come un tamburellista siciliano che canta in dialetto è riuscito a riposizionarsi con un disco scuro e psichedelico, diverso dai suoi precedenti – ma pur sempre tamburello e dialetto – arrivando a tutta una serie di persone in grado di capirne il valore e le peculiarità.
B: Non esiste una parte più o meno difficile, la promozione non è qualcosa che si muove in maniera indipendente dal resto, è come l’ingrediente di una ricetta, un ingranaggio di un tutto, che parte dalle canzoni, passando per i concerti e anche per la capacità di autopromuoversi dei musicisti. Se manca uno degli altri ingredienti, il nostro lavoro di promozione risulterà sicuramente meno efficace ed utile alla causa generale del progetto su cui stiamo lavorando. All’altra domanda non posso rispondere, non si chiede l’età ad una signora.

Sul sito c’è una sezione dedicata alla “comunicazione visiva”. C’è qualche esempio in particolare che trovate rappresentativo rispetto alla vostra strategia e che tipo di “estetica”, visto che parliamo di immagini, segue la comunicazione visiva di Sporco?
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AR: Per il valore affettivo, visto che è un progetto in letargo prolungato, direi Prodezze Fuori Area. In quel caso la componente visiva ha giocato un ruolo fondamentale, è stata il collante che ha permesso all’immaginario calcistico rétro e alla musica – due mondi di per sé distanti – di unirsi. Merito in primis del logo realizzato da Fabio, in cui un calciatore e una ballerina si fondono su una base di pedina del subbuteo. Non esiste un’estetica unica, sarebbe troppo limitante, esistono le estetiche e soprattutto esistono una miriade di artisti visivi con cui poter collaborare e confrontarsi. Diciamo che siamo un’ape a cui piace posarsi su fiori ogni volta di forma e colore diverso.

Sarebbe un errore leggere e veicolare un fenomeno solamente attraverso i social. L’integrazione dei canali è la formula, cercando di andare su ogni canale rimanendo fedeli alla propria identità.

Guardandovi attorno, cosa c’è della comunicazione attuale – in particolare in ambito musicale, ma anche in senso generale – che proprio non vi piace e quali i motivi per cui ritenete di differenziarvi?
B: In generale non amo questo prendersi troppo sul serio di molti dell’ambiente in cui muoviamo noi – ma non solo ovviamente. È una pandemia che i social hanno aiutato a far espandere, l’opinionismo a tutti i costi, il dirsi continuamente bravi da soli, la disonestà intellettuale, il parlare bene solo dei propri amici, la scorrettezza. Ottenebrati dall’ego si finisce per perdere di vista che è tutto un gioco, ma soprattutto che non stiamo salvando la vita di qualcuno in un ospedale da campo in Mozambico. Credo che, al netto dei nostri difetti soprattutto caratteriali, chi è entrato in contatto con noi può dire tutto tranne che non siamo delle brave persone, ed è la cosa che per me conta di più.

Sporco Impossibile non è Bomba Dischi ma siete, diciamo, parenti stretti. Come avete contribuito alla crescita di Bomba e come le due realtà si influenzano/stimolano reciprocamente?
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B: Possiamo dire che Bomba Dischi è Sporco Impossibile con Davide – o anche che Sporco Impossibile è Bomba Dischi senza Davide. Lui ha qualche anno meno di noi, ma lo conoscevamo perché organizzava questa serata di cui si parlava molto, La Tua Fottuta Musica Alternativa, che involontariamente raccoglieva l’eredità delle serate di Sporco Impossibile, e aveva, assieme a Lorenzo Muto, questa struttura con cui realizzava video che si chiamava Il Polimorfo. Mi sembrava un ragazzo molto brillante e talentuoso, quindi lo tenevamo d’occhio. Alla fine, non mi ricordo come, prese una stanza nel nostro ufficio e legammo sempre di più. Lui voleva produrre un ep di questi ragazzini del Torrino che si chiamavano Boxerin Club, si inventò il nome Bomba Dischi e io gli diedi una mano sul fronte ufficio stampa. Piano piano anche gli altri, ognuno coi propri tempi, cominciarono ad interessarsi alla faccenda, e entrammo tutti – all’inizio eravamo in sei, con Dandaddy e Lorenzo – nell’etichetta. Tutta la prima parte di Bomba è legata, anche nelle scelte artistiche, principalmente al gusto di Davide, che comunque in quel periodo ha investito molto in termini di energia e anche soldi sul progetto. Da Goldfoil di Adriano Viterbini in poi possiamo dire invece che le scelte di Bomba sono state sempre più lo specchio anche del gusto degli altri che ne fanno parte, penso a Youarehere, Calcutta o Pop X. Ognuno può proporre idee o band che poi valutiamo assieme. Per quanto riguarda il lavoro ordinario, Ale ed io curiamo principalmente la comunicazione, in senso quanto più ampio possibile, Emmanuele invece si occupa di contrattualistica, logistica, preproduzioni e tutta la parte amministrativa.

