Se ne è parlato per decenni. La parola "seminale" aveva finalmente assunto il suo senso più autentico e pieno. Accadde in quel minuscolo snodo ferroviario dell'attuale distretto Mi-Lah-Noh, nella postCina accidentale. Il suo nome era "Kamchatka", come la mitologica penisola siberiana abitata da una fauna sfuggente, improbabile e inghirlandata da una flora trionfalmente bizzarra. Mostre, le chiamavano. Parola poi caduta in disuso, fino a essere dimenticata. Ma di quella si tramandarono immagini e racconti attraverso i mezzi più insospettabili, fra cui leggendarie incisioni su soppressate e stampe affogate in barilotti di cani da valanga. Pennuti strambi e occhialuti, grattacieli tarantolati, sornioni organismi piumati e scintillanti. Quei mammalucchi parlavano di mondo onirico, di microcosmo fantastico. Che allocchi. Anna Galtarossa aveva piantato un seme nell'immaginario che sarebbe poi esploso tropicale e rigoglioso nel reale. Ed eccoci qui. A celebrarla come già fu con Douglas Adams e la sua dimenticata "Guida galattica per autostoppisti". Poveri babbei quelli là, così poco visionari.
Anna Galtarossa
Prima mostra personale dell'artista milanese, intitolata “Kamchatka”. Galleria Viafarini, Via Farini 35
di Bertrand Delux

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