La gestione dei social come specchio della realtà influisce/condiziona oggi gli altri mezzi di comunicazione? Voglio dire, è una sorta di termometro sia del feedback del pubblico sia della direzione da prendere attraverso gli altri canali?
AR: È un termometro, un indicatore, ma è soltanto una porzione del tutto. A volte anche distorta. Sarebbe un errore leggere e veicolare un fenomeno solamente attraverso i social. L’integrazione dei canali è la formula, cercando di andare su ogni canale rimanendo fedeli alla propria identità.

Quanto c’è di pop e mainstream e quanto di “do it yourself” e alternativo nelle strategie di comunicazione di Sporco Impossibile? Come questi due aspetti, che a mio avviso per indole e necessità si fondono in Sporco, possono conciliarsi?
AR: La risposta è già nella domanda: entrambi gli aspetti possono coesistere all’interno di un’unica strategia. Lo stato di grazia è quando l’uno e l’altro aspetto iniziano a dialogare tra loro, vuol dire che le cose vanno per il verso giusto. Vedi Calcutta, fa i “bangla store”, passa su Radio Deejay, manda un pezzo via whatsapp ai suoi fan, va su La Repubblica nazionale con un’intervista. Tutti canali diversi ma coerenti e funzionali rispetto al progetto.

Calcutta è stato l’indiscusso fenomeno musicale italiano “indipendente” del 2016 e – come per ogni fenomeno pop che si rispetti – una parte del merito sta nel modo in cui avete scelto di comunicare la sua musica e il suo “personaggio”, probabilmente in congiunzione con Davide e con Edoardo stesso, e forse anche senza neanche troppi filtri. Quali sono state le scelte in termini di comunicazione che secondo voi sono state importanti e azzeccate? Ci sono proposte che avete rifiutato?
B: Calcutta è il classico esempio di tempesta perfetta, andrebbe studiato nelle scuole. Si sono incastrati magicamente una serie di elementi, a partire dalle canzoni ovviamente, e dal fatto che Edoardo sia un personaggio atipico rispetto ad altri musicisti, come è evidente dal suo utilizzo dei social – che gestisce autonomamente, a parte alcune comunicazioni di servizio in cui interveniamo noi – o dal suo modo di relazionarsi con la “macchina” promozionale, di cui riesce quasi a stravolgere le regole imponendo la sua personalità.

"Mainstream" deluxe
“Mainstream” deluxe

Questa sua atipicità ci ha permesso, più di altre volte con altre produzioni, di giocare di concerto con lui: la decisione di mettere in copertina il nostro amico Gaetano con una foto omaggio a Martin Parr, il video di Francesco Lettieri per Cosa Mi Manchi A Fare, la sciarpa, l’instore dai bangla, Fari mandata via whatsapp, e tante altre “stupidaggini” che ci sono venute in mente e ci siamo divertiti a realizzare e che poi sono risultate azzeccate. Il resto è venuto da sé, noi abbiamo valorizzato al massimo il progetto, ma senza quelle canzoni e senza Edoardo com’è Edoardo, non avremmo mai vissuto questo anno assurdo. Di proposte ne abbiamo avute tante, abbiamo fatto delle scelte, ma si tratta di vicende in parte pure troppo “riservate” per raccontarle.

In questi dieci anni quali sono state le soddisfazioni più grandi e gli ostacoli/difficoltà maggiori?
AR: La soddisfazione più grande è tuttora quella di poter camminare sulle proprie gambe. Di certo una grande scuola è stata quella di aver lavorato sempre con piccoli budget e di essere riusciti a fare tanto e bene con pochi mezzi. Le difficoltà maggiori sono legate al dover fare i conti con risorse economiche spesso limitate. Le buone intuizioni sono il migliore antidoto alla depressione caspica.
B: La soddisfazione più grande è essere ancora qui a parlarne, professionalmente parlando. Le difficoltà maggiori sono sempre legate allo stesso atavico motivo: gli esseri umani, me compreso.

La classica domanda conclusiva: cosa c’è nel futuro di Sporco Impossibile?
Sicuramente raggiungeremo la vetta. Della disperazione.